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Le case vacanza dell’architetto Piero Bottoni: dalla Versilia a Capri

Piero Bottoni ambisce ad assicurare una casa per le vacanze a tutti i lavoratori, senza abbassare la qualità formale degli insediamenti e valorizzando il paesaggio

Il ‘distanziamento sociale’ e il ‘divieto di assembramento’ sembrano negare l’ideale comune di una giornata in riviera. Gli stabilimenti balneari hanno da pochi giorni ricevuto il permesso dal governo per i lavori di manutenzione, ma restano gli interrogativi. A risentirne saranno i turisti, elementi per definizione passeggeri, i villeggianti, elementi ricorrenti –  e i luoghi stessi, chi li abita. Chi ogni anno vede la trasformazione delle proprie vie, entrare a nuova vita, con il primo sole per scendere in spiaggia.

Rituali di un tempo scandito, ogni anno, dall’attesa di una stagione estiva che diventa metonimia del luogo stesso. Ci fermiamo lungo un tratto di costa, in Toscana, Lin fronte alle Apuane, presso le cave di marmo, in provincia di Massa e Carrara. Spiagge, pini marittimi, macchia mediterranea di lecci, umidità e rovi di more. Una folla fedele dall’inizio del secolo scorso vi si trasferisce per qualche mese, saturandola di suoni e colori. Mix di pop con un certo elitismo, riuscendo a creare un panorama sociale attivo.

Ai Ronchi – lo si indica al plurale, per abitudine. Qui, a inizio Novecento ci si poteva imbattere in D’Annunzio, Ungaretti, Calamandrei. A godere della pace, della frescura, dell’incontro tra la natura benevola e le costruzioni eleganti. La borghesia del tempo vi richiamò architetti per progettare residenze discrete e appartate. I Ronchi compaiono sui libri di storia dell’architettura moderna perché nel 1960 Aldo Rossi erige qui la sua prima opera, in collaborazione con Leonardo Ferrari. Una villa, situata in via dei Fichi, dalla volumetria articolata e totalmente bianca, con citazioni loosiane. Testimonianza della prima estetica di Rossi, ancora legata a una sfera mediterranea e lontana dal lessico più sperimentale che adotterà in seguito e che lo renderà noto a livello internazionale.

Un altro nome dell’architettura italiana si lega ai Ronchi. Si tratta del milanese Piero Bottoni: architetto, urbanista, designer, artista, accademico e anche politico. Una figura del Ventesimo secolo difficile da rinchiudere in una sola disciplina. Risale agli anni Trenta il primo contatto lavorativo di Bottoni con i Ronchi. È chiamato nel 1941 a progettare Villa Ludolf, assieme a Mario Pucci. Una struttura di stampo razionalista, ma pensata in dialogo diretto con il verde del contesto paesaggistico versiliano. Il progetto non viene realizzato, ma stabilisce un legame fra l’architetto e il luogo. Realizzerà qui la sua casa di vacanza, anticipando la scelta del nord della Toscana da parte di tanti milanesi che vi hanno trovato la loro dimensione estiva.

Bottoni, in ambito accademico, rivolge particolare interesse alle case per vacanze. Una ricerca che lo impegna dai tardi anni Venti fino al periodo della guerra – il progetto della Villa Latina alla Triennale di Milano del 1930, le Quattro case per vacanze alla Triennale del 1933 e altre ville, case e dependance. Raccontare la Casetta nella Pineta ai Ronchi a Marina di Massa significa parlare di Bottoni da un punto di vista più intimo. A cominciare dal momento del progetto. L’anno è il 1945. La seconda guerra mondiale si è appena conclusa. La scelta dei Ronchi diviene una dichiarazione di pace per se stesso e per la sua famiglia. Accanto all’architetto c’è la prima, indimenticata, moglie: la scultrice polacca Stella Sas Korczynska. Il nome Stella resterà per sempre legato alla città di Milano. A lei è intitolato il Monte Stella, rilievo artificiale che si trova nella zona nord-ovest della città, costruito nel 1946 accumulando le macerie provocate dai bombardamenti delle forze angloamericane con altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei Bastioni. Un monumento contro la guerra, che Aldo Rossi definirà ‘una grande architettura’. Piero Bottoni, poco dopo, accanto a questa collina artificiale progetterà il QT8, quartiere sperimentale che verrà presentato alla Triennale del 1947.

