Ridi pagliaccio, 1988. Ph. Mauro Balletti
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

Mina compie 80 anni, il volume Rizzoli ne ripercorre la carriera attraverso foto e interviste

Mina Anna Maria Mazzini compie ottant’anni. Con il volume Mina, curato da Mauro Balletti, che l’ha sempre seguita a partire dal 1973 realizzando tutte le copertine e i video, Rizzoli ripercorre la carriera dell’artista, attraverso foto d’autore e foto rubate, disegni, interviste d’epoca – fra cui quelle di Giorgio Bocca, Gianni Clerici, Oriana Fallaci. Proponiamo qui un testo di Cesare Cunaccia pubblicato sul numero 10 di Lampoon.

Totemica e carica di significazioni, catalizzatrice di risvolti simbolici e di onirismo, di messaggi e di presagi universali – l’hanno chiamata la Tigre di Cremona. In ambito pop e camp, Mina costituisce una semantica a parte. È la maga dal gesto sinuoso, astratto e imprendibile tracciato nell’aria. È la pioggia di marzo e madama Doré. È un gioco di specchi e un sortilegio allegorico tra sincerità e mistificazione. Mina, alias Mina Anna Mazzini. Lombarda, nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940. Cantante, conduttrice televisiva, attrice e produttrice discografica – recita l’enciclopedia più attuale. Ruggenti gli esordi padani in balera appena adolescente col nome di Baby Gate tra gli urlatori sul finire degli anni Cinquanta, mentre esplode come una bomba la morgana del boom economico (si esibiva nelle balere del cremonese con la sua prima band, gli Happy Boys. Fu il titolare della Italdisc, Davide Matalon, a metterla sotto contratto dopo averla ascoltata a Casteldidone – ndr). Grazie alla sua voce Mina attraversa con il vento in poppa oltre mezzo secolo di storia italiana e seguita, anche nascosta dietro le quinte di una privacy invalicabile, a esercitare un regale dominio sull’intero immaginario del Bel Paese. Dell’Italia e delle sue infinite contraddizioni, Mina, in una sorta di ossimoro profetico, è il suggello e insieme l’antitesi. Popolare e sofisticata, romantica e femminista. Libera, incurante dei clichées e del perbenismo, assomma provocazione e indipendenza, metempsicosi e slancio di futuro. Per paradosso è insieme signora borghese appartata dalla placida vocazione casalinga e ragazzaccia geniale.

Ribelle, bizantina e lussureggiante icona gay. Infaticabile. In fourreau nero e catenina d’oro, sul palco fino alla catarsi e alla consumazione di sé, forse in fondo capricciosa e pigra. Ha rinunciato a una carriera internazionale, dicendo di no a Frank Sinatra che la voleva in America (si dice, per l’invincibile paura che le incutono gli aerei). Onnivora nel repertorio. Poliglotta, ha inciso dischi in spagnolo, portoghese e inglese, in turco e in giapponese, vedi il manga-song Sette mari, di modernità metafisica. Ha cantato in napoletano, indimenticabile la sua criptica e sommersa versione di Sciummo di Concina e Bonagura. E in genovese. Ha sconfinato nel sacro. Flirtato con il diavolo in persona e inneggiato a una mica tanto arcana robina qua scatologica con divertito humour bambinesco e vagamente snob. La galleria dei suoi successi non finisce mai. La sua discografia si frantuma in mille riflessi e seduzioni, spalanca file onusti di ricordi ed emozioni. Calzante, immancabilmente. Sentimentale e mélo. Carica di suggestioni e interrogativi. Vera e fictional.

