ANDREA BIANCONI, PARADISO TERRESTRE, 2017
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Una famiglia boema in fuga in Tirolo, vetro che sembra nato dalla Terra

Maria Callas alla Scala, al collo cristalli rossi: una forma cristallina cubica di biossido di zirconio artificiale, un diamante sintetico ottenuto in laboratorio

Nel villaggio ceco Jiřetín pod Bukovou vivono oggi meno di 500 abitanti. Si trova sui Monti Iser, nella catena dei Sudeti, a pochi chilometri dal confine polacco. La lavorazione di vetro e gioielli per secoli è stata una delle attività principali in questi territori, fino a quando i conflitti tra nazionalisti tedeschi e cechi e l’espulsione dei tedeschi dalla Boemia dopo la Seconda guerra mondiale svuotarono molte città della zona e bloccarono diverse attività produttive. A ricordare l’attività vetraia restano alcune aziende, musei e un cimitero con le spoglie di famiglie di vetrai, dove non sarà difficile trovare il cognome Swarovski, un tempo molto diffuso in Boemia.

A fine Ottocento Daniel Swarovski e Franz Weis impiegarono due giorni per percorrere i 460 chilometri che separavano Jiřetín pod Bukovou, dove erano nati, da Wattens, in Tirolo. Questo paesino austriaco di settemila abitanti nella provincia di Innsbruck è ormai un tutt’uno con il nome dell’azienda che i due boemi vi fondarono nel 1895: Swarovski. Ventinovemila dipendenti nel mondo, quasi cinquemila dei quali nella sede austriaca, store in 170 paesi e un fatturato annuale di oltre 3,5 miliardi di euro. La decisione dei due uomini di affittare una fabbrica abbandonata di abbigliamento per iniziare qui questo tipo di attività fu vista con sospetto dai locali. Qualcuno di loro ci trattò persino con un certo riserbo, scrisse Daniel Swarovski nei suoi diari, non potevano capire il nostro desiderio di insediare la nostra attività in quel villaggio. Su queste montagne allora nessuno tagliava il vetro per farne gioielli. 

Daniel Swarovski era nato in una famiglia di artigiani che lavorava manualmente il vetro da applicare su spille e fermagli. Egli si interessò presto ai cristalli. Studiò a Parigi e Vienna, dove nel 1883 visitò la Electricity Exhibition. Nel 1891 Daniel Swarovski depositò il brevetto di una macchina che tagliava i cristalli con una precisione tale da farli assomigliare a diamanti. Quattro anni dopo ne brevettò un’altra che credeva avrebbe rivoluzionato il mondo della moda. Con l’amico e cognato Weis, portò in Tirolo questa sua invenzione per evitare che qualcuno gliela copiasse. In Boemia i concorrenti in grado di farlo erano molti, in Tirolo no. Questo territorio era ricco d’acqua, necessaria per azionare le nuove macchine. Il simbolo dell’azienda all’inizio fu una stella alpina, oggi è un cigno. 

Nonostante tra i primi clienti figurasse la regina Vittoria, quando a Daniel Swarovski veniva chiesto quale fosse il suo principale obiettivo rispondeva: Voglio creare un diamante per ogni donna. Il diamante era l’ornamento più ambito dalla nobiltà europea nell’Ottocento, usato per decorare scarpe, braccialetti, spille e polsini. Atomi di carbonio in reticolo cristallino disposti secondo una struttura tetraedrica, prodotti tra i 150 e i 200 chilometri di profondità. Queste minuscole cattedrali di carbonio, senza concorrenti nell’Ottocento, non avevano fatto i conti con due svolte portate dal nuovo secolo: la scomparsa della nobiltà a fronte della crescita della borghesia e della classe media urbana da un lato e la creatività umana supportata dalle nuove tecnologie dall’altro. La macchina progettata da Daniel Swarovski era in grado di levigare e tagliare il vetro con una precisione tale da creare cristalli in tutto simili a quelli prodotti dal manto terrestre. 

