IL SALONE DELL’UDIENZA, DECORATO DA FRANCESCO SALVIATI VERSO LA METÀ DEL CINQUECENTO
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Nelle viscere di Palazzo Sacchetti, luoghi di culti misterici di origine orientale

Nel 1748, i Sacchetti furono costretti da a disfarsi, a favore di Papa Benedetto XIV Lambertini, di centottanta dipinti della collezione di settecento opere

La Mole Scura e squadrata di palazzo Sacchetti, con i suoi spigoli vivi, si erge al civico 66 di Via Giulia a Roma, una delle strade simbolo della trasformazione urbana impressa nel Rinascimento. Foschi presagi, lieviti esoterici a piene mani nel romanzo Rome, di Émile Zola a fine Ottocento, dove Palazzo Sacchetti è adombrato nel cupo Palazzo Boccanera e vede morire per ingestione di fichi avvelenati, destinati in realtà allo zio cardinale, il padrone di casa, il principe Dario. I coniugi Osmond, protagonisti del jamesiano Ritratto di Signora, non alloggiavano tanto lontano da qui, a Palazzo Ricci, nell’omonima piazza su via di Monserrato. Una presenza feudale, scabra di decorazione, stereometrica e munita come un castello a dispetto delle alte finestre che presenta in facciata su diversi registri iniziata nel 1542 dall’architetto Antonio da Sangallo quale sua ambiziosa abitazione e completata, alla sua scomparsa, avvenuta nel 1546, da Nanni di Baccio Bigio.

Via Giulia è un’arteria voluta da Giulio II della Rovere nel quadro della sua politica assolutistica per aprire un ulteriore percorso nel cuore dell’Urbe: rettifilo rubato al Tevere sorto sulla sabbia fluviale, fu segnata nel 1508 e corre da Ponte Sisto alla Chiesa della Comunità toscana, la basilica di San Giovanni dei Fiorentini. Leggenda vuole che nelle viscere di Palazzo Sacchetti, dove si sono succeduti dopo i Sangallo, i Ricci di Montepulciano, i banchieri pisani Ceuli che hanno dato nome all’adiacente vicolo del Cefalo nel 1608 il cardinale Ottavio Acquaviva d’Aragona, arcivescovo di Napoli, che fece costruire la cappella affrescata da Agostino Ciampelli e quindi i Sacchetti, si celino ancestrali luoghi di culti misterici di origine orientale.

La fabbrica Sangallesca è oggi nota per alcune scene de La Grande bellezza di Paolo Sorrentino, specie quella assai malinconica in cui dei nobili impoveriti dal nome un po’ assurdo di Colonna di Reggio, sopravvissuti figuranti di party parvenu, salgono in quelli che un tempo erano i loro saloni illuminati con l’inserimento di una monetina nella gettoniera. L’ennesimo memento mori, dopo la conversazione tra sé e sé della surreale principessa Domitilla prima della sfilata di moda ecclesiastica del fellinano Roma. Nel 2015, il piano nobile di Palazzo Sacchetti, un succedersi di volumi cinquecenteschi e di repertori pittorici del Manierismo, dopo vari secoli è uscito dalle mani del nobile casato di cui tuttora porta il nome e che lo aveva acquisito nel 1648, per essere ceduto a un nuovo proprietario. Si vocifera per una cifra tra i trenta e i cinquanta milioni di euro. Una vendita epocale, decisa manu militari dalla marchesa Giovanna Sacchetti, rimasta vedova dal 2010 di don Giulio Sacchetti. Marchese di Castelromano, per oltre trent’anni ai vertici dell’Amministrazione civile del Vaticano, Don Giulio è stato il laico più alto in carica nella struttura dello Stato della Chiesa, esponente di una famiglia secolarmente legata al Sacro Soglio, di fatto l’ultimo rappresentante della nobiltà nera capitolina in servizio presso il pontefice. Paolo VI per lui aveva creato l’inedito ruolo di Delegato Speciale della Pontifica Commissione per lo Stato della Città del Vaticano.