Parole parole, in un rimpiattino implacabile con Alberto Lupo. Il sognante ottativo di E se domani. La trama onomatopeica e fiabesca delle Mille bolle blu. L’ivresse cristallina e l’ardua escursione di note in scala dal basso all’alto e viceversa dell’impareggiabile Brava. Poi, le atmosfere sessuali esplicite e l’allusione orgasmica de L’importante è finire. La struggente e conflittuale Bugiardo e Incosciente di Paolo Limiti. Neve, Vivere, Volami nel cuore, remake di Samuele Bersani e di Manuel Agnelli. I duetti con il vecchio amico Adriano Celentano. Capace di mille virtuosistici funambolismi vocali, proprio come una divina creatura transgender uscita dai fasti dell’opera barocca, Mina, suo malgrado, è diventata il fil rouge e lo specchio ustorio di vizi e virtù italiote, in un divampante falò di tic e vanità, in un vortice opulento di pura rappresentazione.

Un cocktail di imprevedibilità e delirio divistico che sfiora sfere mistiche e kabuki, che polverizza l’aggregante kermesse canora del Festival di Sanremo, tormentone che ogni anno, come un vaticinio, ci regala un differente ritratto della nazione. Mina che imbroccava le registrazioni al primo colpo, sicura, senza esitazione alcuna. Mina che ha capito tutto. Medianica pitonessa del vinile ha previsto in largo anticipo la valanga di greve volgarità che avrebbe travolto tutto quel mondo televisivo patinato, rarefatto e in fondo ingenuo. Tutta quella garbata e gloriosa definizione di star system che le apparteneva. Si è portata via. Si è votata a un’esistenza di donna normale, consegnandosi però a un’aura mitologica quando, nel 1978, come una Greta Garbo nostrana, si è sottratta alle scene celandosi dietro le pesanti cortine purpuree della sua stessa leggenda. Volatilizzandosi del tutto dai media, da quel piccolo schermo di cui nella magica stagione tra i Sessanta e i Settanta catodici ormai sdoganati pure da Francesco Vezzoli, è stata l’incontrastata regina del sabato sera. Mina si è trasformata in luminoso fantasma dalle manifestazioni cruciali. Attesissime, proprio perché diverse. Sideralmente opposte nel senso e talvolta mirabilmente kitsch, permettendo che soltanto le grafiche e le fantasiose rielaborazioni del suo volto per le cover, in particolare di Tallarini e di Balletti, fossero il luogo della celebrazione e del pubblico riconoscimento del suo verbum.

MINA RANE SUPREME
RANE SUPREME, 1987

È rimasta nella storia l’estrema apparizione televisiva di Mina: risale al 1974, lungo la collana delle puntate tematiche di Milleluci, regia dell’insuperato maestro del genere Antonello Falqui. Milleluci, l’ultimo grande varietà italiano in sublime bianco e nero, in cui Mina divideva la conduzione con un altro mostro sacro d’ogni generazione, Raffaella Carrà. Specie la sigla finale, Non gioco più, dove magrissima, quasi emaciata, elegante come non mai, con acconciatura un po’ Marella Agnelli e pesante trucco espressionista degno della Lulu di Pabst e della prima Marlene Dietrich, tra lurex e piume, aspirando fumo da un lungo bocchino, recitava non senza ironia il ruolo di cinica femme fatale. Il refrain, annoiato e ipnotico, magari già preannunciava il suo imminente ritiro, avvenuto appunto nel 1978 e reso memorabile dai 14 recital d’addio sold out alla Bussola di Viareggio. Antonello Falqui, grande ermeneuta del sabato sera della RAI monocanale, l’aveva capito subito di che pasta fosse fatta la signora Mazzini. Nel 1964 la dovettero richiamare a furor di popolo perfino dopo l’esilio per la nascita del figlio Massimiliano avuto dal bel tenebroso Corrado Pani, attore sposato e fedifrago, fatto che produsse enorme fragore di scandalo e pruriginosa curiosità nell’Italietta bigotta e perbenista di allora. La TV era controllata da una censura inquisitoria, che paludava le prodigiose gambe delle gemelle Kessler in spessi e castigati collant neri, temendone gli effetti peccaminosi. (La storia con Corrado Pani non rimane l’unica che Mina sceglierà di vivere secondo le proprie regole. Nel 1970, a pochi giorni dal primo incontro con il giornalista Virgilio Crocco, il più classico dei colpi di fulmine si trasforma in un matrimonio lampo. Nasce la seconda figlia, Benedetta – ndr).

