SALVATORE FERRAGAMO – SUSTAINABLE CRAFTMENSHIP
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Tintura e filatura – alcune soluzioni sostenibili sono più realistiche di quanto si creda?

Seta, Bisso, canapa, cocciniglia e robbia. La combinazione delle materie prime soddisfa il mercato e presenta risposte alle esigenze ambientali del futuro. Parola a Stefano Panconesi

Da pratica artigianale, il processo di coloritura delle fibre tessili è divenuto una scienza. Il processo naturale inizia tramite l’immersione dei tessuti in un bagno acquoso ad alta temperatura in cui viene disciolto il colorante, liquido o secco se esposto in una stufa o al sole. È necessario pretrattare, ‘mordenzare’ il tessuto tramite sale di origine minerale, o tannini di origine vegetale, per far sì che la struttura chimica della fibra si leghi a quella del colorante. Nonostante la disponibilità degli industriali a riconsiderare le proprie attività seguendo un’ottica legata al naturale, può accadere che la mancata esperienza in materia rallenti o ostacoli il processo di cambiamento. Esiste la possibilità che esperti del settore, offrendosi come anello di congiunzione tra l’attività e la ricerca scientifica, subentrino all’interno della squadra di lavoro con l’obiettivo di sviluppare nuovi modelli organizzativi. Lo scopo della consulenza non è solo quello di consigliare azioni pratiche, ma di trasmettere all’industria nozioni e consapevolezze sul proprio potenziale nel mercato sostenibile.

Stefano Panconesi, fiorentino, è ispettore GOTS e da oltre trent’anni si occupa di rendere possibile l’applicazione della tintura naturale nel circuito industriale. Il suo lavoro parte dallo studio del materiale grezzo, che può essere fornito dal cliente o ricercato insieme, muovendosi tra fibre tessili organiche e naturali come lana, seta, lino, canapa, dopodiché viene creata la cartella colori, che può avere come punto di riferimento quelli che l’azienda indica come punti di partenza. A forma intera, a taglio tisana e in estratto: dopo aver scelto una tipologia di colorante, il passo successivo è il bagno campione e la verifica della solidità alla luce, al sudore, allo sfregamento. Una volta nato il prodotto, viene creata una strategia di marketing e il packaging per la presenza alle fiere di settore, alla quale deve essere comunicato il processo produttivo. «Cerco di far comprendere all’industria l’importanza delle materie prime organiche. Si può tingere con i coloranti naturali senza cambiare le macchine, senza stravolgere la lavorazione, utilizzando ciò che già si possiede. La differenza tra artigianalità e industria sono i numeri. Si tratta di mettere a punto una ricetta che permetta di tingere una quantità controllata di capi. Dall’anno scorso l’industria della moda ha cominciato a comprendere le potenzialità del colorante naturale. Fino ad allora c’era una mancanza di accettazione di alcune sue prerogative: standard di resistenza alla luce più basso dei colori sintetici, minore unitezza del colore, difficoltà di ripetizione. Oggi possiamo ancora ammirare i colori degli arazzi del Quattrocento e del Seicento. C’è un motivo: all’epoca esisteva l’abitudine di custodire i tessuti fino all’utilizzo successivo, riponendoli dentro dei bauli. Occorre comprendere i limiti delle cose e di riadattare le nostre abitudini».

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SALVATORE FERRAGAMO – SUSTAINABLE CRAFTMENSHIP, COLORAZIONE DEI TESSUTI CON TINTE NATURALI

In riferimento al Sandalo del 1938 di Salvatore Ferragamo in capretto dorato, strati di sughero e camoscio policromo, realizzato per Judy Garland: «Tre anni fa, nel 2017, il reparto di ricerca dei materiali di Ferragamo mi ha proposto di riprogettare l’iconico sandalo utilizzando materiali esclusivamente naturali. La scelta è caduta sul cotone organico e dopo uno studio del sandalo originale in pelle tinta, ho svolto una ricerca cromatica. Approvata la cartella colori, abbiamo tinto le fibre in una tintoria della zona. A quel punto il team di Ferragamo si è presentato nel mio laboratorio per registrare la mia lavorazione assieme alle ragazze che lavoravano all’uncinetto e il falegname che lavora al tacco e alla confezione».

Poggiando la propria ricerca sul confronto con maestri tintori che Panconesi incontra lungo i suoi viaggi e sulla consultazione di manuali d’epoca, emerge lo spessore dell’arte della tintura delle fibre tessili, che ha origine dallo sviluppo delle popolazioni nate in prossimità dei fiumi e dei mari, delle tecniche adottate per la filatura e la tessitura. Se i Cinesi e i Giapponesi erano esperti nella tintura della seta, gli Egizi tingevano principalmente il lino, gli Assiro Babilonesi la lana, gli Indiani il cotone, i popoli dell’America centro-meridionale le lane di alpaca e vigogna, mentre i nativi del Nord la iuta, il pelo e le pelli di montone. Il mondo antico esaltava l’utilizzo dei colori: dei rossi, oltre al Robbia, ottenuto dalle radici essiccate delle Rubiacee dell’Europa Meridionale, c’era la Cocciniglia, originaria del Messico, America Centrale e Canarie che si ricavava da un insetto parassita di alcuni cactus, essiccato e polverizzato; a produrre sfumature dal viola al blu scuro fino al nero era il Campeggio, estratto nelle Indie Orientali dalla corteccia di una leguminosa, il Mallo di Noce, l’Indaco, che è uno tra i coloranti più antichi, estratto dalle foglie di leguminosa indiana tramite il processo al tino. Conosciamo le tinte gialle dell’Annatto, ottenuto dai semi rossi dei baccelli di una pianta originaria del Sud America, della Curcuma e dello Zafferano, ricavato dagli stigmi del fiore di una pianta coltivata in Asia Minore e nel bacino del Mediterraneo.