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FRAME DA INSIDE SWAROVSKI – CREAZIONE DI UN GIOIELLO

Negli stessi anni in cui Daniel imparava a levigare e tagliare il vetro manualmente nella bottega del padre, a Parigi iniziava una rivoluzione che avrebbe presto incrociato quella dei cristalli Swarovski: la nascita del business dell’alta moda a servizio della borghesia urbana, la presa di coscienza del proprio ruolo da parte dei sarti, che dopo aver cucito un abito su misura pretendevano di lasciare nelle pieghe interne la propria firma, scritta su un bigliettino. Tra questi Charles Frederick Worth, la cui House of Worth fu la prima casa di moda a fiutare il potenziale di quelle ‘Pierres Taillées du Tyrol’, pietre tagliate in Tirolo. Swarovski cominciò a rifornire tutti i maggiori sarti parigini dell’epoca. Lo scintillio dei cristalli non aggiungeva soltanto fascino agli abiti, ma a seconda di come veniva impiegato poteva sottolineare le grazie dei movimenti, assecondare le forme del corpo femminile, restituire una sempre diversa visione dello stesso abito: erano gli anni del Jazz e niente poteva restare troppo a lungo uguale a se stesso. Anche la tecnologia e le tecniche di pulitura e taglio dell’azienda continuavano a migliorare, permettendole di sopravvivere a due guerre e ad alcune scelte politiche sbagliate. Un amico di famiglia e grossista americano, Ernest Loewenstein, aveva ammassato un’enorme quantità di pietre Swarovski oltreoceano, all’alba della Seconda guerra mondiale: una scorta che fu costretto a tenere in banca.

Il giovane Daniel fu apprendista in una bottega artigianale di fibbie, dove imparò sul campo come i cristalli che realizzava venissero utilizzati negli ornamenti e nella gioielleria. Il mondo dei gioielli è stato quello in cui Swarovski ha stabilito gli scambi più fecondi, negli anni in cui l’alta moda portava il settore a livelli di originalità mai conosciuti prima – Maison Gripoix, Francis Winter, Roger Jean-Pierre, Christian Dior, Elsa Schiaparelli e Valentino. Una di queste individualità fu quella portata in scena da Maria Callas nei panni di Violetta, per La Traviata al Teatro alla Scala con regia di Luchino Visconti nel 1955: per lei Ennio Marangoni creò una serie di gioielli con cristalli rossi Swarovski.

Negli anni Cinquanta la svolta, con l’idea di vendere anche ai clienti finali, passando dal ruolo di fornitori delle case di moda e di gioielli a marchio. Nel 1956, lo stesso anno in cui Daniel mancava, a 93 anni, suo nipote Manfred creò Aurora Boreale, un cristallo che convinse Christian Dior ad adottarlo nelle sue creazioni. Nel 1962 Marilyn Monroe chiese a Jean Louis di crearle un abito con cui avrebbe cantato Happy Birthday al presidente John F. Kennedy in Madison Square Garden: trasparente, tempestato di Swarovski, battuto all’asta da Christie’s a fine millennio per 1,26 milioni di dollari.

La visibilità ottenuta negli anni Cinquanta permise all’azienda di osare in altri campi: a quei tempi il mondo dei cristalli assomigliava a una landa vergine in attesa di qualcuno che la diversificasse. All’inaugurazione del nuovo Metropolitan di New York, il 16 settembre 1966, la prima ovazione del pubblico fu per Sputnik, realizzato da Hans Harald Rath a Vienna. Il lampadario era un insieme di tubi di ottone provenienti da un centro nero e culminanti con un’esplosione di stelle: per realizzarlo erano stati impiegati 49mila cristalli Swarovski. Partendo da alcune componenti del lampadario avanzate in fase di produzione, Gernot Langes-Swarovski spronò alcuni dipendenti a realizzare un piccolo topo di cristallo. All’inizio sembrava un capriccio. Tutto cambiò quando il topo venne distribuito come souvenir agli atleti delle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1976. Quegli animali di cristallo divennero manufatti da collezione, assieme a una specifica produzione di analoghi souvenir. Dalla cultura di massa al design firmato Ettore Sottsass, Stefano Ricci e Alessandro Mendini, la luce – I designer moderni puntano la loro attenzione su beni funzionali, tecnologici che sono l’essenza della vita moderna, come i telefoni, le automobili, i frigoriferi, scriveva la storica del design Penny Sparke, mentre tagliare cristalli continua ad abitare i più marginali mondi della moda, della bigiotteria e dell’opulento mondo dell’arredamento di interni, abbandonati ai sensi e al non moderno

Le percentuali di vetro e piombo utilizzate per la produzione del cristallo Swarovski sono un segreto industriale, così come le tecniche di taglio messe a punto dal fondatore e nei decenni perfezionate. Queste tecniche furono presto utilizzate anche per il taglio di pietre preziose autentiche. Nel 1974 Swarovski introdusse sul mercato la prima cubic zirconia, una forma cristallina cubica di biossido di zirconio artificiale: in altre parole un diamante sintetico ottenuto in laboratorio. Solo un occhio esperto al microscopio poteva distinguerle. A gestire l’azienda oggi è la quinta generazione della famiglia, nella persona di Nadja Swarovski. Oltre alla gioielleria e al mondo della moda, i cristalli Swarovski vengono utilizzati per creare oggetti di design e ottiche di precisione.

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