TERRAZZA CON VISTA SOPRA AI TETTI DI VIA BAGUTTA
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

Definizione e sintesi di Milano, nella sua identità più intima

Poeti e scrittori erano soliti darsi appuntamento a Palazzo Taverna Radice Fossati, tra il civico 1 di via Bagutta e il 2 di Montenapoleone, ospiti di Carlo Porta

Come una sfinge a via Bagutta, il garage Traversi sta di guardia a una strada lunga appena duecento metri in cui si condensano le due anime del centro di Milano: quella storica, con i palazzi ereditati dalla tradizione ottocentesca e le botteghe del Novecento, e quella contemporanea, con negozi che erodono realtà nate prima che si imponesse la fama del Quadrilatero della Moda. Delimitata da piazza San Babila e da via Sant’Andrea, via Bagutta corre parallela a via Montenapoleone. A sentire chi ci vive o lavora da decenni, è sempre stata considerata una strada di servizio, in cui i camion sostano per lo scarico merci, e dove, lamentano i residenti, il Comune ha sempre preferito investire poco, a partire dagli addobbi natalizi, sfarzosi nelle vie limitrofe e sacrificati invece in questo micro-borgo.

Il Garage Traversi fu progettato dall’architetto Giuseppe De Min nel 1938 fu il primo garage multipiano di Milano, ai tempi una questione di avanguardia, con i montacarichi che portavano su e giù da un livello all’altro le macchine. Forse davvero è la sfinge all’ingresso di questa via che più di tutte definisce e sintetizza l’anima più intima di Milano. Una sfinge addormentata da anni, gli occhi chiusi. La sua facciata ocra ricorda la roccia sabbiosa del deserto. Questo edificio, dopo molti anni di abbandono e lunghe trattative che sembrano concluse, pare essere in procinto di diventare sito di cantiere e oggetto di un lavoro di restauro e rinnovo. Chiuse i battenti il 31 dicembre del 2003: la data è ben stampata nella mente di Zazzeron, il titolare di quel bar al confine tra via Bagutta e Corso Matteotti che con la chiusura salutò un buon numero di clienti quotidiani. Dopo progetti di trasformazione in outlet durati poco e sogni mai realizzati – come quello di Vittorio Sgarbi, che propose di farne un museo di Arte moderna il Comune di Milano ha firmato la convenzione con Bnp Paribas Reim, che – a patto di non demolire la facciata razionalista e di seguire tutti i vincoli imposti dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici e Culturali – procederà alla riqualifica e ne farà probabilmente un centro commerciale.

Via Baguttino è così corta che a percorrerla bastano cinquanta passi è il terzo accesso a via Bagutta da via Montenapoleone e sembra voler definire la prima come appendice della seconda. Le vetrine di Giorgio Armani si specchiano da poco più di un anno in quelle nuove di Dolce & Gabbana: questi ultimi hanno preso il posto di Ralph Lauren, la cui chisura racconta la sconcertante decadenza del brand americano (in pochi riescono ancora a capacitarsene: come sia possibile che una casa come Ralph Lauren debba subire una tale riduzione di immagine). Entrando da via Baguttino, dicevamo, in via Bagutta, ci si imbatte nella facciata in stile neoclassico e da poco ristrutturata di Palazzo Reina. Costruito tra il 1826 e il 1831 dall’architetto Nicola Dordoni su commissione della famiglia milanese Reina, il palazzo fu residenza del nobile letterato Luigi Bolis Gualdo. Divenne poi di proprietà della famiglia Litta Modignani, che lo lasciò in dono alla città di Milano nel 1921, affinché i suoi spazi, cinque mila metri quadri di edificio e ottocento di giardino e corte interna, fossero destinati alle associazioni: dal Lions Club all’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo, dall’Associazione Deportati della Seconda Guerra Mondiale alla prima sede di Emergency, sono state tante le realtà a succedersi negli anni a cavallo tra Novecento e Duemila, a Palazzo Reina. «Noi stavamo al quarto piano, prima scala sulla destra» – racconta il direttore del Gruppo Archeologico Milanese (con sede oggi in corso Lodi, n.d.r.). «Dividevamo non solo il pianerottolo, ma anche il contatore elettrico con il Gruppo Ornitologico Lombardo». Dopo anni d’incuria e abbandono e un incendio nel 2011, il Comune di Milano si decise a venderlo.

