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Il Nylon riciclato: 5 anni di ricerca e 25 milioni investiti

Oggi più di mille aziende lo utilizzano come materia prima tessile – da Prada a Gucci, a Stella McCartney: «potremmo risolvere il problema delle reti da pesca abbandonate nei mari»

Prada, che nel 2019 ha lanciato il progetto Re-Nylon – una collezione di borse in Econyl. ha annunciato che dal 2021 utilizzerà solo nylon rigenerato. Lo stesso ha fatto Stella McCartney, che ha realizzato diverse collezioni di borse e zaini in Econyl, tra cui Falabella Go. Con Safilo questo materiale ha fatto il suo ingresso nel settore degli occhiali da sole, aprendo al suo utilizzo anche per prodotti in 3D. L’Econyl è utilizzato per giacche, costumi da bagno, tappeti, abbigliamento sportivo e di lusso. Si tratta di nylon rigenerato da rifiuti e scarti, in particolare reti da pesca e moquette. Prodotto dall’azienda trentina Aquafil dal 2011, dopo 5 anni di ricerca e sviluppo e oltre 25 milioni di euro di investimenti iniziali, oggi è utilizzato da oltre mille clienti nel mondo.

In collaborazione con Napapijri, si è riusciti a creare un capo circolare: le giacche Infinity sono 100% riciclabili grazie alla loro composizione mono-materiale. Un sistema di raccolta del prodotto che ha esaurito le sue funzioni lo rimanda indietro ad Aquafil, che reimmette la giacca direttamente nel processo di rigenerazione del materiale, senza bisogno di separare il nylon 6 dagli altri materiali perché la giacca non ne contiene. In altri casi Aquafil vende i filati di Econyl ai tessitori indicati dai brand, che poi lo utilizzano nelle loro collezioni. È il caso della nuova collezione eco-friendly di Gucci, per cui Aquafil organizzerà anche la raccolta degli scarti di produzione. 

«I prodotti del lusso non dovrebbero essere riciclati, ma riutilizzati potenzialmente all’infinito, non sono fast fashion. Gli scarti di produzione possono tuttavia essere recuperati: fino a ora Gucci ne ricicla meno dell’1%». A parlare è Giulio Bonazzi, presidente e amministratore delegato dell’azienda. I suoi genitori hanno fondato Aquafil nel 1965 ad Arco, in provincia di Trento. Allora si producevano polimeri di nylon e fibra sintetica di nylon. Oggi, con 2.900 dipendenti e 16 stabilimenti, in tre continenti e sette Paesi, il gruppo è uno dei principali attori, in Italia e nel mondo, nella produzione di fibre sintetiche per pavimentazione tessile e abbigliamento. 

Le collaborazioni con i brand di alta moda sono cresciute negli ultimi cinque anni. «I clienti prima davano per scontato che se compravano un prodotto di lusso questo era stato creato con il massimo rispetto degli standard sociali, ambientali e qualitativi. In realtà la parte ambientale è stata a lungo trascurata. Grazie alla sensibilità di clienti, opinione pubblica, i produttori del lusso si sono accorti di essere un esempio. Se non cambiavano rischiavano di essere espulsi dal mercato, sia per la legislazione sempre più restrittiva sia per la sensibilità dei clienti».

Quando Bonazzi è entrato in azienda, nel 1987, «a dieci giorni dalla laurea», la sensibilità verso l’ambiente era un po’ diversa. «Non direi che non ci fosse attenzione per questi temi», spiega. «Mio padre ha sempre lamentato il fatto che per noi era più difficile essere competitivi perché i paesi in via di sviluppo, oltre al basso costo del lavoro, avevano la possibilità di utilizzare tecnologie meno costose perché più inquinanti. Dall’altro lato, però, la provincia di Trento è sempre stata attenta all’ambiente. Siamo a 3 km dal Lago di Garda, un immissario del lago ci passa a fianco. Se avessimo fatto qualcosa di sbagliato ci avrebbero chiuso la produzione. Già negli anni Novanta quindi abbiamo investito sul riciclo delle acque, la riduzione del consumo dell’acqua, e sulla riduzione dei consumi energetici, visto il costo dell’energia in Italia. Mi son reso conto più tardi che quasi senza saperlo avevamo sviluppato in anticipo una certa coscienza ambientale».

