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Filato, farmaceutica e alimentare: gli usi della seta prodotta in Italia

Il baco è un rilevatore dell’inquinamento ambientale e non può crescere in una coltivazione contaminata. L’industrializzazione ha minacciato la produzione di seta, ma in Veneto le coltivazioni resistono

Fino al 2014 in Italia non esisteva una filiera dedicata alla coltivazione e alla produzione di seta. Far ripartire una via della seta autoctona è stata un’impresa che ha coinvolto sette coltivatori, un laboratorio specializzato in gelsibachicoltura e un’azienda orafa, D’orica. Uno sviluppo concentrato nella regione Veneto per una tradizione locale già dedita al materiale. Padova è un avamposto nella ricerca per la gelsibachicoltura, ne sa qualcosa la Dottoressa Silvia Cappellozza, responsabile del laboratorio del Centro Agricoltura e Ambiente del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (MiPAAF) e figlia dell’ultimo direttore del laboratorio. «L’istituto nasce nel 1871 come Regia Stazione Bacologica Sperimentale di Padova una delle prime stazioni sperimentali dedicate alla gelsibachicoltura. Nasce proprio in questa città perché l’area era già interessata dall’allevamento da baco da seta e dalle filande, in più c’era la vicinanza con un’Università prestigiosa. Il ministro Luzzatti, al tempo, la individuò come luogo ideale. L’altro polo che all’epoca era specializzato nella materia era la stazione di Gorizia, in Friuli Venezia Giulia». 

Il nostro Paese è stato un produttore di seta fino agli inizi del Novecento, poi processi sociali come l’industrializzazione, la migrazione della forza lavoro agricola verso le industrie sorte attorno alle città e la forte concorrenza da parte dell’Asia hanno iniziato a ridurre la produzione serica. «A inizio secolo in Giappone la ricerca e lo sviluppo della gelsibachicoltura con bachi da seta poliibridi ha permesso il raddoppio della lunghezza del filo nel bozzolo. Questa scoperta da noi è arrivata molto dopo. È stato un fattore che ha contribuito al rallentamento della filiera, così come la trattura del filo di seta automatizzata. Questo colpo di grazia è arrivato dopo la Seconda guerra mondiale e ha portato ad un lento decadimento fino agli anni settanta. Solo in Veneto e Friuli Venezia Giulia sono rimaste attivi degli allevamenti», racconta Cappellozza. 

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Bachi da seta – labotatorio del Crea, Padova

Lo studio e la ricerca del CREA di Padova sono continuati anche se su scala più ridotta. Mentre una collezione di razze di baco da seta era conservata presso le strutture del CREA, le uova del baco da seta per la produzione commerciale di bozzolo da parte degli agricoltori sono stati importati da Cina, Giappone e Turchia. I pochi allevatori rimasti in Veneto dovettero affrontare un altro ostacolo intorno agli anni Novanta: la mancata filatura del baco da seta. «La causa, che è stata studiata dal CREA insieme alla Università di Torino, è stata rintracciata nel fenoxycarb, un principio attivo contenuto in un pesticida che veniva utilizzato nei frutteti (in particolare per le mele) ma che arriva per deriva, trasportato dalle correnti aeree, anche sulle foglie di gelso, nutrimento del baco. Questi subivano un forte squilibrio ormonale e non riuscivano a filare il bozzolo», sottolinea Cappellozza. Dopo anni di battaglie e attraverso l’Associazione Nazionale bachicoltori il prodotto è stato confinato per l’uso in una sola regione (il Trentino Alto Adige) e poi finalmente abbandonato (nel 2010) perché obsoleto e dannoso. Così, l’allevamento da foglia è potuto ripartire. Nel 2011, iniziano le collaborazioni con un’azienda farmaceutica lombarda (FIMO). Da qui uno stimolo per i coltivatori: «C’era qualcuno che ritirava il loro prodotto»

Nel 2014 arriva D’orica, B-Corp orafa e tessile con sede a Nove, in provincia di Vicenza. I coniugi Zonta vogliono realizzare gioielli fatti su misura intrecciando oro e preziosi con il filato. Pensano alla seta, ma desiderano che sia italiana al cento percento. Per questo si rivolgono alla Dottoressa Cappellozza e cercano una soluzione. «Quando mi hanno contattato ho pensato che fossero un po’ matti ma sono stata contenta e ho visto che avevano davvero l’intenzione di fare qualcosa di innovativo e diverso e soprattutto, non avrebbero accettato un mio rifiuto. Ho proposto loro una piccola filanda sperimentale che era stata di nostra proprietà e poi data in gestione ad una cooperativa che la utilizzava per finalità didattiche. La cosa incredibile è che loro sono riusciti ad ottenerla dalla cooperativa che la gestiva, l’hanno rimessa a posto e hanno fatto ripartire il processo produttivo», racconta Cappellozza. «Grazie al loro interessamento abbiamo fatto un importante salto di qualità (coinvolgendo anche la regione). L’interesse è aumentato sia nel mondo del tessile che in quello farmaceutico e alimentare».