Il Monte Stella rappresenta quella riflessione sul paesaggio che Bottoni inaugura già con l’ideazione di Villa Ludolf. A questa si aggiunge il lavoro sia progettuale che teorico che Bottoni conduce in maniera più generale sul concetto di insediamento residenziale, di cui va a esplorare le invenzioni tipologiche, gli arredi, le politiche di gestione di una costruzione. Si potrebbe definire Bottoni come uno dei primi architetti italiani a progettare in maniera ecosostenibile, preferendo l’uso di materiali poveri e possibilmente provenienti dal luogo stesso, primo elemento del suo approccio progettuale. L’ambito sociale di riferimento per Bottoni è quello del ceto medio, in linea con i suoi principi politici democratici, ai quali mai rinuncerà. L’adesione al Partito Comunista Italiano nel maggio 1943 gli causerà difficoltà, soprattutto in ambito accademico. Ambisce ad assicurare una casa per le vacanze a tutti i lavoratori, senza abbassare la qualità formale degli insediamenti e valorizzando il paesaggio.

Nonostante il progettista sia ancora giovane quando la realizza, la Casetta nella Pineta ai Ronchi rappresenta un risultato maturo della sua carriera. Questo piccolo edificio è deriva da un’altra sua opera – il progetto, non realizzato, della Casa ideale su palafitte del 1942, probabilmente sollecitato dal concorso per la casa ideale indetto dalla rivista Domus in quell’anno. Dal punto di vista tecnico, l’opera era concepita come un open-space interamente in legno, ad eccezione di tubolari in acciaio di sostegno, con la struttura ben in vista, in linea con gli ideali funzionalisti. In questo primo progetto si possono vedere condensati gli esercizi sul risparmio di spazio di matrice futurista che Bottoni aveva condotto al Politecnico di Milano. Essendo un’ideazione nata durante il dramma del periodo bellico, si voleva dare un senso all’abitare: la vita sospesa sulle palafitte esprime il distacco dalla contingenza. 

La Casetta nella Pineta ne rappresenta un’evoluzione. La volontà, ora, nel dopoguerra, è di riaprirsi a una rinascita, a una nuova fase della storia dell’umanità. Questa costruzione sorge a circa duecento metri dal mare, immersa in un bosco di pini e lecci, in un terreno che misura circa mille metri quadrati. Le dimensioni dell’ingombro complessivo crescono leggermente, arrivando a 6,60×5,00 metri. L’articolazione dello spazio interno si basa sulla centralità di un volume multiuso a seconda dei momenti della giornata. Concepito come un pensatoio, come un guscio di isolamento e contemplazione.

Due muri paralleli in pietrame di fiume a vista, in corrispondenza dei lati più lunghi, costituiscono la struttura portante e racchiudono il volume abitabile che invece risulta aperto sugli altri due lati. Al piano terra, un vano a giorno, dallo stesso Bottoni definito ‘soggiorno aperto-coperto’, può funzionare come living esterno o come riparo per una piccola automobile del tipo della Fiat 500 Topolino con cui viaggiava. Da qui si accede, attraverso un disimpegno, a un piccolo bagno e a una camera dotata di due letti a castello e di armadio a muro. Il piano superiore, raggiungibile tramite una scala esterna dai gradini di pietra a sbalzo formati dalla sola pedata incastrata nella muratura, contiene il soggiorno-letto, la cucina, il bagno, lo spogliatoio-guardaroba. I materiali sono ancora una volta naturali, con la scelta principale della pietra (anacronistica in anni in cui il cemento armato cominciava largamente a diffondersi), abbinata al legno di abete Douglas per i serramenti e per rivestire alcune porzioni di muratura. Le superfici intonacate sono ridotte al minimo. La trasparenza del vetro si ritrova nella facciata principale, sul verde, e nella parete in vetrocemento sormontata da finestre apribili, orientata sul retro.

