BOZZETTO DI RENZO MONGIARDINO PER LA RESIDENZA MILLER. FOTO INEDITA DI MASSIMO LISTRI
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

L’universo di Renzo Mongiardino, per una babilonia immaginaria

Un viaggio tra boiserie, pannelli dipinti, sculture, arredi e specchiere, ceramiche, bronzi e un mosaico di tecniche creative. Genovese di nascita, milanese d’adozione, architetto, scenografo

La questione Mongiardinonon può essere archiviata tra il silenzio degli storici dell’architettura e il culto dei reduci, chiosa Giovanni Agosti a proposito di Renzo Mongiardino. Era un ascetico ermeneuta che conosceva come nessuno il tenue e misterioso varco di compenetrazione tra passato e presente. Renzo Mongiardino, architetto e regista di stupefacenti interiors e geniale scenografo di cinema e teatro scomparso nel 1998, ancora oggi continua a rappresentare un fondamentale riferimento estetico e una serie di raggiungimenti poetici difficilmente uguagliabili. Nato nel 1916, dunque oltre un secolo fa, a Genova, di cui recava impressa la matrice sofisticata, oltremodo privata, speculare e laconica, Mongiardino è l’inventore di un linguaggio decorativo composito e avvincente, che si impone già durante la piena apoteosi modernista nella seconda metà del XX secolo. Un’epoca in cui, parafrasando Adolf Loos, l’ornamento è più che mai delitto. Appare inatteso l’afflato storicistico, sigla dell’intero lavoro di Renzo Mongiardino, che, se talvolta gioca di riflessi e allegorie con una vena lievemente nostalgica e cechoviana, comunque non va mai confuso con la polverosa volontà passatista, con una mera e rassegnata vocazione scenica.

Un Ulisse solitario,costretto a inventarsi una patria, un approdo: il Regno della Finzione, Umberto Pasti ha così definito Mongiardino. Io credo che la sua reinvenzione del passato, forse addirittura a livello inconscio, fosse generata da una concezione viva, vibrante ed energetica di un’eredità secolare e variegata in continuo progresso, ma praticamente perduta alla contemporaneità, che s’incarna nell’impiego di tecniche sofisticate e di mirabili accorgimenti decorativi, frutto di una sapienza ancestrale. Quasi un cortocircuito di atemporalità, una capsula cronologica eternamente ritornante e circolare: un po’ come il fluire sospeso e sferzato da flashback vividi e sfumati tipico della scrittura proustiana. Gli interni di Mongiardino, per costituzione, sono colti, riassumono l’accumulazione lenta e progressiva di generazioni. Allo stesso modo aderiscono a una visione epocale unitaria, con ortodossa e meticolosa ostinazione filologica. È un verbum, un dogma viene da dire, che si manifesta per immedesimazione attraverso una meditazione intellettuale e sensitiva: il passato intende completarlo, migliorarlo, non infingerlo, muovendosi entro una dimensione psichica ed estetica da vero medium.

GLI INTERNI DI CASA VERSACE, PROGETTATA DA RENZO MONGIARDINO. FOTO DI MASSIMO LISTRI
GLI INTERNI DI CASA VERSACE, PROGETTATA DA RENZO MONGIARDINO. FOTO DI MASSIMO LISTRI

Ambienti che divolta in volta nascono intorno a uno o più oggetti, siano essi dipinti, sculture, arredi superbi, magniloquenti ed eccentriche specchiere, objects de vertu e orologi, ceramiche, smalti di Limoges, vetri del Rinascimento, bronzi barocchi, avori, pleiadi di miniature e porcellane. Reperti che analizzati con un profondo studio e mille fasi di giustapposizione e confronto con gli sviluppi del décor, diventano innanzitutto catalizzatori di suggestioni, fulcro di semantiche e di atmosfere. Poli di ispirazione che indicano itinerari letterari e che ordiscono una trama di citazioni colte e appassionanti. Opere di matrice, di provenienza, di materia e di epoca le più diverse, che guidano la direzione compositiva verso un impaginato poliedrico che poteva accostare elementi di décor originario a manufatti realizzati appositamente da una falange di fidi collaboratori di altissima perizia artistica e artigiana. Un capolavoro per tutti: la risistemazione della raccolta pittorica del barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza, allora parzialmente conservata a Daylesford House, nel Gloucestershire, Regno Unito. Nel salone specialmente, in cui sfolgorano le tele seicentesche di Orazio Gentileschi e Mattia Preti, accanto alla Santa Caterina d’Alessandria del Caravaggio.

La casistica creativa e il catalogo delle tecniche utilizzate nell’esperienza mongiardiniana risultano quasi infiniti, si snodano attraverso un mosaico di pannelli dipinti e boiserie intagliate, come nella Villa la Leopolda di Villefranche-sur-Mer per i Safra, ad esempio, fra cuoi cordobani a impressioni dorate e policrome all’Hôtel Lambert, a Parigi, commessi in faux-marbre per Ortiz-Patiño, stucchi e grisaglie, fra tarsie prospettiche vere o illusionistiche degne della quattrocentesca metafisica di Fra Giocondo, miscelando Bramante ai grattacieli di una New York-Gotham City, proprio nella Grande Mela, nello studiolo del collezionista Peter Sharp. Assai diffuso, in particolare, si rivela l’impiego di trompe l’oeil pittorici sfumati ed evanescenti, fiction di cieli turchini striati da cirri candidi ed ebbri di luce pulsante, fondali e soffitti oltremodo teatrali e narrativi su calce, scagliola e vari supporti tessili, che simulano, talvolta con materiali poveri e basici, ‘camere di verzura’, paesaggi bucolici (per Drue Heinz a Londra, nel 1986) o fioriti pergolati Secondo Impero. Sfilano turcherie e cineserie sette-ottocentesche, accrochage di epigrafi e foscoliani frammenti classici insidiati da muschi ed edere, le epiche rovine à la Clérisseau con echi manierisitici alla Giulio Romano della torre di Elsa Peretti all’Argentario.

A Casa Thyssen prendono vita panoplie di tappeti e tessili orientali, a Casa Mongiardino, a Milano, si susseguono vividi patchwork vittoriani, accorgimenti ingannatori dei sensi e di ogni percezione visiva che restituiscono per sottrazione ogivali slanci walpoliani e archiacuto romanticismo troubadour, che fanno affiorare su superfici di nera lavagna le allucinazioni paesistiche e architettoniche seicentesche di Monsù Desiderio, come allo Chatêau de Wideville a Crespières, non lontano da Parigi, per Jack Setton. Apparati che scardinano proporzioni e amplificano ambienti in origine dotati di natura e spazialità prosaicamente modesta o che, profetici, completano in totale naturalezza preesistenze patrizie ‘non finite’ o mutilate dallo scorrere del tempo e dalle spoliazioni della decadenza, avvilite dalla cupa e raggelante malinconia dell’abbandono.

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