Con lo scopo di recuperare e trasmettere tali conoscenze e tecniche millenarie, nel 2011 Panconesi fonda Casa Clementina assieme all’architetto Sissi Castellano; uno spazio storico riqualificato di inizio novecento per la didattica sulla tessitura e tintura naturale. All’interno creativi e artigiani di culture diverse trovano un’occasione di apprendimento e scambio. «Da alcuni anni accogliamo quattro, cinque studenti interessati ad approfondire degli studi specifici. Nel progetto formativo di Casa Clementina, anziché lavorare per salvare le piccole identità locali, le si crescono e le si trasformano».

L’emergenza climatica ha spinto verso una reinterpretazione del colore, che a partire dagli anni Sessanta smette di essere un bene di lusso per divenire un bene di consumo (Falcinelli, R. Cromorama, ed. Einaudi, 2017, p 125). Per far sì che gli sforzi non vengano vanificati, l’industria deve rispettare l’idea di un’economia circolare che prevede che i prodotti creati si inseriscano all’interno di un ciclo continuo di riciclaggio e riutilizzo. «Credo che oggi la fibra massima a cui si deve aspirare sia quella organica. È il punto di partenza. Cotone, lana, lino o canapa, glicine, ananas, juta, bambù, la ginestra e molti altri: alcuni consentono una produzione a larga scala, altri più ridotta, ma l’impiego di ciascuno consente al prodotto di poter tornare a essere quel che era dopo essere stato gettato».

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SALVATORE FERRAGAMO – SUSTAINABLE CRAFTMENSHIP, RAINBOW SANDAL

Secondo dei dati riportati su Il Sole 24 in un articolo del 2019, Il potenziale della filiera tessile ecologica spingerà la produzione mondiale di indumenti di questo genere a crescere del 63% entro il 2030. Il 55% degli italiani sarebbe disposta a pagare di più fino al 25% per capi d’abbigliamento prodotti in fibra e tinta naturale. Nello stesso anno, Ansa riportava le stime Cia, secondo la quale la produzione di lino, canapa, gelso da seta che in Italia coinvolge circa 2mila aziende agricole, potrebbe triplicare attraverso il coinvolgimento, per la tintura dagli scarti dell’agricoltura, delle 3mila imprese produttrici di piante officinali e camomilla. Questi dati, sono il risultato di un consolidamento della consapevolezza dei consumatori, che a partire dagli anni Novanta hanno richiamato il design e il sistema di produzione industriale a una maggiore sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali. La filiera del tessile è risultata essere la seconda industria più inquinante al mondo, consumando, per la sola tintura dei tessuti, tra i sei e i nove trilioni di litri d’acqua all’anno di cui la maggior parte diventa acqua di scarto, dunque non potabile. La causa sta nell’utilizzo delle tinte sintetiche, non biodegradabili perché a base di petrolio, di agenti tossici per fissare i coloranti sui tessuti e nel rilascio di grandi quantità di tutte queste sostanze nell’ecosistema circostante durante la fase di dismissione.

In risposta, parallelamente allo sviluppo di numerose iniziative per garantire la tracciabilità delle materie prime e un controllo sui processi di lavorazione dei prodotti come ad esempio la Campagna Greenpeace Detox, promossa dal 2011 al 2020, ideata per incentivare Brand della Moda a lavorare in sinergia coi propri fornitori e rendere la propria filiera produttiva eco-sostenibile, l’industria tessile e della moda si sono aperte alla ricerca di metodi di colorazione sostitutivi, capaci di rispettare i parametri qualitativi che determinano la valutazione del prodotto finale.

L’attenzione si è rivolta verso i coloranti naturali e sono state sviluppate diverse attività di ricerca per nuove fonti da cui ottenere il pigmento. Estratti da risorse rinnovabili, vegetali e animali, i coloranti naturali costituirebbero una soluzione sia alle problematiche legate allo smaltimento e dunque all’impatto sull’ambiente, che al crescente numero di dermatiti allergiche dovute al contatto con i coloranti sintetici. Oltre alle funzioni benefiche e curative, l’impiego dei coloranti naturali promuove la ricerca di nuovi addensanti, come la gomma guar (ricavata dalla macinazione dei semi di una pianta tipica dell’India), l’amaranto e l’amido germinato, e mordenti di origine naturale, perciò biodegradabili, come il Catechu (un estratto dal legno del cuore di Acacia Catechu), il Tamarindus (tannino estratto dalla frutta secca) e succo di limone.

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