Bottoni rimarrà in possesso di questa casetta per poco più di dieci anni, abitandola saltuariamente nei rari momenti di pausa. La utilizzerà poco. Già all’inizio del 1949 pensa di venderla. Un possibile acquirente è Adriano Olivetti al quale, indicando un prezzo di 2.700.000 lire, scrive: ‘Venuto meno un programma di vasti lavori, di cui buona parte avrebbero dovuto essere i vostri, e che giustificavano la necessità di una residenza in luogo – cioè presso lo stabilimento Olivetti Synthesis di Apuania realizzato nella prima metà degli anni Quaranta su progetto dello stesso Bottoni (ndr) – il possederla è diventato un lusso’. In realtà, di lì a poco Bottoni verrà incaricato di progettare i servizi sociali dello stabilimento e l’ampliamento delle officine. Tali lavori lo impegneranno per diversi anni, ma Bottoni smetterà di vivere questo spazio nel 1956, anno in cui muore la moglie Stella. A questo punto vorrà allontanarsi del tutto da questo scrigno, voltare pagina. Cercando di convincere un acquirente fornirà persino un progetto di possibile ampliamento. In tale maniera si dichiarava pronto a tradire lo spirito monacale originario di un’opera caratterizzata da un minimalismo che, alle soglie del boom economico, era già fuori dalle nuove esigenze dell’abitare.

La casetta non ha mai subito ampliamenti. È rimasta nascosta e solitaria ancora oggi, protetta dalla pineta che la circonda. Simbolicamente, le prossime vacanze forse le assomiglieranno. Il dover rinunciare a certe forme di socialità ricorrenti di certo ci spingerà a cercare spaccati più discreti. Questo non può che instaurare un nuovo confronto con i luoghi e con i paesaggi, negli ultimi anni troppo spesso sopraffatti e abusati. Occorre trovare nuove forme di rispetto, senza dover rinunciare necessariamente al divertimento e a una fondamentale forma sociale. Ci rimarrà, si spera, la consapevolezza che la bellezza non è una invenzione dell’uomo, ma che prima di tutto viene dalla natura.

Bottoni vide in Capri il luogo dove tornare a ogni occasione, per lavoro e per piacere. Sceglierà di avere qui, fino alla sua morte, la sua nuova casa di vacanza.

Nella prima metà del Novecento, approdare sull’isola di Capri significava abbandonare tutto quel che succedeva a pochi chilometri di distanza, sulla terraferma, ed entrare in una dimensione di libertà. Tutto – o quasi – era concesso. Ciò che vi succedeva era nascosto, segreto. Vi arrivavano sperimentatori, rivoluzionari, letterati, artisti. La libertà espressiva diventava uno dei valori del luogo. Le arti fiorivano, compresa l’architettura.

Capri si inserì nella scena internazionale dell’architettura moderna nel 1922, anno in cui si tenne sull’isola il primo Convegno sul paesaggio. Un dibattito indirizzato alla teorizzazione e riproduzione mimetica continua di un certo ‘stile Capri’, definito e imposto da regolamenti edilizi, rientranti nel Programma estetico del Comune di Capri spinto dall’esteta e naturalista Edwin Cerio, allora sindaco. Queste limitazioni non si sposavano con i principi liberali dell’isola, che ben presto divenne un campo di confronto per gli architetti arrivati in quegli anni. Si venne instaurando una sorta di gara per aggirare i regolamenti edilizi, dando sfogo alla creatività compositiva, che dette vita a opere nascoste dalla vegetazione o incastonate nella roccia. Casa Malaparte è il capolavoro razionalista dall’iconico tetto-terrazza, progettata dal 1938 dallo stesso Curzio Malaparte su un’idea iniziale dell’architetto Adalberto Libera.

