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Biodiversità contro agricoltura – la speranza per Milano si gioca adesso

Da una parte i vincoli ambientali appaiono come limiti per l’agricoltura – dall’altra, le amministrazioni pubbliche devono produrre progetti più concreti e immediati per la comunità

A marzo era prevista la pubblicazione della nuova Pac – Politica Agricola Comune – da parte della Commissione Europea. Per via del Covid, la nuova legge è stata rimandata. Quando entrerà in vigore, così come ogni prossima legislatura in materia agricola e non solo, la nuova PAC imporrà nuove tutele e risorse a favore della biodiversità.  Gli agricoltori saranno sostenuti economicamente dalle amministrazioni pubbliche al fine di traslare le attività di agricoltura intensiva, in procedure in sintonia con l’ambiente. La biodiversità migliorerà la produttività dei campi e la qualità dell’ecosistema – oltre a preservare zone e paesaggi. Fino a oggi, a sostegno dell’agricoltura intensiva, la PAC prevede che qualora un campo presenti un filare di alberi lungo il perimetro, l’ombra prodotta dagli alberi vada a diminuire i metri di produttività, riducendo quindi la possibilità di sovvenzione economica.

Il Parco Agricolo Sud Milano, in gestione alla Città Metropolitana di Milano, comprende le aree agricole e forestali di 61 comuni, per un totale di 47mila ettari di cui 37mila totali dedicati all’agricoltura: il 28% di questi è coltivato a riso, un altro 28% a mais, il 17% a foraggere e il resto a cereali e specie varie. 

«All’interno del parco stiamo pagando un’agricoltura intensiva che ha determinato la perdita di biodiversità», spiega Michela Palestra, che del PAS è presidente dal 2015 – e sindaco di Arese dal 2013, dopo una laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano e le esperienze di lavoro in una multinazionale medicale e come lavoratrice autonoma. «Gli studi dicono che l’uniformità del paesaggio porti nel tempo a una perdita di fertilità, ad aumentare la presenza di insetti patogeni. I filari, le siepi e le interruzioni – che devono essere recuperati. Le leggi vanno in questa direzione: se il sostegno economico prima era rivolto alla quantità, ora avvertiamo un’inversione di tendenza. Le politiche della PAC cercheranno di recuperare le zone d’ombra e non di penalizzarle».

Lo scorso anno, i due parchi di cinta milanesi (nord e sud) hanno piantato 13.800 tra alberi e arbusti. Ora ci si chiede che ruolo possa ricoprire il PAS all’interno del progetto di forestazione urbana lanciato dal Comune di Milano e titolato ForestaMI – che ha mosso i primi passi nel 2019 e che a oggi ha portato alla piantumazione di 85mila alberi. «È logico dedurre che per la sua vastità, il PAS è rilevante, se non protagonista, per il traguardo di 3 milioni di alberi che si pone ForestaMI – ma c’è una grande complessità: il PAS non ha proprietà di terreni, se non in minima parte», spiega. «Sui 47mila ettari che lo compongono, ce ne sono circa soltanto mille di proprietà dell’ente gestore, ovvero la Città Metropolitana di Milano».

Cosa può fare quindi il PAS, operativamente parlando? Oltre che all’azione costante di tutela, ovvero il vincolo – senza il PAS, lo sviluppo urbano di Milano sarebbe espanso a Sud, sviluppi immobiliari al posto delle campagne che troviamo oggi. La missione è portare finanziamenti e supporti logistici alle aziende del territorio – «Stiamo lavorando a un bando con Fondazione Cariplo, quindi con fondazione Ca’ Granda, che si occupa del patrimonio agricolo, e altri soggetti. Abbiamo avuto il finanziamento come capitale naturale. Siamo al fianco di soggetti pubblici e aziende con una vocazione agricola per qualificare il territorio. Seguiamo i bandi che hanno a che fare con sostenibilità, biodiversità, corridoi ecosistemici». All’interno del Parco Agricolo Sud si trovano oltre 70 aziende agricole e 374 allevamenti zootecnici – per la maggior parte bovini – specializzati nella produzione di latte. Il parco ha il ruolo di salvaguardare il territorio: un compito che spesso si è tradotto nella creazione di regole e di costi aggiuntivi che non sempre sono stati accolti con favore. «L’urbanizzazione è fermata da una difesa strenua che io ricordo essere partita dal basso – commenta – dalla legge popolare. Guardando all’area di Pavia e di Lodi, con un gran quantitativo di terreno dedicato alla logistica, possiamo fare un confronto tra un territorio che è stato protetto, e uno che invece ha avuto uno sviluppo diverso. Il parco ha giocato un ruolo sia per la difesa del suolo, ma anche dell’agricoltura». 

