ÉRIC ANTOINE, ELEPHANT KISS, GALERIE BERTHET AITTOUARÈS
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

Sin-cero, in latino senza cera. Simulazione ne è il contrario

Quando gli errori nelle statue di marmo erano corretti con la cera: una statua senza ritocchi era sincera, per fattura e commissione. Contraffatto è perfetto in maniera fasulla

Sincero, dal latino senza cera. Nell’antichità si rimediavano con questo materiale duttile e plasmabile le statue marmoree riuscite male. Si nascondevano i difetti o si colmavano le fratture visibili e i segni di taglio sul marmo. Accadeva spesso, a causa di una damnatio memoriae dovuta ad avvicendamenti al potere o ad altro, che la testa originale di una scultura raffigurante un personaggio pubblico o un committente privato doveva essere sostituita.

Esistevano fior di atelier plastici organizzati in maniera proto-industriale ad Atene, dove i patrizi romani tradizionalmente vivevano una full immersion formativa per la loro educazione e cultura, se volevano entrare nella carriera politica. Qualcosa di simile al viaggio di studio e di piacere in Continente, che i giovani gentiluomini britannici avrebbero affrontato dall’epoca elisabettiana in poi. [Una digressione: l’usanza del Grand Tour europeo, richiamato qui come evoluzione futura di quanto era simile usanza per i romani in terra di Grecia, fu desiderata da William Cecil. Primo barone Burghley, consigliere della Regina Vergine, William Cecil ricoprì per due volte la carica di Ministro degli esteri e, nel 1572, Ministro delle finanze britannico. Maestro dell’infingimento, cortigiano e stratega, si occupò dei rampolli dell’aristocrazia inglese rimasti orfani prima di aver raggiunto la maggiore età, amministrandone il patrimonio, controllandone la crescita e l’educazione, grazie alla nomina, nel 1561, all’incarico di presidenza della Court of Wards and Liveries, dove era succeduto a Thomas Parry].

Tornando all’età greco-romana, succedeva spesso che il corpo di una statua più o meno celebrativa era concepito in modo seriale, lasciando solo al volto il compito di personalizzazione. In particolare, nei primi secoli repubblicani dell’urbe, l’usanza di un Grand Tour ellenico con souvenir-portrait annesso divenne un passaggio obbligato. Sincero è un termine che va considerato come opposto al contraffatto, a qualcosa che risulti polito e perfetto ma in maniera fasulla, grazie a posticci, a trucchi del mestiere e alterazioni. Simulazione è l’esatto contrario di sincero. «Molta arte è il prodotto della simulazione – afferma Umberto Raucci, della galleria Raucci Santamaria di Napoli – ma sincero può essere il processo che la determina, conseguente alle esperienze, ai pensieri e alle dinami che legate all’opera. Distinguere quella linea di demarcazione che rende l’opera sincera e non di univoca simulazione, è difficile, perché, in ogni caso, come un placebo soddisfa le nostre aspettative convincendoci della sua genuinità. La sensibilità di ognuno può guidarci al grado di lettura delle opere e alla decifrazione dei codici e dei processi in esse contenuti. In soccorso a queste asserzioni mi viene in mente il lavoro di Mat Collishaw – Untitled, 1993 – costituito da un disco di metallo come un light box, al cui interno è celato un meccanismo che svela o nega un’immagine. L’immagine in questione è caravaggesca: la foto di una testa di medusa che ritrae il volto dell’artista incorniciato da serpenti aggrovigliati. La relazione tra il mezzo fotografico e le connotazioni mitiche della medusa è immediata: avvicinandosi all’immagine sbiadita, il meccanismo elettronico di un sensore trasforma l’immagine percepita in uno specchio.

’Il disegno è la sincerità nell’arte. Non ci sono possibilità di imbrogliare‘, ripeteva Salvador Dalì, privilegiando l’ispirazione di getto, il primato dell’azione diretta, la forza del poiein dell’artista. Secondo questa visione, non è possibile mentire attraverso il disegno. I tratti lenti della matita sulla carta, raccontano un’analisi dopo l’altra. Ipocrisia, cantava con un gorgheggio di velluto scuro quasi mediorientale Angela Luce, al Festival di Sanremo nel 1975. Le risponde idealmente una hit sanremese di Arisa, che trionfò nel 2009 con un refrain iper-pop, di quelli che non perdonano: «Sincerità, un elemento imprescindibile per una relazione stabile».

Francesco Vezzoli, tra il 2011 e il 2012, nella serie Antique not Antique, ha giocato una partita di echi e reazioni, usando classico e neoclassico in totale parità come una fonte davanti alla quale l’iconografia contemporanea prende posizione. Sono autoritratti che sembrano seguire quell’antica prassi dell’appropriazione di un’opera plastica a una nuova identità, che determina il tema di sincero, attraversando personificazioni differenti, quali l’imperatore Adriano, il suo favorito Antinoo, un satiro, oppure un antico romano piangente. Composizioni di epoche, di soggetti e repertori che miscelano torsi, marmi acefali che raffigurano togati e frammenti assortiti di scultura romana, come un piede dalle unghie laccate di rosso e un lekythos ellenico del quarto secolo avanti Cristo, a opere sette-ottocentesche e altro ancora. ‘Nell’arte – osserva Benedetto Croce

