PAVEL GROMOV, IL PREMIO BAGUTTA
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

Il Premio Bagutta esiste ancora? Nel bene e nel male, le evoluzioni dell’editoria italiana

Al vincitore del Premio Bagutta vanno 12.500 euro, chi vince il Campiello ne prende 10.000, per lo Strega 4.500. Inchiesta sui premi letterari in Italia. Il Premio DeaPlaneta offrirà 150mila euro

Consideriamo i premi letterari in Italia secondo parametri economici. Il Premio Bagutta fino al 1999 garantiva al vincitore 50 milioni di lire, oggi offre 12.500 euro. Lo Strega 4.500 euro; il Campiello, supportato dalle industrie venete e vivo dal 1962, assegna 10.000 euro. Fa eccezione il Premio DeaPlaneta, nato dalla fusione recente di Deagostini con il gruppo spagnolo Planeta, che offre addirittura 150.000 euro.

Cominciamo dal più antico, il Premio Bagutta, legato all’antica Trattoria Bagutta, in via Bagutta a Milano. La trattoria fu fondata nel 1924 da Oreste Pepori, oste toscano di Fucecchio. Sembra una favola o una leggenda: all’epoca, il mondo della cultura milanese si dava appuntamento al Boeucc, in via Borgogna, all’angolo con via Durini, ma due avventori, lo scrittore bolognese Riccardo Bacchelli, autore de Il Mulino del Po, e il giornalista fiorentino Adolfo Franci, scoprirono che dall’altra parte di piazza San Babila c’era un posto dove si mangiava altrettanto bene. La trattoria divenne il ritrovo per tutti coloro che gravitavano attorno alla rivista La fiera letteraria, che aveva la redazione in via della Spiga. La libreria legata al periodico si trovava in piazza San Carlo, sotto i portici, e i suoi clienti si davano appuntamento al bar delle Tre Marie, in corso Vittorio Emanuele, all’angolo con san Pietro all’Orto. Era questa la geografia degli intellettuali, che si spostavano allora in gruppo. La sera, in tavolate, cenavano al Bagutta. Sulle pareti del ristorante andarono affastellandosi le tele di quei pittori che, non avendo le risorse per pagarsi la cena, preferivano donare un quadro. Nel 1926, l’istituzione del Premio Bagutta – un circolo di avventori della trattoria si sarebbe riunito a tavola saltuariamente più volte all’anno, per poi decretare tra dicembre e gennaio il vincitore. Tra i fondatori ci furono L’idea era di introdurre anche in Italia una sorta di Goncourt, premio nato a Parigi nel 1890 e tra i promotori del tempo il già citato Bacchelli e Orio Vergani, che in un libro del 1955 rievocò le circostanze in cui nacque il Bagutta. Scorrere gli annali è come aprire un’antologia della letteratura del Novecento: Leonardo Sciascia, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda, Aldo Palazzeschi e Vittorio Sereni. Nella giuria hanno figurato anche Dino Buzzati, Indro Montanelli, Eugenio Montale. Sino al Secondo Dopoguerra il Bagutta fu l’unico premio letterario del Paese.

Nel 2016, dopo più di novanta anni di vita, la Trattoria Bagutta ha cessato attività. Ci potrebbero essere considerazioni passionali di fronte a tanta storia mal gestita a livello imprenditoriale – ma non è questa sede per opinioni. Al momento della liquidazione della trattoria, la collezione di quadri che si era formata negli anni è stata acquisita da Gianfelice e Martina Rocca, per 375mila euro con l’intenzione di esporla al pubblico. Poche settimane fa, l’Università Bocconi ha inaugurato lo spazio che ospiterà la collezione.

Le cene del Bagutta sono oggi ospitate dalla Sala dell’Ermellino, messa a disposizione dal finanziere Francesco Micheli presso la Casa degli Atellani affacciata sulla vigna di Leonardo fuori da Porta Vercellina (è lecito supporre sia sempre a Micheli a mettere a disposizione i 12.500 euro in palio ndr). Il premio conserva il suo carattere milanese: riservatezza, sobrietà, indifferenza alle pressioni delle case editrici. La giuria si riunisce mensilmente e non sono ammessi estranei. Non esiste nemmeno un verbale delle riunioni. Il numero dei giurati è variabile e il loro mandato non ha scadenza, ma chi per un anno intero non risponde alle convocazioni decade dall’incarico. Il premio viene assegnato nel mese di gennaio, e vede il suo momento conclusivo in una cena, di domenica sera. Se i giurati del Bagutta, orfani della convivialità della Trattoria, non possono più dire, con l’ironia di Vergani, «Ci si riunisce alla milanese, si mangia alla toscana, si paga alla romana: perfetta trinità della raggiunta Unità d’Italia», il premio resta però un riferimento: prova ne è che il libro vincitore dell’edizione 2018, conclusasi il 24 gennaio, ha poi ottenuto anche il Premio Strega: si tratta di La ragazza con la Leica, di Helena Janaczek.

(Tutte le fonti interpellate hanno preferito restare anonime, indicando un mondo editoriale italiano suscettibile e vendicativo. Assecondando il riserbo, la redazione centrale osserva la poca vivacità del settore – ndr).