Palazzo Reina è stato acquistato nel 2014 dal Gruppo L.S.G.I. immobiliare e sottoposto a un restauro che ne rispettasse la struttura antica e gli affreschi ai soffitti. Oggi profuma ancora di vernice nuova: al piano terra il primo negozio italiano di Issey Miyake maison la cui sofisticazione intellettuale e moderna non poteva trovare sede migliore. All’interno del cortile, nei locali che affacciano sul prato e sugli alberi retrostanti, a novembre è prevista l’apertura del Paper Moon Giardino, secondo spazio del ristorante iconico al civico uno. Ad aprirlo nel 1977, sono stati Pio Galligani insieme con la moglie Enrica. Oggi è diretto dalla figlia Stefania, che festeggia i quaranta anni di attività della famiglia con la nuova sede a Palazzo Reina dove aspetterà i suoi clienti fissi italiani e gli stranieri, una volta soprattutto giapponesi (tanto che esisteva un menù scritto apposta per loro) oggi prevalentemente russi, in ogni caso asiatici. Sì, il Paper Moon raddoppia e consola la città con nuova e buona energia dopo che un ristorante protagonista della storia di questa via oggi non c’è più.

La Trattoria Bagutta, fondata nel 1924, ha chiuso i battenti lo scorso anno. Il gestore, Marco Pepori, ha dichiarato l’attività in fallimento qui senza sorprese, considerando l’assurda e sprovveduta, ingiustificabile e palese, mal gestione. La Trattoria Bagutta, con i suoi affreschi e fumetti, i quadri alle pareti, gli autografi di tutta la letteratura del secolo scorso, non solo rappresentava la supremazia culturale di questa via rispetto a tutte le altre del centro, ma codificava quell’intellettualità meneghina che in pochi conoscono e riconoscono, e che indiscutibilmente è stata lungo il Novecento la linfa celebrale dello sviluppo industriale di Milano e di tutto il Nord Italia. Al posto del Bagutta (scriverlo muove ancora incredulità), una volta superata la lunga trafila di lavori che dovrebbero essere completati questo autunno, vedremo l’apertura di Cesare Attolini, sartoria napoletana. «Crediamo che nei prossimi anni – spiega Giuseppe Attolini, alla guida dell’azienda paterna insieme al fratello Massimiliano – via Bagutta sarà una delle arterie principali del commercio al dettaglio».

Carlo Orsi e la sua Galleria al civico 14: un altro luogo che come pochi, pochissimi altri, sa identificare la vera anima di Milano. Il centro di via Bagutta, il centro d tutta la città, si racchiude in queste stanze. Alla galleria si accede dalla porta interna del cortile è un luogo privato per l’anima, che custodisce tesori d’arte che qui arrivano e da qui ripartono per le collezioni, le esposizioni più rinomate al mondo, da Londra a New York. La Galleria Carlo Orsi sintetizza la società educata di Milano ancora alla vecchia sana maniera. Si ritrova l’understatement di tutto quello che ormai in pochi sanno riconoscere come il salotto buono della città in mezzo a statue di Canova e alle labbra rosse di Fra Galgario, sempre e comunque di passaggio.

