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Le manifatture tornano in città e danno nuova energia alle periferie

Laboratori, piccole industrie pulite e tecnologiche, filiere corte, tracciabili e lavoro locale: OpenDot è uno studio specializzato in prototipia che vuole attivare queste realtà

Le fabbriche facevano da cintura alla città di Milano: ogni quartiere fuori dal centro aveva i suoi nomi: la Pirelli, la Breda, l’Ansaldo, la Carminati Toselli, la Manifattura Tabacchi, la fabbrica del gas della Bovisa, l’Alfa Romeo. Col tempo le periferie sono state inglobate nella città e in esse non c’è stato più posto per le fabbriche: rumorose, sporche, ingombranti. Sono rimasti solo gli eventi legati a quel passato manifatturiero: il Salone del Mobile, la Settimana della Moda.

OpenDot immagina una Milano in cui si torni a produrre, oltre che a commerciare. Introduce Enrico Bassi, direttore di OpenDot: «Non ci interessa che l’ex fabbrica Ansaldo si rimetta a fare locomotive o che questo spazio dove oggi lavoriamo torni a fabbricare batterie. Quel tipo di produzione è standardizzato, funziona su vasta scala, può stare lontano dalla città. Ci interessa riportare in città le manifatture ad alto valore, personalizzate, su volumi medio-bassi e molto locali. Tutta la manifattura che abilita la circolarità dell’economia, dalle riparazioni al su misura, avrebbe un forte impatto sulla socialità di molti quartieri cittadini. Per renderle competitive e adatte ai centri urbani, tutte queste manifatture devono avere oggi una componente digitale».     

A Milano ci sono già esempi di manifatture urbane: i laboratori delle scenografie del Teatro alla Scala; aziende elettriche che danno impiego a persone con difficoltà; manifattura di chitarre elettriche in alluminio; laboratori di gioielli artigianali. OpenDot con la rete NEMA per il Comune di Milano sta cercando di mettere in rete queste realtà, organizzando l’evento annuale Manifatture Aperte che apre questi spazi ai cittadini con visite guidate e laboratori.

«Oltre a Manifatture Aperte abbiamo altri progetti attivi con il Comune di Milano, a cavallo tra la tecnologia e l’impatto sociale», spiega Bassi. «Reflow, dedicato alla circular economy applicata al cibo nei mercati comunali; Centrinno, che partirà a settembre, legato agli spazi di aggregazione per community del settore manifatturiero; Openagri, legato all’agricoltura innovativa periurbana. Il policy making è uno degli ultimi ambiti in cui siamo entrati, ma anche questo campo può essere affrontato con le stesse modalità di lavoro che contraddistinguono il nostro approccio».

Design, tecnologie digitali e artigianato. «Fino a qualche anno fa ogni settore della manifattura era separato» – continua Enrico Bassi. «C’era il design del gioiello, dell’automobile, degli accessori, del mobile, anche le rispettive formazioni erano settoriali. Oggi la capacità progettuale appare trasversale: gli spazi, le materie, le competenze non possono più essere isolate ma devono contaminarsi per risultare produttive». L’imperfezione artigianale è di norma la qualità di un lavoro, quando si vogliono precisioni a frammenti di millimetro bisogna ricorrere alla tecnologia.

La cintura realizzata da OpenDot per Versace. «Eravamo stati contattati per realizzare un altro progetto, un pezzo con una geometria impossibile da produrre a mano», spiega Bassi. «Quando ho presentato ai responsabili del marchio le potenzialità della stampa con tecnologie digitali, hanno capito che poteva essere applicata ad altri progetti. LHead designer di Versace ci ha sottoposto unaltra idea che aveva da tempo ma che era stata giudicata economicamente insostenibile: una cintura con un serpente stilizzato avvolto attorno alla vita, annodato frontalmente intrecciando testa e coda». Un oggetto piccolo, cavo all’interno, con scaglie geometriche su cui fossero incastonati pietre, che girasse attorno alla vita ma fosse anche tridimensionale. «Abbiamo stampato alcune prime prove, capito insieme gli ingombri e gli agganci. C’è stato un lungo lavoro per mediare tra lo spessore minimo che loggetto doveva avere per poter stare in piedi e lo spessore massimo per non allargare il giro vita della silhouette». Una volta finalizzato il prototipo della cintura, questo è stato inviato ai fornitori della casa di moda. Perché i designer dell’azienda non avevano coinvolto prima i fornitori esperti di stampa 3d per tentare di realizzare con loro la cintura? «Allinterno delle aziende non c’è labitudine di contaminare le aree», spiega Bassi. Ai fornitori si consegnano progetti da realizzare e questi non sono incentivati a fare proposte. È un problema culturale, di metodo di lavoro. Resiste una concezione per la quale da una parte c’è la tecnologia, fatta da ingegneri, e dallaltra la creatività, di competenza degli artisti».

