TERRENI ADIBITI ALLA COLTIVAZIONE DELLA SOIA
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La fine dell’agricoltura intensiva: il caso della soia in Brasile

Si deve parlare di agricoltura circolare: serve educare e coinvolgere le persone, spiegare come ogni nostra singola abitudine di alimentazione sia da modificare

La coltivazione intensiva di soia minaccia la foresta amazzonica. In meno di 10 anni, la produzione di soia ha visto un incremento del 123% in alcuni Paesi sudamericani, trasformandosi nella principale causa di deforestazione in Amazzonia. Ogni anno, in un’area situata tra Brasile, Bolivia, Paraguay, Uruguay e Argentina (conosciuta con il nome di Repubblica della Soia) vengono distrutti oltre 1,5 milioni di ettari di foresta, per far spazio alle coltivazioni intensive di soia. Il 6% della produzione globale di soia è destinato al consumo umano, il 76% a diventare mangime per gli allevamenti intensivi. «La produzione di soia è stata identificata come causa per la conversione delle foreste, principalmente in Brasile e Bolivia». Sostiene Eva Alessi, responsabile Consumi Sostenibili e Risorse Naturali di WWF Italia: «A questo vanno aggiunti gli impatti esterni della produzione di soia, come l’inquinamento dei corsi d’acqua da prodotti agrochimici e l’erosione del suolo, hanno anche avuto anch’essi un impatto sugli ecosistemi naturali».

Il principale acquirente della soia proveniente dal Brasile è la Cina; si calcola che, tra 2016 e 2017, il 77% della produzione di soia brasiliana è stata destinata al Paese asiatico. Una percentuale in crescita, dato che il Brasile è andato a riempire il vuoto lasciato dalle esportazioni di soia precedentemente provenienti dagli Stati Uniti, ridottesi in seguito alla guerra commerciale tra Washington e Pechino. Gli Stati Uniti erano, infatti, insieme al Paese Sudamericano, i principali esportatori di soia mondiali: tra 2016 e 2017, le due potenze insieme esportavano l’83% della soia sul mercato. Quando la Cina ha scelto di non servirsi più del prodotto proveniente dagli USA, il Brasile si è trovato a dover rispondere a un forte aumento della domanda di soia.

A tale aumento il Paese ha fatto fronte con lo sfruttamento intensivo della foresta Amazzonica. La soia è coltivata attraverso un sistema chiamato “taglia e brucia”: l’Amazzonia è disboscata, il terreno bruciato, e successivamente vi vengono installate le piantagioni. Questo metodo estremamente invasivo di coltivazione è uno dei responsabili (insieme al cambiamento climatico) delle centinaia di migliaia di roghi che ogni anno invadono il polmone verde del mondo. Nel solo mese di giugno 2020, in Amazzonia si sono registrati 2.248 incendi, il 18,5% in più rispetto a giugno dello scorso anno. A ciò bisogna aggiungere che, una volta installate le piantagioni, esse vengono coltivate attraverso l’impiego di pesticidi e fertilizzanti che danneggiano gravemente l’ecosistema. Essi penetrano nel suolo e si riversano nei corsi d’acqua che attraversano la foresta, nel Rio delle Amazzoni e nei suoi affluenti.

Oltre alla domanda crescente di soia, la seconda causa del disboscamento della foresta amazzonica è far posto a pascoli per allevamenti intensivi. Il Brasile è anche un esportatore di carne: nel solo 2018 il Paese ha esportato circa 1,64 milioni di tonnellate, l’11% in più rispetto al 2017. Le regioni adibite al pascolo, come Mato Grosso e Minas Geráis, sono, insieme alle zone dove viene coltivata la soia, quelle maggiormente colpite da incendi. Secondo GreenPeace: «Negli stati di Rondônia e Pará, gli incendi mostrano l’avanzata dell’agricoltura industriale, spesso per far spazio a pascoli per il bestiame e colture, soia in particolare, destinate alla mangimistica». Il 75% dei territori colpiti dai roghi, nel 2017 erano occupati dalla foresta.