La Signorina Francia gestisce da sempre l’Old America, aperto nel lontano 1954 insieme alla sorella – mancata nel 1986 – e rimasto fermo nel tempo: un negozio dove si trovano mobili e piccoli oggetti preziosi d’arredo. Il nome l’ha preso da quei film western che piacevano tanto alle sorelle, mentre moquette e tappezzerie verdi, mobili in legno e ceramiche appese alle pareti conservano un sapore inglese. Una scala a chiocciola si avvita verso l’alto, ma non porta più da nessuna parte: con l’aumento degli affitti, Old America ha dovuto rinunciare al piano superiore. La signorina Francia è riconosciuta dai vicini come la vera memoria storica della via in cui una volta, al posto degli showroom, c’erano un fruttivendolo, un prestinaio, un rigattiere, un benzinaio, un droghiere, un parrucchiere. «Nei locali del Paper Moon, quando ero ragazza, c’era la latteria di una signora svizzera, dove si andava a fare colazione prima di cominciare a lavorare». La scomparsa del Bagutta è per la signorina Francia un dispiacere e un’assenza pesante. «Ogni tanto ci portavo delle signore che venivano a trovarmi dall’Inghilterra. Una volta venne in visita Sandro Pertini. C’erano le sartine che applaudivano e salutavano dalle finestre dei piani superiori. Via Bagutta è sempre stata più defilata rispetto alla ‘Montenapo’, dove già negli anni Cinquanta si andava a far la vasca e bisognava stare attenti al portafogli. I ladri li sfilavano e poi li abbandonavano vuoti in Bagutta. Il garzone dell’epoca li raccoglieva per restituirli: non sa che mance si portava a casa». Alessandro Mainieri de L’Orecchino un altro piccolo negozio tra antiquario e gioielleria, sull’altro lato della via qualche civico più in là passa a trovare la signorina Francia: fanno quattro chiacchiere, portano a passeggio lo Yorkshire Terrier della signorina, più fedele di qualsiasi marito.

I bottoni in ottone dipinto che allacciano i suoi vestiti, la signorina Francia li ha sempre acquistati da Re Ottavio, la nota rivendita al primo piano di Palazzo Taverna fondata nel 1935 e riconosciuta Bottega Storica nel 2005. Gli arredi sono rimasti quelli di ottant’anni fa, come l’atmosfera, tra spille e cinture trapuntate di strass e scatole ricolme di bottoni, ma a dirigere il negozio c’è oggi Sergio Coletto, un altro figlio che ha abbracciato le attività di un genitore: «Mio padre aveva iniziato a lavorare qui come garzone ad appena quindici anni» racconta Coletto. «Poi ha rilevato l’attività nel 1949 e ci ha passato mezzo secolo».

Rumors vogliono che anche il palazzo dell’ex imprenditore Zunino, al civico venti, ora in liquidazione, potrebbe trasformarsi in un polo di negozi di lusso. Destino simile quello del Seminario Arcivescovile, i cui immensi spazi, incastonati tra via Bagutta, Sant’Andrea, via della Spiga e Corso Venezia, sembra siano stati dati a Ferragamo, per il progetto di un albergo della Lungarno Collection. L’ufficio stampa mantiene il riserbo.

I Pittori. In via Bagutta e in via Baguttino, dal 1965 ogni primavera e ogni autunno, dipinti, sculture e altre opere sono esposti in vendita per la durata di un fine settimana sabato e domenica. La storica sede di quello che oggi è il Gruppo Culturale Artisti di via Bagutta era al piano interrato di Palazzo Reina: con la cessione da parte del Comune, il Gruppo si è spostato in corso Garibaldi, dove tutto l’anno sono organizzate mostre collaterali alle due principali in via Bagutta. Un tempo alle due manifestazioni prendevano parte anche le istituzioni cittadine, con tanto di banda. Negli ultimi anni è stata registrata una minore partecipazione. Forse a causa di una presidenza, quella dell’ultranovantenne Romualdo Caldarini (19892015), resa stanca dall’età. Dal 2016 a tener le redini c’è Guido Poggiani, che punta all’antico prestigio. «L’Associazione – racconta – conta oggi sessantacinque membri e dieci sostenitori. Gode di ottima salute. Dopo il declino gestionale abbiamo cominciato a pubblicizzare l’evento sui quotidiani e siamo tornati ad avere buona affluenza di pubblico». Alcuni negozianti la vivono come una festa, altri ne farebbero a meno. Poggiani guarda dritto: «Via Bagutta per noi è il punto di partenza e di continuità, di importanza vitale per rivivere una storicità che sta scomparendo ma non è il punto di arrivo».

Text Alessandra Lanza

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