In questo succedersi di architetti e sperimentazioni, si inseriva anche il milanese Piero Bottoni, che con Capri instaurò un rapporto che si spinse oltre la sfera lavorativa. Cominciò a frequentare l’isola alla fine degli anni Cinquanta, ormai professionalmente cresciuto e con un bagaglio di esperienze progettuali che spaziavano dall’architettura, all’urbanistica e al design. Era accompagnato dalla seconda moglie Giuditta Rossini, che sposò nel 1958, dopo esser rimasto vedovo. Da Giuditta ebbe due figli, Piero e Stella, chiamata così in onore della prima moglie, l’artista di origine polacca Stella Sas Korczynskasi.

In buona parte di questa fase della sua vita, Bottoni vide in Capri il luogo dove tornare a ogni occasione, per lavoro e per piacere. Sceglierà di avere qui, fino alla sua morte, la sua nuova casa di vacanza. Precedentemente aveva prediletto la Versilia, trascorrendovi periodi nella Casetta nella pineta ai Ronchi a Marina di Massa –progettata nel 1945 –, molto legata al vissuto con Stella. La perdita dolorosa della moglie lo allontanò da quei luoghi. Capri gli apparve come un nuovo mondo. Nel 1958 decise di acquistare e restaurare un rudere demaniale attiguo alla Grotta di fra’ Felice, facendone un buen retiro per sé e per la sua famiglia. Seppure folgorato dalla bellezza dello scenario naturale, non fu mosso da uno spirito turistico, ma dal desiderio di imprimere un atto sociale iniziatore di un nuovo corso.

Il voler abitare una nuova casa incarna la speranza di trarne vibrazioni vitali. Un modo di trovare un proprio angolo dal quale osservare in privato il panorama di rapporti umani e di eventi della vita, piuttosto che il sole e il mare. La magia dell’architettura sta nel riuscire a influenzare questi processi di identificazione, aiutando o, al contrario, contrastando un rapporto totale fra costruito e occupante. Si tratta di quesiti sempre affrontati in profondità e con estrema delicatezza da Bottoni, in particolare quando si approccia ai temi del residenziale.

Nel 1959, Bottoni confida alla storica dell’architettura Giulia Veronesi: «A me non interessa costruire una casa, bensì quella data casa che possa costituire, almeno nelle mie aspirazioni, un evento sociale oltre che estetico; quella data casa che, nell’impostazione strutturale e figurativa, interpreti schiettamente un determinato momento della vita e della cultura».

Le opere di Bottoni per Capri non sono generalmente annoverate fra quelle che hanno reso nota l’isola nell’ambito dell’architettura moderna. Il suo lavoro qui sceglie di rinunciare a obiettivi scenografici. Si configura tramite interventi misurati e discreti, a loro modo avveniristici. Un preciso equilibrio compositivo dispone in maniera nuova gli elementi del lessico architettonico isolano: volumi compositi, volte estradossate, aperture asimmetriche, terrazzi e scale esterne sorrette da archi rampanti.

Il primo approccio lavorativo dell’architetto a Capri fu la progettazione di Casa Cerrotta, in via Tiberio, nel 1958. Quasi con ironia, scelse di evitare le caratteristiche tipologiche classiche ancora ricorrenti in base al piano paesistico di Gustavo Giovannoni, risalente al 1938. Bottoni propose la compresenza di logiche progettuali moderne e razionali applicandole allo stereotipo di casa di quel luogo. Mantenne questo approccio nei progetti di residenze per l’isola, andando a definire l’interpretazione caprese dell’abitazione moderna. In questo caso l’architetto pensò a due facciate sovrapposte su due fronti, a ricreare l’irregolarità delle costruzioni tipiche. Il progetto venne bocciato – non per la sua originalità, ma perché la Soprintendenza non si fida che il sig. Cerrotta lo voglia poi realizzare così come è stato immaginato”. Bottoni tenta di ottenerne l’approvazione, senza successo, garantendo l’aderenza dell’opera al progetto e raccomandando al committente-costruttore “che la copertura sia eseguita col sistema caprese con la volta a crociera conforme al disegno e non con soluzioni diverse, magari più economiche.