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Raccolta del Gelso – labotatorio del Crea, Padova

Il campo del tessile è solo uno dei possibili sviluppi della gelsibachicoltura. La crisalide del bozzolo, da cui poi nascerebbe la farfalla, è ricca di proteine – tanto da poterla paragonare alla carne – e ha al suo interno una parte di olio prezioso per la cosmesi e per l’ambito medico (con proprietà lenitive elevate utili, ad esempio, alla cura delle ustioni). 

Le larve del baco da seta sono minuscoli esseri che necessitano di attenzioni particolari. Come racconta Lino Bernardo, presidente della Rete di Imprese Agricole Bachicoltura Setica e partner di Serinnnovation, il gruppo operativo composto dagli agricoltori veneti, fra cui i sette coltivatori attivi nella filiera e dagli istituti di ricerca regionali promotori (tra cui CREA, Università di Padova e l’Istituto Certificazione Etica e Ambiente).

«Sono ormai nove anni che allevo i bachi da seta (a Massanzago, in provincia di Padova ndr). Io ho piantato un ettaro di gelso, sono duemilacento piante in produzione con una resa di circa ventimila bachi per telaino», spiega Bernardo. Ma andiamo con ordine. Le uova vengono certificate dal CREA di Padova, responsabile dei test sanitari che escludono malattie pericolose per la resa del raccolto. Gli allevatori acquistano le uova (che sono certificate come biologiche e tracciabili fino alla fine del ciclo produttivo) e le inseriscono in stanze d’incubazione disinfettate, ad una temperatura crescente dai quindici ai venticinque gradi centigradi. «Quando nascono bisogna dare da mangiare alle larve, ancora molto piccole. Qui entrano in gioco le foglie di gelso che vanno tagliate molto fini per permettere al baco di crescere», continua Bernardo. Le piante del gelseto non hanno bisogno di molti accorgimenti, acqua d’estate e concime. Non sono trattate con prodotti chimici o altro perché il baco è un rilevatore dell’inquinamento ambientale e non può crescere in una coltivazione contaminata.

«La larva inizia a mangiare e dopo quattro-cinque giorni inizia a fare la muta (della durata variabile di un giorno e una notte in base alla temperatura). Poi questa ricomincerà a nutrirsi e farà altre tre mute per un totale di quattro, che intervalleranno cinque età; al termine dell’ultima età, della durata di sette-otto giorni, si avrà il bozzolo», sottolinea Bernardo. È importante che durante gli intervalli della muta il baco non mangi (perché potrebbe essere disturbato e seppellito dalle foglie, essendo immobile) ed è fondamentale che la foglia sia asciutta (o il baco si ammalerà). Finita la fase della vita larvale i bozzoli si trovano sulle raggiere (di materiale plastico o saggina, bambù, rami). Non possono passare più di quindici giorni per l’essiccazione su queste, altrimenti dai bozzoli usciranno le farfalle, derivati dalla trasformazione delle larve in crisalidi. La stagionalità va da maggio (miglior periodo per la qualità delle foglie e per il clima) fino a settembre, il ciclo completo di crescita (dalla nascita della larva al bozzolo) dura circa trenta giorni. 

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Bachi da seta – labotatorio del Crea, Padova

Il bozzolo è poi portato alla filanda D’Orica, l’unica in Italia ad aver recuperato un macchinario giapponese (Nissan) del 1971, tra gli ultimi esistenti in Europa, che trasforma il bozzolo in seta a titolo costante. «Si tratta di un gioiello tecnologico che permette di ottenere la seta con un diametro sottile. La qualità della seta si quantifica con il titolo (come per l’oro). Per il filo di seta si calcola in base al peso del filo presente in un determinato numero di metri, ovvero siccome 9000 m di seta pesano approssimativamente 1 g, il denaro è il peso di 1 g/9000, il che significa che la seta pesa circa 0,11 mg per metro. Quello realizzato con la macchina nella nostra filanda è un filo a venti, ventidue denari (come per i collant)», spiega Giampietro Zonta, titolare e fondatore di D’orica insieme alla moglie Daniela Raccanello. «Quando abbiamo acquistato la macchina mancavano duecento pezzi. Cento li abbiamo ordinati direttamente dal Giappone, cento li abbiamo realizzati con materiali dell’epoca mantenendo inalterata la struttura della macchina. Per farla funzionare, visto che nessuno sapeva come utilizzarla al meglio, abbiamo ospitato due anziani di settantacinque anni del Friuli che hanno insegnato ai nostri collaboratori tutto il processo, tramandando una conoscenza che rischiava di andare perduta». 