L’aquirente della dimora era il grande finanziere francese di origine rumena Robert de Balcany, chiaroscurale e discusso personaggio dalla caratura romanzesca, di leggendaria ricchezza e spregiudicata allure, intelligenza e conversazione brillanti. Per essere più esatti, il bene è stato alienato alla Sociedad General Immobiliaria de Espana, il cui presidente era appunto Robert de Balkany. Lo sanno bene molti che hanno avuto la ventura di trovarselo a tavola, quanto potesse essere tagliente e ustorio quest’ultimo, ma anche galante e sensibile allo charme femminile. Poco mondano, colto, proclive alla sfida, sovente accompagnato da dame titolate o da signore della cultura, amico personale di re e principi, non ultimo Juan Carlos di Spagna, compare di battute venatorie e non solo. De Balkany è stato imperatore dei centri commerciali: un’attività iniziata con geniale preveggenza nel 1969, stesso anno in cui, nella rutilante fantasilandia del suo Castello di Eze, in Costa Azzurra, peraltro con un divorzio alle spalle, impalma la principessa Maria Gabriella di Savoia che ebbe a definirlo un pessimo marito, ma ottimo padre insieme hanno avuto una figlia, Maria Elisabetta.

Snoberrimo, anche più del suo antesignano Beistegui, il gentiluomo in questione, nato nel 1931, possedeva un predicato nobiliare quantomeno sospetto. Infatti, era nato Zellinger nel 1931 in quel di Romania, dove il padre aveva fatto parecchio denaro come imprenditore immobiliare. Approdato giovanissimo in Francia, aveva pensato bene di dotarsi di un de nuovo di zecca, che gli è valso l’inserimento di diritto tra i protagonisti della maligna e spassosa Encyclopédie de la fausse noblesse, alla faccia degli altisonanti quarti del blasone di Casa Savoia. Monsieur Robert se l’era proprio offerto in dono, quell’immenso appartamento a piano nobile di Palazzo Sacchetti. Un fulmine a ciel sereno che d’improvviso perturbava la sonnecchiante e apparentemente immota atmosfera della società romana e le pigre poltrone del Circolo della Caccia. Soprattutto perché i Sacchetti, con ferrea e fiera ostinazione, non avevano mai ceduto a nessuna lusinga economica, nemmeno nei peggiori momenti della loro vicenda familiare lungo l’arco di diversi secoli.

Nel 1748, i Sacchetti furono costretti da una gravissima crisi finanziaria causata da debiti insostenibili a disfarsi, a favore di Papa Benedetto XIV Lambertini, dei centoottanta dipinti della collezione di settecento opere questo secondo un inventario stilato nel 1639, (ne risulteranno novecento ai primi del Diciottesimo secolo, quando Gaspar van Wittel viene ospitato a palazzo). Una collezione che comprende i maggiori autori barocchi, tra cui Guercino e Guido Reni, messa insieme dal potentissimo cardinale Giulio, committente di Pietro da Cortona, sodale dei Borghese e soprattutto dei Barberini, che per ben due volte per un soffio mancò l’ascesa al Soglio papale. Tele inestimabili che, con la raccolta Pio di Savoia, andarono a costituire il nucleo basilare dei Musei Capitolini. Furono liquidati anche i feudi di Frascati e di Castelfusano, così come il Casino del Pigneto, progettato da Pietro da Cortona, già ridottosi a una rovina piranesiana. I Sacchetti in disgrazia abbandonarono l’Urbe per lungo tempo, rifugiandosi a Lione. Il Palazzo restava lì, spogliato di tanti tesori e degli arredi sontuosi e deprivato di quella liturgia opulenta e sacralizzata che comportava la civiltà aristocratica dell’Ancien Régime. Manteneva alta la guardia, emblematico garante edilizio di una continuità dinastica e di un prestigio che rimontava ai tempi in cui Marcello Sacchetti, fratello di Giulio, il prelato e diplomatico insigne, con l’avvento al trono pontificio di Maffeo Barberini, papa Urbano VIII, divenne Tesoriere Segreto e Depositario dello Stato Pontificio.