Soltanto a inizio millennio Bonazzi si è cominciato a interrogare sulla sostenibilità ambientale del nylon che usciva dalla sua azienda e ha cominciato a investire in ricerca per tecnologie di rigenerazione di questo materiale. Produrre inquinando era economicamente vantaggioso solo nel breve termine. «Al di là delle questioni etiche, nel nostro caso produrre inquinando oggi non sarebbe più economicamente vantaggioso: dopo quasi dieci anni di lavoro i costi di Econyl sono competitivi anche rispetto a quelli del materiale convenzionale. Servono tempo, economie di scala e tecnologie appropriate. Noi in tutti i paesi cui siamo presenti usiamo energia rinnovabile e applichiamo gli stessi standard ambientali e sociali».

ECONYL YARN

Il rischio di inquinare di più riciclando è concreto in molti prodotti, non solo per le plastiche. «Noi stessi all’inizio, fino a che non abbiamo messo a punto le tecnologie giuste, avevamo efficienze più basse. Oggi la rigenerazione del nylon come la facciamo noi, se confrontata con la produzione convenzionale dal petrolio, permette di ridurre le emissioni di CO2 del 90%. Diecimila tonnellate di Econyl permettono di risparmiare circa 70mila barili di petrolio greggio ed evitare l’emissione di oltre 57mila tonnellate di CO2».

Per arrivare a questi risultati e mettere a punto le tecnologie giuste, dal 2009 a oggi l’azienda ha speso più di 250 milioni di euro. L’anno scorso Aquafil ha avuto un fatturato di 549 milioni di euro, il 38% del quale derivato da Econyl, di cui sono state vendute più di 36mila tonnellate in varie forme. Nel contesto di calo previsto per il 2020 in seguito all’emergenza Covid, i prodotti Econyl sono quelli per cui è previsto il calo minore. Gli investimenti degli ultimi anni miravano a portare la produzione di Econyl al 60 per cento della produzione totale dell’azienda tra 2021 e 2022. «L’emergenza Covid ci costringerà a posticipare di qualche mese l’obiettivo», spiega Bonazzi.

Per aumentare la produzione di Econyl l’azienda deve affrontare due ordini di problemi «Servono investimenti. Il nostro sistema di riciclo non consiste nella normale rifusione della plastica, è più complesso. Permette di tornare alla materia prima pura, identica a quella che si produce da petrolio». Il secondo problema consiste nel trovare gli scarti adatti. «Sembra impossibile in un mondo che produce una quantità di rifiuti enorme. Una delle nostre maggiori limitazioni è cercare scarti che contengano nylon 6 e non altri prodotti, per esempio PVC, che creerebbero problemi di ordine ambientale, di salubrità dell’ambiente di lavoro, nonché legislativo. Le reti da pesca e le moquette sono gli oggetti su cui ci siamo concentrati all’inizio, perché è facile trovarne in nylon 6»

Le Nazioni Unite riferiscono che vanno disperse in mare più di 640mila tonnellate di reti da pesca ogni anno, un decimo dei rifiuti plastici presenti in mare. «Quante di queste siano in nylon 6, quindi interamente rigenerabili, è difficile dirlo», spiega Bonazzi, «ma sono ben più di 100mila tonnellate l’anno. Di queste noi ricicliamo una piccolissima parte: 10-20mila tonnellate, per cui lo spazio per intervenire e risolvere il problema è ancora molto ampio. Oggi insistiamo nello spiegare che potremmo risolvere del tutto il problema delle reti da pesca abbandonate nei mari: basterebbe che tutte fossero prodotte in nylon 6: la raccolta e il riciclo di questi scarti diventerebbe come quella del vetro: facile, semplice da organizzare e poco costosa. Invece oggi le reti vengono fatte anche con altri materiali meno costosi, per esempio poliestere». Ogni tonnellata di reti da pesca può essere trasformata in circa 26mila paia di calze o in oltre mille metri quadrati di tappeto.