I bozzoli arrivano in filanda e rimangono suddivisi in base all’agricoltore che li ha allevati, così da poter sempre distinguere la loro provenienza. I bozzoli sono composti da due proteine: la fibroina (la seta) e la sericina (un collante che ricopre il filo di seta e lo tiene unito a formare il bozzolo e che indurisce nel momento in cui il baco da seta emette il filo). Per questo, il primo passaggio necessario per ricavare il filo di seta è il macero. «Una parte del macchinario in cui vengono immersi i bozzoli in acqua calda. Attraverso il vapore e la temperatura elevata il bozzolo rammollisce, rilasciando la sericina e permettendo la trattura che avviene in seguito. Inseriti in una bacinella, i bozzoli vengono “spazzolati” tramite un macchinario in cui una spazzola di saggina compie un movimento rotatorio che, in modo alternato pettina il bozzolo fino a trovare il capo-filo. Un filo può essere lungo dai cinquecento ai due mila metri», spiega Zonta. La seta è l’unico filato naturale a fibra lunga con una resistenza che, a pari diametro, è paragonabile all’acciaio. La sua lucidità invece, è merito del processo di filatura del baco, che produce un filo liscio e lineare. 
Si tratta di un progetto per la ripartenza di una filiera italiana promosso e sostenuto dalla famiglia Zonta e che si basa su un principio etico. Il desiderio non è stato solo quello di produrre un materiale nel nostro Paese ma di farlo in modo sostenibile e non solo per un discorso legato all’ambiente. «Quando io e mia moglie ci siamo informati riguardo la storia della seta in Italia abbiamo scoperto che sì, la seta ha portato ricchezza, ma ha sfruttato le donne. Vedendo le fotografie dell’epoca ci siamo accorti delle bambine che con zoccoli di legno, e per molte ore a settimana, lavoravano con le mani in acqua calda i bozzoli, fra i fumi del vapore della filanda. Per questo ci siamo imposti che se fossimo riusciti a realizzare il nostro intento, avremmo dovuto farlo in modo etico, riconoscendo il giusto valore al lavoro delle persone. La sostenibilità fa parte del nostro DNA», sottolinea Zonta. 

TESTO MARIAVITTORIA ZAGLIO


D’Orica e il distretto italiano della seta a Nove, Vicenza

La seta emblema della circolarità: ogni scarto riutilizzato – fibroina per la seta, sericina per la cosmesi, la larva cibo per animali

Dal Sedicesimo secolo Como è conosciuta come la città della seta. Dalla seconda metà dell’Ottocento (dopo la rivoluzione industriale) ha ottenuto il primato in Europa per la produzione e l’esportazione del filato – eppure, da oltre cinquant’anni, la seta in Italia non si produce più. Nel 2014 Daniela e il marito Giampietro Zonta, fondatori di D’Orica, scelgono la seta come filato da abbinare all’oro per la realizzazione di gioielli e manufatti personalizzabili. Nell’avviare il progetto, ricercano soluzioni per reperire e lavorare la materia prima nel territorio di appartenenza.

«Arrivata in azienda, una mattina, è sorta in me la volontà di assemblare qualcosa di diverso. Avevo in mano del filato. Anche se il nostro tipo di clientela non dà valore al filo – quel che vuole è l’oro – ho iniziato a sperimentare. Con oro e filo ho creato tre o quattro prototipi, e li ho sottoposti al giudizio delle donne in azienda. Hanno approvato. Occorreva trovare un modo per rendere ‘made in Italy’ anche questa nuova produzione, per allinearla al resto». La coppia aveva varato la lana di cachemire, un filato che sulle prime pareva rispondere alle loro esigenze – e del quale sul territorio era presente un fornitore. La lana tuttavia poco si presta a essere indossata d’estate, nonostante si tratti di un materiale termoregolatore. La scelta è ricaduta sulla seta, la cui peculiarità, oltre alla resistenza, è la capacità di mantenere il fresco anche in estate. Materiale oggi impiegato soprattutto nel settore dell’arredamento (per realizzare tende o tappezzerie) e dell’abbigliamento, si apre la strada per l’utilizzo di questo filato nel campo dell’oreficeria.