Lo sfruttamento intensivo delle risorse dell’Amazzonia è aumentato in seguito alla vittoria alle elezioni presidenziali del sovranista Jair Bolsonaro, l’1 gennaio 2019. Al contrario dei suoi predecessori, che tentavano di mediare tra le richieste del settore agroindustriale e le esigenze dell’ambiente, l’attuale Presidente brasiliano deve la sua vittoria proprio ai fazendeiros, gli esponenti del mondo agricolo, ai quali fa continue concessioni. Quando, durante lo scorso anno, il mondo intero guardava scioccato le immagini dell’Amazzonia in fiamme, Bolsonaro affermava: La foresta non è devastata e gli incendi non sono così pericolosi da temere il peggio. Inoltre, agli inizi della sua carriera aveva minacciato di unire il Ministero per l’Ambiente a quello per l’Agricoltura: tale manovra avrebbe avuto la conseguenza di eliminare uno degli organismi il cui compito è proprio la difesa dell’ecosistema. Questo proposito è stato alla fine messo da parte, ma una nuova decisione ha fatto scalpore: quella di affidare il Ministero dell’Agricoltura a Tereza Cristina, esponente della Bancada Ruralista, che difende i grandi proprietari terrieri. Inoltre, nel corso del suo mandato Bolsonaro ha dichiarato di voler bandire le ONG che operano nella foresta, smantellare la legislazione vigente e aprire l’Amazzonia al libero mercato dei taglialegna: «È un errore affermare che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità. È un malinteso, confermato dagli scienziati, sostenere che le nostre foreste amazzoniche sono i polmoni del mondo».

FORESTA AMAZZONICA, PHOTOGRAPHY LUCIANA MACEDO

Oltre all’ambiente, vi è una seconda vittima della politica di sfruttamento intensivo dell’Amazzonia: le popolazioni indigene che vivono in questo territorio. La Costituzione federale del Brasile, emanata nel 1888, considera i territori indigeni una proprietà dello Stato, concessi però per usufrutto alle popolazioni autoctone, per diritto originario. Tali terre non possono essere sottratte ai popoli che le abitano. Tuttavia, il governo Bolsonaro ha fatto il possibile per aggirare l’ostacolo. Per esempio, riducendo il campo d’azione del FUNAI (Fundação Nacional do Indio), privandolo del compito di delimitare territori indigeni non ancora identificati. Infatti, se non vengono identificate come indigene, queste terre possono essere sfruttate per la coltivazione intensiva, anche se abitate da popoli autoctoni. Un tweet di Bolsonaro del 2 gennaio 2019 recita: «Più del 15% del territorio nazionale è delimitato come terra indigena (…). Meno di un milione di persone vivono in questi luoghi isolati del Brasile, sfruttati e manipolati dalle ONG. Insieme, integriamo questi cittadini e valorizziamo tutti i brasiliani».

L’esempio della soia mostra che il mancato ripensamento dell’industria alimentare non è privo di conseguenze, e a farne le spese saranno tanto l’ambiente quanto gli esseri umani. Per quanto riguarda l’Amazzonia, oggi è stata disboscata del 15% rispetto allo stato iniziale. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha calcolato che: «Superando la soglia del 25 per cento, non ci saranno abbastanza alberi per mantenere l’equilibrio del ciclo dell’acqua. La regione attraverserà un punto critico, evolvendo verso la savana». A livello globale, si ritiene che entro il 2050 la vita di 5 milioni di persone ogni anno verrà messa a rischio per via di problemi connessi alla produzione alimentare industriale.