La difficoltà sta nel creare un bilanciamento tra gli sforzi e i costi aggiuntivi richiesti a chi coltiva e produce, e l’effettivo ritorno in termini di riconoscimento di qualità superiore del prodotto e di sfruttamento della filiera corta. «Trovarsi all’interno di un Parco Agricolo comporta dei vincoli che non è sempre facile accettare. Ciò che possiamo fare è valorizzare quanto è prodotto qui – uno scambio tra chi produce e chi acquista, una trasparenza che rende manifesto il valore aggiunto di come si fanno le cose. Attribuiamo valore alla filiera corta». La determinazione di strategie nuove per la coltivazione dovrebbe avere come scopo finale l’ottenimento di un riconoscimento, traducibile anche in termini economici. «C’è sfiducia, perché gli agricoltori vedono nel Parco Agricolo solo i vincoli e l’appesantimento burocratico».

«Uno degli ultimi elementi di fatica nella relazione del parco con gli agricoltori riguarda l’istituzione delle aree a Parco Naturale all’interno del PAS», continua Palestra. La governance del parco sta lavorando alla creazione di zone riconosciute come ‘parco naturale’ all’interno dei 47mila ettari di terreno del parco, una scelta contestata dagli agricoltori. 

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PARCO AGRICOLO SUD PH. ZERO MILANO

Gli agricoltori temono, anzi appaiono certi, che queste nuove zone a Parco Naturale portino solo ulteriori limitazioni, cavilli e blocchi: «Uno dei fraintendimenti riguarda il fatto che si possa praticare solo agricoltura biologica. Non è così. L’agricoltore che oggi ha delle pratiche agricole, anche intensive, non è costretto a sospenderle. Non cambia nulla, né dal punto di vista urbanistico né di pratiche agricole. Occorre vincere la resistenza al cambiamento. Quando negli Anni Novante è stato creato il PAS, le resistenze erano le stesse – e a oggi gli agricoltori non si rendono conto di quanta opera di tutela siamo riusciti a produrre in questa zona». Quale è quindi il vantaggio del Parco Naturale? «Alcuni fondi sono accessibili se si è un Parco Naturale – ciò che il PAS oggi non è. Le zone a Parco Naturale permetterebbero al PAS di accedere a finanziamenti regionali, nazionali ed Europei da cui oggi è escluso. Questi fondi saranno devoluti su progetti di finanziamento agli agricoltori. Certamente, per accedervi dovranno evolversi da agricolture intensive ad agricolture che migliorino e producano biodiversità – che non significa assolutamente agricolture biologiche».

Lo studio del territorio e di quello che potrebbe diventare l’area di parco naturale ora è affidata ai tecnici del parco e all’Università statale di agraria. Una volta ricevuto l’esito dello studio, spetterà alla Regione approvare per legge l’istituzione delle nuove aree a parco naturale. «Stiamo facendo un’analisi all’interno della struttura tecnica del parco agricolo. Io, i tecnici e alcuni membri del consiglio direttivo siamo andati a presentarlo sui territori. È così che ci siamo resi conto di questa resistenza da parte degli agricoltori. Non siamo riusciti a comunicare. Abbiamo affidato all’Università Statale di Agraria un approfondimento. A breve questo risultato sarà sottoposto all’approvazione del direttivo. Crediamo nella conferma da parte dello studio che l’istituzione delle aree parco naturale non sia solo un obbligo, ma un’opportunità, senza compromettere il valore del territorio».

Il PAS sta portando avanti il progetto di trasformare quasi 9 mila ettari di territorio disciplinati in un nuovo Parco Naturale. «C’è stata un’errata condivisione. Dall’inizio gli agricoltori si sono opposti perché ciò porterà a ulteriori vincoli all’attività agricola. C’è il timore che i vincoli possano essere concreti: oggi, per gli agricoltori, uno dei problemi peggiori e di più difficile gestione sono gli attacchi di animali: le nutrie. Non esiste un piano di contenimento contro le nutrie, il PAS non dà direttive e non prevede regole. Abbattere le nutrie è vietato – e questa specie continua a danneggiare i campi. C’è il timore che un Parco Naturale renda ancora meno contrastabile questo problema oggettivo».