«Serviva un filato che fosse paragonabile per pregio all’oro. Ci siamo rivolti al CREA di Padova, un centro bacologico. Si tratta dell’unico centro in Europa Occidentale che vende seme bachi. Abbiamo scoperto allora che la seta in Italia non si produceva più da oltre cinquant’anni». Il seme bachi è l’elemento di partenza della filiera serica. I bachi devono essere allevati a una temperatura e un’umidità specifica, e nutriti con foglie di gelso. Quando raggiungono lo sviluppo, formano il bozzolo. È da una proteina presente nel bozzolo, la sericina, che si otterrà la seta. Per estrarla, il baco dev’essere soppresso, per evitare che rompano i fili che compongono il bozzolo. Tale operazione avviene di norma servendosi di un getto di vapore. Successivamente, i bozzoli vengono immersi in acqua bollente: la seta si ammorbidisce, e se ne ottengono filamenti sottili. A questo punto, si passa alla fase successiva: la filatura. 

Nelle filande la materia prima si trasforma in tessuto. L’unica filanda ancora esistente in Europa occidentale si trova a Castelfranco Veneto. Una volta acquistata da D’Orica, sono stati necessari due anni per mettere a punto l’intero processo produttivo, e dare vita all’unica filiera serica italiana completa. «Siamo riusciti a creare l’intera filiera sul territorio: la nostra azienda si trova a Nove, in provincia di Vicenza. A Padova compriamo il seme bachi, che i contadini allevano fino al bozzolo. A Castelfranco Veneto si trova la filandina. Quando l’abbiamo acquistata, nessuno sapeva usarla. Abbiamo dovuto chiamare gli anziani, che hanno insegnato ai nostri ragazzi come fare la seta». Della seta, puntualizza Giampietro Zonta, non si scarta nulla. «Dal bozzolo si ottengono due proteine: la fibroina, da cui si ottiene la seta, e la sericina, che può essere impiegata per prodotti cosmetici. La larva, invece, diventa cibo per animali. Gli escrementi dei bachi vengono riutilizzati come concime naturale». 

Oggi, D’Orica conta 22 dipendenti, ed esporta il 92% dei suoi gioielli in oltre 25 Paesi del mondo. La sua nascita si colloca nel 1989, nel distretto orafo di Vicenza. D’Orica è stata la prima azienda orafa ad essere classificata come B Corp. Si tratta di una certificazione di sostenibilità attribuita dall’ente americano no profit B Lab. Delle oltre 180 mila realtà che hanno fatto richiesta, 3000 sono riuscite a diventare B Corp, e solo un centinaio di queste si trovano in Italia. L’ostacolo nell’ottenere questa certificazione, per la famiglia Zonta, è stato dimostrare la provenienza dell’oro utilizzato nella realizzazione dei gioielli. La Banca Intesa San Paolo, con la quale collaborano, ha provato che il 75% dell’oro utilizzato proviene da filiere sostenibili, che non sfruttano i lavoratori (il restante 25% viene fornito dagli stessi clienti, per tale ragione non può essere rintracciato).

Altri requisiti che bisogna soddisfare per essere certificati come B Corp. Un’azienda non può limitarsi ad avere come proprio obiettivo il profitto, deve cercare di avere un impatto positivo sui propri dipendenti, sulla comunità in cui opera, e sull’ambiente. D’Orica collabora con le scuole del territorio – licei artistici e istituti professionali. Un esempio è stato il contributo del liceo artistico Canova di Vicenza: gli studenti hanno dipinto con temi naturali dei pannelli per l’isolamento acustico poi collocati all’interno dell’azienda, in modo da ridurre l’inquinamento sonoro da essa prodotto. Daniela ha commentato: «Ogni pannello rappresenta gli elementi della natura: è stato portato il mondo all’interno dell’azienda, in modo che le persone che lavorano all’interno godano dell’esterno».Il 48% dell’energia impiegata proviene da fonti rinnovabili, come i 322 pannelli a celle solari policristalline che compongono l’impianto fotovoltaico collocato sul tetto dello stabilimento. Ad oggi, sono 147 le tonnellate di CO₂ risparmiate grazie all’approvvigionamento da fonti rinnovabili. I signori Zonta con lo scrittore Alessandro Zaltron hanno pubblicato il libro Impresa (er)etica, parte della collana di romanzi d’impresa ideata dall’autore. Tutto il ricavato verrà devoluto alla fondazione composta da accademici e imprenditori, che avrà come finalità la formazione dei ragazzi sull’imprenditorialità a livello universitario e di scuole superiori.

TESTO ILARIA ACETO

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