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Da Londra a Milano – un confronto di vita e dettaglio tra le due città

Fino al 23 giugno 2016 Londra era il cuore culturale e finanziario d’Europa – cinquant’anni spariti in un colpo. Niente più Swinging London – adesso, la parola a Milano

Londra. Da quando è iniziato il lockdown non ho mai avuto bisogno di spostarmi più di cinquecento metri da casa. Sono arrivato a Londra il 10 novembre del 2014. Sono tornato in Italia lo stesso giorno di tre anni dopo. Il 5 gennaio del 2020 ero di nuovo sul suolo britannico. La prima volta ho vissuto gli attentati dell’ISIS e la vittoria della Brexit. Quest’anno ero davanti alla House of Parliament, tra a qualche migliaio di antichi inglesi, forse convinti che le colonie oltreoceano siano ancora loro tanto quanto l’India. Festeggiavano l’uscita dall’Unione. Oggi vivo a pochi passi da Finsbury Park. Ogni sabato mi arrivava alla porta la consegna dello Stroud Green Farmer Market, frutta e verdura a chilometro zero, a cui ogni tanto univo qualche sfizio dei produttori italiani del mercato. Gorgonzola, toma, salame, vino. Ora vado di persona a fare la spesa, di domenica. Ho conosciuto quelli che mi hanno dato da mangiare in questi mesi, ci chiacchiero e fa piacere a entrambi. Le quattro maggiori catene di supermercati sono a portata di passeggiata, così come due panetterie e una fabbrica di birra artigianale. Ora che hanno riaperto, i ristoranti non esistono solo sui siti di home delivery. Dal viet al thay al turco al caraibico, nella strada alle spalle di casa c’è tutto il mondo. Anche una delle migliori pizzerie di Londra – si chiama Hana Maria, da napoletano so di cosa parlo – e il pub con il beer garden più conosciuto della città – The Faltering Fullback. Un parco attrezzato a cinquanta metri, con tre chilometri di sentiero in un bosco. 

Il 20 marzo 2020 hanno chiuso i pub. Il lockdown, che in Inghilterra si chiama holiday, sarebbe iniziato tre giorni dopo. Ottanta opere di Andy Warhol prendono polvere nelle sale della Tate Gallery e un milione di pinte di birra restano chiuse nei fusti. Il Covid-19 ha rivelato la reale situazione politica in Gran Bretagna. Il Regno non è Unito. In Scozia lo sanno da tempo, e il primo ministro Nicola Sturgeon ha ribadito il desiderio di un secondo referendum per staccarsi e iniziare le pratiche per il rientro in Unione. L’Ulster non disdegnerebbe riunirsi con la madre patria Irlanda, e anche il Galles, enclave della Brexit, non è oggi in linea con le decisioni di Johnson. A Londra è difficile programmare una strategia di ripartenza a lungo termine. Le elezioni per il sindaco dovevano svolgersi nel maggio del 2020. L’emergenza sanitaria le ha fatte slittare di un anno. Sadiq Khan, primo cittadino dal 9 maggio 2016, ha fronteggiato i quattro peggiori anni per la città dopo la Seconda Guerra Mondiale, avendo a che fare con due premier Tory e Brexiter come Theresa May e Boris Johnson.

La città si svuota. John Lewis e Top Shop hanno annunciato che non riapriranno molti dei loro negozi, così come il colosso delle farmacie Boots, che chiuderà trecento punti vendita. Pret a Manger ne ha chiusi diciotto. Soffre la ristorazione di alta fascia, con alcuni dei ristoranti gourmet di Mayfair, Marylebone e Chelsea che non hanno riaperto dopo il 4 luglio. Per la cultura è stato stanziato un fondo di due miliardi di sterline, che è più o meno quanto hanno perso solo i teatri del West End dall’inizio del lockdown. Sadiq Khan ha una strategia per il futuro della metropoli. Sperava poterla mettere in pratica da quest’anno, ma per farlo deve scommettere sulla sua vittoria, fra un anno. Vista l’attuale popolarità dei Tories, l’azzardo dovrebbe essere più prevedibile del Leicester che vince la Premier. 