Verranno Teatro 10 e Canzonissima ‘68, con una teoria di veri capolavori tra cui La voce del silenzio, Io innamorata e Vorrei che fosse Amore. (La quinta puntata di Teatro 10 entra nella storia della televisione italiana per i nove minuti in cui Mina – abito nero lungo e maniche trasparenti, chioma fiammeggiante e leonina – e Lucio Battisti dividono il palco e il repertorio. Le prove non erano andate bene, con la band di Lucio arrivata da Roma in treno per risparmiare sul volo e che, per la stanchezza, non riesce a trovare il giusto feeling sul palco. Adriano Celentano, che era nei paraggi con l’orecchio teso, ironizza: «Oh, se vi serve qualcuno io sono qui» – ndr). Mina, come nessuno, ha saputo cambiare di continuo, entrando e uscendo da estetiche, da generi e da ruoli musicali. Surfando tra le attese e le esigenze di un consumo di massa e di una ricerca personale punteggiata da interpretazioni epocali e cult da brivido. «Non conosce vergogna, ha proprio cantato di tutto, povera ragazza», sibilava di recente e malignamente una sua scorata collega, antica compagna di battaglia ancor oggi in attività. È proprio questa la forza di Mina: l’aver cantato tutto e di tutto. Quasi con sconsideratezza dégagé. Con orgogliosa e infantile impudenza, trasformando ogni hit in un qualcosa che appartiene solo a lei e che si trasfigura in una dimensione altra. Ogni tanto scopri una canzone che ti era sfuggita. Come quel piccolo incalzante gioiello estivo scritto da Augusto Martelli, Noi due, che è quasi la sinopia di una sceneggiatura di Godard o di un film di Antonioni.

Mila Schön, così come Germana Marucelli e Jole Veneziani, la vestiva spesso nell’âge d’or dei Sessanta e affermava che a Mina non importava niente degli abiti che avrebbe indossato. Era talmente immersa nella musica e nel suo mondo che non se ne curava per niente. Rimane inossidabile il suo contributo d’ispirazione e di riferimento per la moda, frequentata con assiduità e facoltà di reinvenzione sperimentale soprattutto nel sesto decennio del Novecento. Basti pensare alla serie dei caroselli Barilla, messi in scena da Piero Gherardi nel 1967 in location insolite e folgoranti, quali le architetture littorie dell’’EUR a Roma o il grattacielo Pirelli. Non si può dimenticare Mina che intona l’impervia e trascendentale struttura di Se telefonando. Evergreen del 1966 che incrocia il compositore Ennio Morricone con i lyric del duo Maurizio Costanzo – Ghigo De Chiara, avvolta in un groviglio di cavi telefonici, misterica e quasi klimtiana sul tetto della stazione di Napoli Centrale ancora in costruzione. La sua voce echeggiante di sonorità metalliche ne L’ultima occasione, sullo sfondo di un arcadico paesaggio fra Poussin e Pasolini e delle rovine di un ponte a Tor di Nona. Infine, la Mina-geisha di Ebb tide. Atemporale. In fluttuante kimono off-white e smisurato ventaglio che ondeggia come una farfalla pop sul molo di cemento industriale della spiaggia deserta davanti agli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli, oggi non più esistenti.

Mina, Rizzoli, 2020. Curatela artistica di Mauro Balletti, con i contributi di Natalia Aspesi, Sennuccio Benelli e Luchino Visconti, Giorgio Bocca, Gianni Clerici, Antonio Dipollina, Guido Gerosa, Luca Josi, Oriana Fallaci, Rosario Fiorello, Ivano Fossati, Simone Marchetti, Walter Siti.

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