Aquafil non rifonde il materiale di scarto per riutilizzarlo, come avviene per altri materiali plastici, ma lo rigenera. Si compie un passo indietro nella catena chimica e torna a un monomero identico a quello che deriva dal petrolio. Il nylon 6 riciclato è uguale al nylon prodotto dal petrolio e può essere rigenerato all’infinito. Da un chilo di nylon 6 di scarto si ottiene un chilo di nylon rigenerato. Al contrario, il riciclo della plastica comune comporta un “downgrading” perché la plastica rifusa perde alcune caratteristiche meccaniche e possibilità estetiche. Il processo di depolimerizzazione, ripolimerizzazione e filatura del materiale ripolimerizzato è possibile solo per il nylon 6.

«Spesso per declinare la sostenibilità si portano sul mercato nuovi materiali. Fare questo però dal nostro punto di vista non è la strada giusta perché uno dei problemi che limita il riciclo del nylon 6 è proprio la cernita e raccolta del materiale di scarto. L’economia circolare a pieno regime ed efficiente dovrebbe portare alla riduzione del numero dei materiali all’interno dei prodotti e sul mercato. I materiali nuovi spesso hanno una storia meravigliosa alle spalle ma dal punto di vista quantitativo non costituiscono una soluzione».

L’economia circolare esclude l’esistenza stessa dei ‘rifiuti’: il prodotto alla fine della sua vita dovrebbe essere riciclato immediatamente, diventando materia prima del ciclo produttivo successivo. «La separazione dei rifiuti domestici non è economia circolare», spiega Bonazzi. «È la forma peggiore di riciclo, perché costa e non crea valore. Per arrivare a un modello di economia circolare propriamente detto dobbiamo cominciare col rivoluzionare i nostri settori di produzione facendoli diventare circolari».

«Una politica efficiente di incentivo per l’economia circolare è quella norvegese sulle bottiglie in pet», spiega Bonazzi. «La legge stabilisce come devono essere prodotte le bottiglie, in modo che siano facilmente riciclabili. Chi non si adegua a quelle norme paga una tassa. Dopodiché viene applicato un deposito al consumatore per l’acquisto di ogni bottiglia, che gli viene restituito se e quando restituirà la bottiglia vuota. Questo fa anche sì che chiunque possa raccogliere e restituire le bottiglie disperse nell’ambiente per ottenere quella somma. In Norvegia il tasso di riciclo delle bottiglie è del 97%. La stessa cosa dovrebbe essere fatta a livello mondiale per le reti da pesca o i tappeti». 

«Non è che uno si sveglia e dice: domani voglio salvare il mondo. È stato un percorso in cui ho sviluppato la consapevolezza che tutto quello che stavamo facendo era sbagliato. Non solo noi come azienda, ma come umanità, e che bisognava cambiare», racconta Bonazzi. «Ho avuto qualche mentore che mi ha aiutato a comprenderlo. Innanzitutto Douglas Tompkins – ambientalista, filantropo e imprenditore, tra i fondatori di The North Face e Esprit – una figura che non ho conosciuto ma di cui ho letto parecchio. Poi Ray Anderson – amministratore delegato e maggior azionista di Interface – che invece ho conosciuto bene. Non sottovaluterei il ruolo di mia moglie, che quando ci siamo sposati nel 1992 e siamo andati a vivere a Verona, in un posto i cui c’erano tanti ulivi, mi ha detto: voglio fare l’agricoltura biologica. Al tempo se ne parlava poco, aveva visto lungo»

Attualmente si stanno realizzando i primi impianti industriali per la depolimerizzazione del polistirolo e ci son parecchie società, centri di ricerca e start up che stanno cercando di depolimerizzare il poliestere. Polipropilene, pvc, polietilene, policarbonati, nylon 6,6, nylon 12 e gli altri materiali plastici invece al momento non possono essere depolimerizzati. La depolimerizzazione del nylon 6 è un processo noto e replicabile da chiunque ne abbia le competenze. Aquafil è l’unica azienda ad aver sviluppato le tecnologie per rendere questo processo sostenibile a livello ambientale ed economicamente competitivo rispetto al nylon prodotto dal petrolio. «Ad oggi siamo solo noi, come diceva Vasco Rossi: ci alziamo la mattina presto e andiamo a letto con il mal di testa», conclude Bonazzi. Il testo della canzone in realtà diceva ‘andiamo a letto la mattina presto e ci svegliamo con il mal di testa’, ma anche un testo di Vasco si può depolimerizzare e ripolimerizzare, non solo il nylon 6.   

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