in La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte (1893) – tutta la realtà naturale e umana, ch’è bella o brutta secondo i punti di vista relativi, diventa bella, perché è appercepita come realtà in generale, che si vuole vedere espressa completamente. Tutti i personaggi, tutte le azioni, tutti gli oggetti, entrando nel mondo dell’arte, perdono (artisticamente parlando) le qualificazioni che sogliono avere per ragioni diverse nella vita reale, e son giudicati solo in quanto l’arte li ritrae più o meno perfettamente. Calibano è un mostro nella vita, ma non è più un mostro come figura d’arte’. ‘La sincerità è l’arte di pochi – conferma un vecchio adagio – fingere l’arte di tanti’. Per non parlare degli ipocriti, un’altra categoria assai diffusa. Una sorta di meta-sincerità, di lettura altra di sé, permea l’approccio espressivo di Roberto Cuoghi, nella sua riflessione sull’identità come luogo di metamorfosi. Una ricerca che si esplicita negli autoritratti che l’artista ha realizzato negli ultimi anni, in cui egli trasfigura il concetto stesso di self-portrait, proponendo un’immagine di sé ogni volta diversa, nell’età, nella fisionomia e nei riferimenti. Disegno e pittura, per Cuoghi diventano piattaforma di sperimentazione. Tramite l’impiego integrato di materiali e supporti, esplora la dimensione ibrida delle immagini, ponendo l’accento sul concetto di metamorfosi non soltanto dal punto di vista tematico, ma anche rispetto alla natura materiale dei suoi lavori.

Il Rinascimento è pieno di vicende degne di un romanzo d’appendice. Di una tra le più atroci è suggello un dipinto di Raffaello Sanzio, oggi alla Galleria Borghese a Roma. Si svolge a Perugia, città della quale nel 1438 diventa signore Braccio I Baglioni. Alla sua morte, nel 1479, si scatenano nel casato lotte interne per conquistare la supremazia. I Baglioni sono come gli Atridi, spinti dalle loro ambizioni verso un destino tragico. Il fatto avviene a Perugia, nella notte del 14 luglio 1500. Astorre I Baglioni, subito dopo la celebrazione pubblica del suo matrimonio con Lavinia Colonna, alleanza che sanciva la posizione raggiunta, fu ucciso nel sonno a fil di spada da Grifonetto Baglioni, figlio di Atalanta e di Grifone, secondogenito di Braccio, aiutato da un gruppo di congiurati. Assieme ad Astorre, furono trucidati senza pietà la sposa novella e i rimanenti maschi del casato, Guido I e Rodolfo I. Tutti avevano partecipato alla cerimonia e al banchetto, augurando agli sposi ogni fortuna. Fu un bagno di sangue, un incrocio tra il Macbeth e Kill Bill. Una linea di violenza che la storia indica come le Nozze rosse.

Atalanta Baglioni, nipote di Malatesta I, il fondatore della dinastia, signore di Cannara, di Spello e di Bettona dal 1416, maledisse suo figlio, il ventitreenne Grifonetto che fu poi pugnalato dal cugino, Gentile Baglioni. La madre Atalanta, come una figura della tragedia greca, trovò Grifonetto ancora in vita, accorrendo e urlando sulla via principale. Lo costrinse a chiedere perdono per sé e per i suoi assassini, con l’ultimo rantolo di voce, prima di spirare. Raccolti i suoi abiti insanguinati, Atalanta li portò fino ai gradini del duomo e ve li gettò dicendo: «Che questo sia l’ultimo sangue che scorre su Perugia». Per commemorare la scomparsa del figlio – amato e, si tramanda, di sublime bellezza – Atalanta commissionò a Raffaello Sanzio un’opera pittorica, la Pala Baglioni, che fu completata dall’urbinate nel 1507. Lo scomparto principale del polittico in seguito smembrato è la Deposizione Borghese. L’opera era destinato alla chiesa perugina di San Francesco al

Prato, dove il corpo di Grifonetto fu inumato nella cappella familiare di San Matteo, accanto ai suoi antenati. Atalanta sarebbe raffigurata nella Vergine addolorata esanime, Grifonetto nel giovane di spalle dal nobile profilo dalla chioma al vento che regge il sudario, mentre la moglie Zenobia Sforza di Santa Fiora potrebbe identificarsi nella Maddalena. La tragica fine di Grifonetto, signore di Perugia per un solo giorno, il 15 luglio 1500, affascinò Oscar Wilde che la cita ne Il ritratto di Dorian Gray, così come Romain Rolland e Gabriele D’Annunzio, che la richiama negli otto sonetti perugini della raccolta di laudi Elettra. Scrive Oscar Wilde: ‘Grifonetto Baglioni col suo giustacuore trapunto, il berretto gemmato e i ricci in forma di acanto, che uccise Astorre con la sposa e Simonetto col suo paggio, e che era di una tale bellezza che quando giacque morente nella piazza gialla di Perugia, coloro che l’avevano odiato non poterono trattenere le lacrime e Atalanta, che l’aveva maledetto, lo benedisse’.

Il capolavoro raffaellesco, assurto ai fasti della cronaca già in età rinascimentale, aprì al pittore le porte dei Palazzi apostolici a Roma, ma non era destinato a rimanere a lungo sull’altare della cappella di San Matteo. Nel 1608, smembrato, fu trasportato a Roma al calare delle tenebre, con la compiacenza dei frati, per ordine di Paolo V Borghese. Quest’ultimo ne fece dono al nipote, il cardinale Scipione, collezionista, che del quadro aveva brama sin dai tempi dei suoi studi universitari a Perugia. Le proteste dei perugini, che scesero in piazza urlando contro quel furto da parte del Vaticano, non approdarono a nulla e furono soffocate con le armi dell’esercito papale. Fu ottenuta soltanto una copia di buona fattura del Lanfranco e forse una seconda del Cavalier d’Arpino, mentre Paolo V, per ratificare il proprio atto di nepotismo, emanava un Breve pontificio che dichiarava la tavola cosa privata di Scipione, mettendo fine alla questione.

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