L’agricoltore Ezio Pavesi si fa portavoce di questo problema: «Quando è stato creato il Parco Agricolo Sud noi agricoltori eravamo favorevoli. Dopo ce ne siamo pentiti perché il PAS ha aumentato la quantità e le complicazioni delle procedure burocratiche. L’infestazione delle nutrie è un esempio preciso e indicativo della situazione generale. Tutti gli agricoltori, anche rifacendosi a Coldiretti che può essere considerato il nostro organo sindacale e che a mio parere agisce positivamente sul nostro lavoro, abbiamo chiesto al PAS direttive per la risoluzione di questo problema. Le nutrie non appartengono alla fauna autoctona, hanno minato l’esistenza di altre specie del territorio, procurano problemi oggettivi: distruggono le dighe con cui distribuiamo l’acqua tramite i canali nei campi, le loro tane creano tunnel che fanno perdere grandi quantità di acqua. Scavano le loro tane sotto le radici delle querce: poco tempo fa un esemplare di duecento anni è rovinato a terra perché era cavo sotto il tronco – le radici mangiate dalle nutrie. Il PAS ha dato come direttiva l’utilizzo di trappole: le nutrie sono topi il cui solo corpo può raggiungere la lunghezza del metro, senza coda. Le trappole non sono efficaci. Non possiamo mettere il veleno, e non possiamo sparare contro loro – se non durante la stagione della caccia, quando però le nutre sono in letargo».

ARCO AGRICOLO SUD PH. ZERO MILANO
PARCO AGRICOLO SUD PH. ZERO MILANO

La missione del PAS è quella di aiutare le aziende agricole, garantendo sia la salvaguardia del territorio contro speculazioni immobiliari e agenti inquinanti – sia promuovendo operazioni di ripristino agricolo e di biodiversità dell’ecosistema, di recupero delle cascine storiche, di potenziamento dell’economia locale. A contrasto delle nutrie, per esempio, tra i meccanismi più efficaci potrebbero esserci proprio le zone di Parco Naturale temute dagli agricoltori: tali zone prevedrebbero tra le altre, anche la ripopolazione delle volpi autoctone, primi predatori naturali delle nutrie.

A controcanto, gli agricoltori credono sommariamente che i soldi del sostegno comunitario siano intercettati e utilizzati per creare infrastrutture superflue, o per zone ricreative aleatorie – sempre l’agricoltore Pavesi indica precisamente un’oasi presso l’ingresso di Rosate, da poco riqualificata oggi luogo scelto dalla rete di prostituzione locale. Si ottengono i sostegni, e poi si abbandonano le strutture, una volta presentate le immagini che ne garantiscono la realtà e conferma del finanziamento allocato. 

Carmela Manduca, Sindaco di Vernate, comune che per il 95% è Parco Agricolo Sud. «Siamo sempre stati una giunta ambientalista, inizialmente dalla parte del PAS ma dopo sono stati messi troppi vincoli; oggi per noi farne parte è un limite. Capisco che vogliano creare il Parco Naturale ma i troppi vincoli per chi poi deve lavorarci diventano un ostacolo». Il Sindaco si riferisce alla richiesta di un ampliamento nella zona industriale e al progetto di una rotatoria che sono state bloccate dal PAS – che a sua volta, avrebbe portato finanziamenti di urbanizzazione. «Stiamo cercando di recuperare le cascine e riqualificarle, speriamo che arrivino dei finanziamenti per farlo».

L’argomento è aperto, non risolto. Nel Comune di Vernate, la strada provinciale passa a ridosso delle abitazioni, i mezzi pesanti sono pericolosi per i gas inquinanti e per i bambini negli spazi ricreativi della chiesa, poco distanti dal ciglio. Sempre nel comune di Vernate, il Castello Visconteo del Trecento, indicato tra i monumenti di rilievo della zona, subisce continui danni per le vibrazioni dei camion: cadono le tegole e si crepano i muri, un pericolo per chi passa o abita. Sempre nello stesso comune, ci sono due cantieri abbandonati: un progetto di abitazioni popolari, e un ospizio di tre piani – un ecomostro – la cui costruzione si era già fermata prima della pandemia, e di cui adesso rimane solo una gru ferma e una struttura in cemento armato in via di abbandono. Il PAS non aveva potuto bloccarlo perché il terreno era edificabile per il piano regolatore del Comune.

In attesa della nuova PAC, che decreterà perentoriamente biodiversità e tutela dell’ambiente, i vincoli del PAS paiono addirittura auspicabili – ma l’amministrazione pubblica, Comune, Parco e CMM, devono riuscire ad agire con più prontezza su argomenti concreti di quotidiana questione.

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