Non sarà facile. Se fino a quattro mesi si poteva lavorare su una base solida, nonostante la Brexit, adesso bisogna ricominciare da più lontano. L’obiettivo è lo stesso: un prototipo di città perfetta che coniughi ambiente, sostenibilità, housing, inclusività, vita culturale, istruzione. A muovere la città Transport for London, macchina ad alte prestazioni attiva quasi h24 che ha sempre reinvestito ogni sterlina guadagnata per migliorare il servizio da offrire ai cittadini. TFL ha perso, tra l’inizio di marzo e la fine di maggio, il 90% delle sue entrate. Ha ottenuto finanziamenti dal governo per quasi due miliardi di sterline per gestire il servizio fino a ottobre. La perdita per il 2020 sarà probabilmente del doppio. La Elizabeth Line, ovvero la Crossrail, il treno veloce che collegherà Londra da ovest a est, non vedrà la luce neanche nel 2020. Quarantuno stazioni su 136 km che faciliterebbero la vita sia per i londinesi che per migliaia di pendolari. La sfida parte da qui. Offrire ai Londoners la possibilità di potersi muovere solo grazie ai mezzi pubblici, lasciando le automobili.

Negli ultimi quattro anni l’amministrazione Khan ha installato oltre duecento punti di ricarica in tutta la città per supportare l’uso di veicoli elettrici. Ci sono più di duemila taxi elettrici e autobus che viaggiano per il centro con un’emissione inesistente di CO2. La zona a traffico limitato nota come ULEZ è operativa 24/7, tranne il giorno di Natale. Ogni veicolo che non si adatta allo standard ecologico deve pagare un pedaggio giornaliero per entrare nella zona, e non è economico. Sadiq Khan ha fissato un obiettivo da raggiungere entro il 2025: ridurre le emissioni a Londra del 45%. Gli spazi verdi avranno un ruolo chiave, ora coprono oltre il 50% dell’area di Londra, dal 2016 al 2019 sono stati piantati 175.000 alberi e sono stati implementati oltre 160 km di piste ciclabili. Queste azioni e infrastrutture stavano già cambiando il modo di vivere la città. Il blocco ha accelerato il processo. Londra è un gruppo di piccoli villaggi, i londinesi che vivono fuori dal centro hanno riscoperto il piacere di uno stile di vita paesano. 

Un sondaggio condotto da The Guardian ha rivelato che solo il 19% dei cittadini di Londra sente la necessità di frequentare il centro, dopo il lockdown. La richiesta di visite per immobili nel countryside da parte di residenti a Londra è salita tra aprile e maggio di quasi il 30%. Una tendenza che darà una scossa a un mercato immobiliare senza senso, che è uno dei maggiori problemi della metropoli. Dopo la tragedia della Grenfell Tower, che ha ucciso settantadue persone il 14 giugno 2017, il governo inglese ha dovuto ripensare la sua politica di edilizia sociale. Gli alti prezzi di acquisto e affitto sono conseguenza delle speculazioni dei fondi d’investimento che negli ultimi vent’anni hanno acquistato edifici commerciali e residenziali di prestigio in tutta Londra, senza alcun interesse nel trarne profitto. Sono gusci vuoti che servono a far aumentare il valore generale del mercato. Una strategia che viene ben spiegata nel documentario Push di Fredrik Gertten. La City è la lavatrice di soldi più efficace per i fondi privati e per la criminalità organizzata, sempre che si riesca a distinguerli. 

Quello che non ha fatto il Covid, lo farà la Brexit. C’è stata un’anteprima dello scenario il 14 giugno, con l’estrema destra inglese scesa in piazza per ribadire chi sono i veri inglesi. Se la Brexit ha vinto nel 2016, e Johnson ha trionfato nel dicembre del 2019 alle elezioni, è perché Londra non è una città del Regno Unito. È uno stato a sé, chi ci vive può votare per il sindaco, ma chi non ha la nazionalità britannica non può decidere la sua sorte nazionale. Quando alla fine del 2017 sono tornato in Italia, la scelta era tra Roma, dove ho vissuto e lavorato per molti anni, e Milano. La seconda ipotesi mi affascinava di più. Visto da Londra, il capoluogo lombardo, cavalcando l’onda di Expo 2015, sembrava l’unica città italiana che potesse reggere il confronto. Nell’ottobre del 2016 ci ho passato due settimane per lavoro. Me ne sono innamorato. Una città internazionale, ma a misura d’uomo. Ottima rete di trasporto pubblico, aree verdi nell’area metropolitana, un centro storico che potrebbe essere chiuso al trasporto privato. L’appuntamento è per il 2026, e come accadde a Londra per quelle estive del 2012 – l’opportunità di ridisegnare la città e chiudere le ferite della pandemia.

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