Non smise di interessarsi all’isola e, sempre nel 1958, visitò i ruderi demaniali attigui alla Grotta di fra’ Felice, in via Krupp. Nel 1926 Alberto Savinio definì dura e militaresca questa via che si arrampica lungo una scoscesa parete rocciosa affacciata su Marina Piccola. Il rifugio vi si incastra in maniera discreta, chiamato quasi con ironia Villa Krupp, poiché appartenuto nel secolo precedente al magnate dell’industria militare tedesca Alfred Krupp, benefattore e innamorato non corrisposto della Capri début du Siecle. Un eremo appena sotto la Certosa, immerso nel paesaggio, sospeso fra cielo e mare. Un vano di modeste dimensioni, reso infinito dallo strapiombo sul mare. Un’ampia terrazza soprastante, prospiciente la grotta di Fra’ Felice, offre una vista unica su Marina Piccola. Incantò l’architetto.

Bottoni capì di aver trovato il suo posto e con l’aiuto dell’amico Luigi Cosenza riuscì a risolvere inghippi burocratici e ad acquistarlo come nuova casa di vacanza. Si avventurò con entusiasmo nel complesso restauro architettonico, viste le necessarie opere di ripristino anche strutturale, a causa del lungo abbandono, delle intemperie e dell’uso bellico nella seconda guerra mondiale. I lavori lo impegnarono per circa due anni. L’architetto elaborò diverse versioni del progetto, cercando un equilibrio fra la componente storica e l’estetica moderna. Una sperimentazione sul restauro da lui già messa in atto in progetti magistrali quali l’ampliamento di Villa Cicogna a Bergamo (1935), la rifunzionalizzazione di Casa Bedarida a Livorno (1936-37), l’intervento su Villa Muggia a Imola (1936-38) e la ristrutturazione di Casa Minerbi a Ferrara (1953).

Anche in questa residenza estiva per se stesso, l’intervento diede vita a un unico vano multifunzionale, coperto dalle due arcate originali, con le attrezzature essenziali. Emerge quello spirito degli architetti razionalisti che Bottoni rappresenta appieno, imperniato sul tema dell’alloggio minimo. Vi si dedicò nel 1929, progettando i locali di servizio della Casa elettrica alla IV Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne di Monza e, nel 1932, disegnando il Complesso di case popolari presentato alla V Triennale di Milano. Riuscì a fondere questi principi minimalisti dal carattere contemporaneo e internazionale con i riferimenti all’architettura vernacolare, plasmandoli sulle particolarità del paesaggio isolano. In quest’ottica, gli interventi radicali furono ridotti allo spazio interno, limitandosi a ben poche sistemazioni esterne, quali la sistemazione del viottolo di accesso, la pavimentazione della terrazza soprastante e il ripristino dei muretti in pietra che disegnano sedute, fioriere e parapetti verso il mare. A ciò si aggiunse la consueta attenzione di Bottoni verso la vegetazione autoctona, alterata nel minor modo possibile dal suo intervento.

Bottoni fece scrivere su una targa commemorativa della sua casa: Qui nell’anno 1898 Federico Alfredo Krupp, imbattuto fabbricante di cannoni, incondizionatamente si arrese alla divina bellezza di Capri, spesso ritirandosi in questo eremo e confermando che bellezza e poesia valgono più che potenza e denaro. Una sorta di risarcimento dello scandalo che aveva travolto il tedesco, arrivato a Capri nel 1899, e che nel 1902 lo porterà a un suicidio – non ufficialmente dichiarato – che aveva preso forma da illazioni scaturite sull’isola e rimbalzate in Germania dal giornale socialista La Propaganda e dalla campagna denigratoria condotta sul Mattino di Napoli da Matilde Serao. Piero Bottoni amò fino alla fine questo luogo e, ormai cittadino saltuario dell’isola, continuò a lungo a lavorarci.