La volitiva marchesa, appena vedova, trasmigrò con gli amati cani al seguito in un elegante building ai Parioli (quartiere di matrice littorio-chic poi in odore di generone vetero-conservativo, ora tornato prepotentemente à la page). Non è lecito sapere cosa la spinse a un passo tanto definitivo, frazionando irrimediabilmente una delle più simboliche proprietà aristocratiche cittadine – (proprio alla marchesa spetta il merito di un restauro importante, trasformando il palazzo degli antenati del marito in scenario per mostre e incontri culturali). C’è in questo plot come un elemento, un capoverso che non si riesce a comprendere. Apparentemente, il denaro non le mancava, né aveva eredi diretti di cui occuparsi. Si dice sia stata una provocazione diretta ai figli diprimolettodelmarito.Ilpalazzo era quindi in vendita. Che ne sarebbe mai stato di quelle sale ornate dal fantasmagorico talento pittorico di Francesco Salviati? Dove sarebbero finiti i globi del Coronelli della Sala dei Mappamondi? Chi si sarebbe seduto a tavola, come Pamela Villoresi in La Grande Bellezza, sotto lo spettacolare soffitto di Ambrogio Bonazzini della Galleria, dove spiccano la Sacra Famiglia e l’Adamo ed Eva di Pietro da Cortona? E che dire del magnifico rutilante Subleyras? E del Baldacchino papale?

La notizia esplose come una bomba, negli ambienti patrizi della Capitale. Nel febbraio 2015 Dagospia titolò con uno strillo assai eloquente: «Come vendere un Pezzo del Colosseo». Il marchese don Giulio era una figura molto nota e stimata e i Sacchetti, di origine fiorentina, espatriati dalla Città del Fiore per la loro ostilità al potere mediceo, sulla scena nobiliare romana avevano un posto di spicco, essendo tra le quattro famiglie marchionali dette ‘del baldacchino’, una dignità e un onore che li equiparava al rango dei principi. La cessione della dimora accade come una sorta di mélo, tra un montare di chiacchiere e commenti amari, il solito penitenzagite catastrofista e un coro di fosche previsioni sulla dissoluzione finale di un intero mondo nobiliare. C’era anche chi, forse sedotto dallo scintillante lusso di Robert de Balkany, profuso a piene mani nelle sue magioni, prima fra tutte quella parigina di rue de Varenne, riteneva che egli avrebbe fatto del palazzo un capolavoro di décor, una nuova Versailles romana e che l’avrebbe riportato a iperbolici fasti sociali.

Un accumulo stordente di marmi policromi, di alabastro e di ottoni, di bronzi dorati o pseudo tali, degni del mausoleo di un satrapo orientale, di una tomba medicea o della reggia di un Voivoda di Ruritania. La marchesa Giovanna Sacchetti née Zanuso, giovinezza brasiliana, gran giocatrice di burraco, mecenate d’arte, si è spinta oltre, con un beau geste che definitivamente ha chiuso la bocca a molti. Il 19 settembre 2016 ha deciso di donare alla Galleria Borghese di Roma, (diretta dalla ‘zarina’ Anna Coliva, amica sia della nobildonna che di de Balkany), il Ritratto del Cardinale Giulio Sacchetti, il vero gioiello della collezione del palazzo, un olio su tela di Pietro da Cortona, realizzato tra il 1626 e il 1627.

Il destino decise che Robert de Balcany non riuscisse ad abitare nel suo stupendo palazzone romano. Muore a ottantaquattro anni a Ginevra, a pochi mesi di distanza dalla sigla del contratto di acquisizione della dimora. A Roma direbbero che ‘je l’hanno tirata’. Cala così il sipario dell’oblio sullo sfondo delle divisione, di certo accidentata e problematica, di un’eredità colossale come la sua. Palazzo Sacchetti intanto ritorna velocemente in vendita, gestito da Sotheby’s, la stessa Auction House che ha disperso all’incanto gli oggetti e arredi che Monsieur Robert custodiva nelle sue residenze. Resta indelebile, tra gli annunci di partecipazione al lutto sui giornali della Capitale, quello del personale di Palazzo Lancellotti, dove Robert de Balcany era a pigione da almeno due decenni. Sic transit gloria mundi.

Text Federico Maturi

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