Teatro alla Scala, Milano
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

L’altra sera, quella mezz’ora nel foyer per la Prima della Scala

La domanda è questa: perché i giornalisti devono ridurre l’attenzione degli italiani al fastidio? Perché pensano che la bassezza sia l’unica forza dell’informazione?

«Io è da trent’anni che lo dico: o fanno qualcosa, o fanno davvero qualcosa, o questa Prima della Scala è destinata a finire. Finire». Canio Romanelli, il fotoreporter attento a quello che succede a Milano. Conosce tutti, tra cronaca e società. Una dedizione che potrebbe ricordare la fantasia intorno a Secchiaroli.

La Prima della Scala 2015, prima che l’opera cominciasse

L’altra sera, quella mezz’ora nel foyer della Scala prima che l’opera cominciasse, ha prodotto vergogna nell’anima di chiunque creda in una rinascita di Milano – una rinascita che sta accadendo ovunque tranne lì, l’altra sera, dentro la Scala. In quel foyer, c’erano tre donne di malagrazia. Non ne voglio dire i nomi, uno, perché sono ovvi, due, perché non voglio dar loro ulteriore anche se minima visibilità, tre, perché voglio poter usare la parola disgusto.

L’altra sera come ieri, aprendo i quotidiani. La domanda è questa: perché si riportavano le immagini di queste tre donne? Perché i giornalisti devono ridurre l’attenzione degli italiani al fastidio? Perché pensano che la bassezza sia l’unica forza dell’informazione? Forse i giornalisti di oggi sono una generazione affranta dal posto di lavoro, dimentica di qualsivoglia carattere nella scrittura. La sensazione che si ha avuto di quella che dovrebbe essere la serata iconica della cultura italiana, è la sensazione di una serata di ciarpame. Ciarpame sociale e sociologico. Ne hanno colpa i giornali, ne ha colpa chi è alla direzione alla cura di questo evento e del Teatro.

Non restava niente, alla Scala l’altra sera, dell’orgoglio e della potenza di Milano. Quella parola, meneghina, che indicava una borghesia sobria, lavoratrice, dedicata alla produttività in ogni settore. Non c’era educazione, non c’era interesse. Non c’era uno stilista, non c’era un cantante italiano, non c’era un editore. Non c’era bellezza. Eccezione, ma sempre a conferma di ciò, erano lì Patti Smith e Margareth Madè.

C’era un poco di politica. Il sindaco Pisapia resta imputato di non aver compreso l’Expo, assolto perché una tale macchina comunque non poteva fallire. Renzi non possiede portamento – non importa, deve pensare ad altro – e noi, qui, a lui vogliamo continuare a credere. Sua moglie ha dato dispiacere ai pochi illusi che una bella immagine possa rappresentarci – il vestito di pizzo di Scervino è stata una scelta incapace. Quanto rispetto per Mario Monti, ancora, l’uomo che ha segnato questa nostra epoca di sobrietà, l’uomo che ha cancellato la percezione ridicola che il mondo aveva dell’Italia dopo Berlusconi.

Ora scriviamo le cose positive, della Prima della Scala 2015

Primo. Il soprano. Anna Netbrenko. Io non avevo mai sentito una donna cantare così bene. L’opera, Giovanna d’Arco di Verdi, non era interessante – eccetto che per i melomani. Non c’erano melodie di quelle che ti rimangono – (e per favore, ricordiamoci che le opere nell’Ottocento erano l’equivalente delle nostre canzoni a Sanremo). Una scenografia concettuale senza lasciarti a bocca aperta – non avvicinandosi né al cubo del Macbeth del ‘97, né alla tradizione del Falstaff di Frigerio. Su tutto, la Netbrenko produceva meraviglia continua.

Secondo. Carla Fracci. Con gentilezza estrema e dolcezza, è rimasta a disposizione di fotografi e giornalisti. Come se volesse dire loro: «Lo so che non è tanto, ma ci sono io, per voi, per parlare della Scala e del cuore di Milano». Aggiungerei ancora: non badate a soubrette, urlatrici televisive, mogli tatuate – pensate a Carla Fracci. A questa signora vestita di bianco, dama d’arte, dal passo veloce e il sorriso quieto. Carla Fracci rimane ancora, io credo, l’immagine più bella di una Milano trascorsa, colma di futuro.

Terzo. La polizia. Fuori dal teatro c’erano 750 uomini armati. Merito al prefetto. Arrivando da via Manzoni, c’erano cinque posti blocco. Per passare, dovevi mostrare il biglietto. A ogni posto di blocco il controllo aumentava. Durante l’intervallo, abbiamo scambiato qualche parola con due carabinieri. Avevano freddo, ma si sentivano forti, del loro ruolo e del loro sorriso. Erano lì a difendere la Scala e si percepiva il loro impegno, la loro voglia di forza. Non c’erano cestini per buttare la sigaretta spenta – «sono stati rimossi» ci dicono i carabinieri, «per questioni di sicurezza». Nathalie non voleva gettare il mozzicone sul pavimento. «Non si preoccupi, la butti per terra. Domani mattina qui sarà tutto pulito, ci pensiamo noi. Pensate all’Opera, voi. Pensate all’Opera».

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