«Il Bagutta è argomento esclusivamente milanese» – è la considerazione del responsabile delle pagine letterarie di un quotidiano nazionale, osservando i nomi dei dodici giurati attivi oggi. A cominciare dal presidente Isabella Bossi Fedrigotti, firma del Corriere della Sera, la storica del diritto antico Eva Cantarella e Rosellina Archinto, editrice e anima di uno dei salotti della città. Il filosofo e psicanalista monzese Umberto Galimberti, e ancora Elio Franzini, già preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della Statale, studioso di Husserl e della fenomenologia. Ci sono il manager culturale Andrea Kerbaker e il giornalista del Corriere Ranieri Polese.«In realtà il Bagutta non conta più nulla, né come vendite, né come prestigio», è il commento di uno scrittore più volte candidato a premi letterari negli ultimi anni.

Quali premi pesano allora? «Lo Strega può far aumentare le vendite. ma c’è bisogno di una certa ‘leggerezza’ del libro. Per fare un esempio, il romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne, aveva già avuto un buon successo di vendite; con lo Strega ha duplicato i propri numeri. Il libro si fa leggere, ma di certo non segnerà la storia della letteratura. Quando nel 2013 ha vinto Walter Siti non ha ottenuto in termini di vendite il successo di altri autori: si trattava di un romanzo di maggior qualità, ma difficile. Gli altri premi non incidono per niente. Anche il Campiello è stato efficace. Il libro di Rossella Postorino, Le Assaggiatrici, che ha vinto nel 2018, ha vissuto una seconda vita dopo il riconoscimento».

Lo Strega nacque nel 1947 all’interno del salotto di Goffredo e Maria Bellonci e fondato insieme a Guido Alberti, industriale e produttore del liquore Strega (si suppone sia sempre l’azienda Strega a fornire i 4.500 euro per il premio, ndr). Oggi il premio si dice sia controllato dalle grandi case editrici, Einaudi su tutte, dando motore a polemiche e dibattiti, fino alla defezione del gruppo Gems di qualche anno fa. La ragione dei contrasti è comprensibile, se solo in un tempo recente vendere lo Strega aumentava le vendite anche 100 mila copie, oggi meno.

DeaPlaneta, evoluzione nel 2017 di un vecchio premio spagnolo, il Planeta, dopo la fusione dalla fusione con De Agostini, spicca per dotazione economica – 150 mila euro. A uno sguardo più attento, la somma non è altro che un anticipo (per coerenza alla definizione di premio, non restituibile) sulla cessione dei diritti di sfruttamento dell’opera, che sarà pubblicata in Spagna e America latina e tradotta in inglese e francese. La giuria è composta dallo scrittore Massimo Carlotto, da Marco Drago di De Agostini, il docente e saggista Claudio Giunta, la conduttrice Rosaria Renna e Manuela Stefanelli, direttrice della Libreria Hoepli di Milano. Da notare che una dotazione così consistente, è superiore di decine di volte all’anticipo cui può aspirare un esordiente, ed è molto lontano anche dalla cifra che può chiedere al proprio editore un autore già affermato.

L’osservazione del mondo editoriale da un punto di vista economico vuole chiudersi con una sintesi delle vicende recenti. Ricordiamo come nel 2015 Mondadori comprava i libri Rizzoli, la stampa e l’opinione pubblica coniarono il termine Mondazzoli con un piglio dispregiativo – il conglomerato avrebbe dato luogo a un monopolio in antitesi a qualsiasi percezione culturale, e l’antitrust intervenne. Bompiani fu venduta a Giunti, la quale aveva sorpassato l’offerta de La Nave di Teseo.

Nel 2015, La Nave di Teseo era da poco nata dal volere di Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi, con l’appoggio del finanziere Francesco Micheli (che ritroviamo dopo il salvataggio del Bagutta all’inizio di questo scritto, ndr). Alcuni scrittori, tra cui Tar Ben Jelloum, Sandro Veronesi, Edoardo Nesi e Furio Colombo, li seguirono lasciando gli editori precedenti. Nel 2016, La Nave di Teseo rilevava il 95% di Baldini & Castoldi. Oggi nuove finanze aiutano la casa, con l’entrata di Diamante D’Alessio nella compagine azionaria: la giornalista ha lasciato la direzione di Io Donna, diventando imprenditrice. A questo punto, lo smacco: Susanna Tamaro, uno degli autori di punta, abbandona la barca (perdonate la battuta) per passare a una casa editrice ancora più giovane: Solferino 18, nata meno di un anno fa come casa editrice libraria del gruppo RCS.

Stampare un libro oggi costa meno di un euro e la vendita in libreria è destinata a sottostare alla comodità di un clic su Amazon. L’autorità e il prestigio delle case è in bilico: se si studiano i cataloghi recenti si nota una selezione basata sempre più sulle potenziali vendite accettando come autori blogger e cantanti pop. La differenza tra un editore grande e piccolo è data dal budget disponibile alla promozione – sempre più lieve anche nelle case maggiori, spesso contribuito dagli autori stessi. Considerando che qualsiasi strategia di marketing debba individuare la coerenza del proprio target, i luoghi più adeguati alla promozione libraria restano gli spazi sui quotidiani.

Il marchio Solferino 18 non è altro che lo storico indirizzo del Corriere della Sera.

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