Una casa di moda o un’azienda sanitaria ha le disponibilità per sostenere i costi che l’innovazione del prodotto richiede. Che succede se a presentarsi con una nuova idea è un singolo medico, che vuole capire se una strumentazione che ha ideato è realizzabile e può funzionare? Che costi deve affrontare uno studente di moda o design che vuole prototipare un oggetto che nessuna manifattura sarebbe disposta a progettare per lui perché già occupata a ciclo continuo con altre commesse? «Questo spazio e il nostro approccio flessibile ci permettono di lavorare con clienti di diversi livelli. Un giovane creativo ha meno disponibilità economiche ma ha più tempo a disposizione può seguire i nostri corsi di formazione gratuiti per imparare a utilizzare i programmi di progettazione e le macchine», spiega la co-fondatrice e general manager Laura Dellamotta.

OpenDot ha progettato accessori per la moda e strumenti medicali, gioielli, sedute posturali per bambini con disabilità e giochi per bambini con patologie neurologiche. Ciò che i settori di ricerca e sviluppo delle aziende non sapevano creare per mancanza di mezzi, è stato prototipato e realizzato nel Fab Lab. Nato nel 2014, OpenDot mette insieme designer, ingegneri, informatici, grafici e sviluppatori. L’ambito medico, come l’attuale pandemia mondiale ha dimostrato, è uno dei campi che più potrebbe beneficiare della co-progettazione e della progettazione aperta. «Una mamma di un bambino con una particolare patologia ci raccontò che le scarpe ortopediche per suo figlio erano disponibili in un solo modello», ricorda Bassi. «Esprimiamo parte di noi stessi con il nostro abbigliamento – quelle scarpe raccontavano solo la condizione della malattia». Il team di OpenDot partiva da un modello di una calzatura Vibram che avvolgeva e copriva il tutore. L’azienda ha fornito il materiale del modello: stoffa, gomma e velcro. OpenDot ha realizzato il prototipo di una propria versione, che potesse essere adattata alle misure di ogni bambino variando i parametri del prototipo. In un workshop con le famiglie e i bambini e la supervisione dei terapisti, è stata personalizzata l’estetica della scarpa. Con il laser sono state tagliate stoffa, gomma e velcro e i pezzi sono stati cuciti assieme per realizzare una scarpa ortopedica personalizzata.

OpenDot è un membro attivo della FabFoundation, la fondazione internazionale con sede a Boston che raggruppa 1800 Fab Lab. Assieme a un Fab Lab tedesco sta portando avanti il programma Fab Care, che punta a supportare i progetti incentrati sulla salute e i laboratori che vogliono lavorare su questo tema. La seduta posturale con la forma di una macchinina Pimpy Car. «Quel progetto nasce dall’idea del nonno di una bambina con problemi posturali. Aveva scavato a mano nella gommapiuma una seduta adatta che esternamente avesse la forma di una macchina. Abbiamo perfezionato quel progetto, rendendolo più robusto. Dall’essere una seduta posturale che all’asilo identificava la bambina come malata è diventata un gioco, con cui anche gli altri bambini interagivano non perché obbligati a farlo ma perché era un divertente».

Una delle modalità più utilizzate per innovare è quella dell’uso improprio o decontestualizzato di tecnologie esistenti: «Per realizzare il divano Lift-Bit ideato da Carlo Ratti e formato da moduli che si alzano e si abbassano controllati tramite app dalla tecnologia wireless, abbiamo riadattato gli attuatori lineari dei letti d’ospedale. Mentre come sensori di presenza e prossimità per alcune installazioni interattive ambientali, abbiamo usato dei radar originariamente utilizzati per controllare il ciclo produttivo», spiega Dellamotta.

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