Fra i tanti progetti, vanno citati il sopralzo di Casa Ruocco in via Vittorio Emanuele (1959-60), Casa Ferraro in via Tiberio (1960), una Casetta con piscina sempre in via Tiberio (1961 circa), la trasformazione in albergo di Villa Scalinatella in via Tragara (1961-63), la ristrutturazione del piano terra di Villa Alfa in via Marina Piccola (1965), Villa La Quercia (1967-69) e infine lo studio del Piano regolatore per Capri (1969). Sono opere annoverabili fra i buoni esempi di quel regionalismo critico in grado di attraversare la storia dell’architettura moderna, richiamandosi all’identità culturale dei luoghi senza scadere in una forma di sentimentalismo locale.

Nel settembre del 2003, in occasione del centenario della nascita e del trentennale dalla morte, questo merito e sentimento dell’architetto milanese per questa sua patria elettiva, viene riconosciuto con l’apertura al Palazzo dei Congressi di Capri della mostra Piero Bottoni a Capri – Architettura e paesaggio, 1958-1969. Un’esposizione che raccoglie disegni e immagini realizzati in oltre un decennio di lavoro in questo contesto unico, che dall’epoca dei viaggiatori del Grand Tour a oggi, non potrà mai smettere di essere un’ispirazione per artisti, creativi, scrittori e poeti. Una sirena che ha attratto chi transfuga da realtà oppressive e orizzonti angusti, in cerca di quella libertà che qui è immutata.


Nato a Milano nel 1903, Piero Bottoni si laurea in architettura al Politecnico della sua città nel 1926, frequentando parallelamente gli ambienti dell’Accademia di Brera. Studi eterogenei lo spingono a sperimentare più campi della trasformazione dell’ambiente fisico: dalla composizione architettonica all’urbanistica, dal product design all’architettura d’interni, mantenendo un legame con altre arti – pittura, grafica, fotografia e cinema. Si distingue fra i protagonisti del Razionalismo italiano e, nel successivo dopoguerra, della sua stessa revisione critica. Appena laureato, è chiamato da Giovanni Muzio a collaborare al suo corso nella Facoltà di Architettura, dal quale viene tuttavia allontanato, per motivi politici, la prima volta nel 1927 e ancora nel 1937. Partecipa alle Esposizioni di Architettura Razionale a Roma nel 1928 e nel 1931 e rappresenta l’Italia, dal 1929 al 1949, ai Congressi Internazionali di Architettura Moderna. È fra i redattori, nel 1933, della Carta di Atene, manifesto assoluto dell’urbanistica razionalista. Nello stesso periodo è tra i promotori della rivista Quadrante e membro del consiglio direttivo della rivista Metron. È tra gli autori di un piano che ha segnato la storia dell’urbanistica italiana: il Piano della Valle d’Aosta, promosso da Adriano Olivetti nel 1936. Convinto dei suoi principi radicali aderisce dal 1943 al Partito Comunista Italiano ed è poco dopo nominato membro della Consulta Nazionale. Dal 1956 al 1964 accetta la carica di consigliere del comune di Milano, sempre eletto nelle liste del PCI. È un periodo di impegno istituzionale – nel 1953 diviene membro del Consiglio dell’Istituto Nazionale di Urbanistica – e accademico, che vede il ritorno al Politecnico di Milano. Prima come libero docente in urbanistica e, dal 1964, in qualità di professore incaricato di allestimento e museografia. Nel frattempo, dal 1954 al 1965, insegna Tecnica urbanistica alla Facoltà di Ingegneria di Trieste. Dal 1967 diviene professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano. Mantiene tale insegnamento fino alla sospensione disciplinare di tutti i docenti del Consiglio di Facoltà di Architettura, ordinata nel 1971 da Riccardo Misasi, allora Ministro della Pubblica Istruzione, contro la sperimentazione didattica in atto al Politecnico. Muore a Milano nel 1973, senza aver più potuto riprendere l’amata attività di insegnamento.

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