Nei Paesi sviluppati i cittadini optano per un cambio di dieta che tende alla sostituzione delle proteine di origine animale con proteine a base vegetale. Negli Stati Uniti, la richiesta di bevande vegetali è cresciuta del 61% in 5 anni, mentre la domanda di carne di manzo è diminuita del 14%. Ciò è reso possibile anche dagli sviluppi tecnologici della società. La tecnologia offre possibilità nuove, come la Beyond Meat, che sostituisce la carne con prodotti vegetali. Tali alternative alla carne e ai prodotti caseari rappresentano una valida opzione rispetto agli allevamenti intensivi per sfamare una popolazione globale in crescita. Anche alcune grandi multinazionali hanno iniziato un processo di riconversione. Kentucky Fried Chichen ha recentemente annunciato il lancio delle prime crocchette di pollo prodotte in laboratorio, tramite la tecnica di bioprinting, partendo dunque da cellule di pollo e da materia vegetale. Tale innovazione verrà testata per la prima volta in Russia. Raisa Polyakova, General Manager di KFC Russia ha affermato: «Alla KFC stiamo monitorando da vicino tutte le ultime tendenze ed innovazioni facendo del nostro meglio per stare al passo con i tempi introducendo tecnologie avanzate nelle nostre reti di ristoranti. I prodotti a base di carne sono il prossimo passo nello sviluppo del nostro concetto di ‘ristorante del futuro’. Il nostro esperimento nel testare la tecnologia di bioprinting 3D per creare prodotti a base di pollo può anche aiutare a risolvere diversi problemi globali incombenti».

Secondo il rapporto Cities and Circular Economy for Food, tale cambio di paradigma avverrà nelle città, perché proprio in esse entro il 2050 verrà consumato l’80% delle risorse alimentari globali. Le misure che possono essere messe in atto sono innumerevoli. Innanzi tutto, spostare la produzione agricola introno alle città dove gli alimenti saranno consumati, limitando così i costi dei trasporti delle materie prime (e limitando di conseguenza l’inquinamento connesso alla mobilità). Le innovazioni tecnologiche permettono oggi di produrre fertilizzanti e pesticidi di natura organica, che non vadano a minacciare la salute dell’uomo e dell’ambiente. Strategie possibili sono una maggior diversificazione delle colture in un determinato terreno, che lo rendono più fertile, e un crescente impiego dei rifiuti organici per concimare il suolo, in modo da ridurre gli sprechi.

Oggi, l’industria della carne e l’industria casearia sono responsabili del 14% delle emissioni di gas serra a livello globale. L’agricoltura intensiva produce ogni anno tra il 10 e il 12% di emissioni. L’industria alimentare attualmente dominante si fonda su un’economia di tipo lineare, basata sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Tale sistema economico ha permesso di soddisfare le richieste della popolazione mondiale durante il boom demografico, mentre oggi emergono gli svantaggi di questo modello. Pesticidi e fertilizzanti sintetici aggravano l’inquinamento dell’aria, contaminano il suolo e rilasciano sostanze chimiche nelle riserve d’acqua. Un secondo fattore che dimostra la non sostenibilità del sistema produttivo alimentare industriale è lo spreco. Secondo i dati UNICEF, nel 2018 nel mondo 1 persona su 9 soffriva la fame. Al contempo, ogni secondo l’equivalente di sei autocompattatori pieni di cibo edibile è gettato via. Il rapporto annuale ONU The State of Food Security and Nutrition in the World 2018 pone l’accento sull’urgenza di riformare il sistema produttivo alimentare: Se vogliamo un mondo senza fame e malnutrizione in tutte le sue forme entro il 2030, è imperativo accelerare e intensificare gli interventi per rafforzare la capacità di resistenza e di adattamento dei sistemi alimentari e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni in risposta alla variabilità climatica e agli eventi meteorologici estremi.

Oltre all’inquinamento e ai rifiuti, lo studio valuta i costi di un sistema produttivo alimentare di tipo lineare. Alle condizioni attuali, per ogni dollaro speso in cibo la società paga due dollari in termini di costi ambientali, sanitari ed economici. La metà di tali costi riguarda le conseguenze sociali del sistema produttivo, come malnutrizione e obesità. L’altra metà invece deriva direttamente dal modo in cui oggi il cibo è prodotto. Alcuni esempi pratici: l’esposizione a lungo termine a pesticidi (anche a bassi livelli) è connessa a un aumento del rischio di cancro, depressione e disturbo di deficit di attenzione. Altri costi connessi alle malattie causate dall’inquinamento dell’acqua. La contaminazione delle falde acquifere causa, per esempio, la diarrea, che in alcune regioni del mondo è la principale causa di mortalità infantile. 

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