ARNALDO POMODORO GRANDE DISCO 1972
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A Milano, un po’ di silenzio – ripartiamo da quel titolo, ‘Italiani Brava Gente’

Ritroviamo l’educazione. Parlare a bassa voce, aspettare fuori dalla porta del negozio. Lasciare il passo. Milano ricompone il suo lavoro e la sua forza – in silenzio

Ripartiamo da quel titolo, Italiani Brava Gente – si riferiva agli Italiani in guerra, quando gli Italiani furono anche complici di tedeschi nazisti. Tutti siamo colpevoli, sempre. Dovevamo fermarci prima. È inutile fare le cose a metà – a Milano, le cose si fanno per bene. Italiani – poveracci, brava gente. Meglio chiudere tutto per due settimane, piuttosto che due mesi così – chiedetelo a chi tiene aperto un bar e deve dare stipendio a cinque camerieri. L’attenzione è per lo stipendio dei camerieri – mentre l’attività del bar fallisce. Stamattina all’alba la città era attiva – in silenzio, in tanti raggiungiamo l’ufficio facendo attenzione. Sono le sette e mezza – dentro il bar ci sono tre persone, una per tavolo a due metri di distanza – ci sono anche i tavoli fuori all’aperto, fa freddo, ma ci si può sedere lì. Se resti in silenzio, puoi respirare. Milano si ferma, zitti e fermi – stiamo comunque lavorando.

Aiuterebbe quel poco di educazione in più. Milano continua a lavorare restando in silenzio. Isolati, da soli, in attesa, concentrati sul computer dovunque un cittadino si possa trovare. Chi appartiene a Milano vuole contribuire a Milano con il proprio lavoro – altrimenti, non ha mai capito cosa significhi vivere a Milano. Gli imprenditori continueranno a dare gli stipendi – gli impiegati saranno disponibili a lavorare di più, per aiutare l’imprenditore. Imprenditori e impiegati – se cade uno, cade l’altro. Milano lo sa – Milano, gente per bene – ha costruito la sua forza su questo equilibrio, tra destra e sinistra.

Restate in silenzio, ci vuole educazione. Parlate a bassa voce se entrate in farmacia – uno alla volta. Aspettate fuori dalla porta, se all’interno il panettiere sta servendo un cliente arrivato prima di voi. Uscendo, tenete la porta aperta a chi entra – la porta vi farà da scudo. Uscite e lasciate il passo. Lasciamo parlare chi deve. I due quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera. Una volta, la verità era data da quello che leggevamo sui giornali – adesso dubitiamo di quanto leggiamo sui giornali così come della prima voce di una ricerca di Google. Dove ci sono i numeri non c’è la verità, dove ci sono i numeri c’è un banner pubblicitario che nessuno guarda ma che monetizza il traffico. Affianco al numero delle vittime, appaiono le immagini dei cappotti di Burberry e di altra roba disposta in programmatica. Sull’edizione cartacea del Corriere, in questi giorni, a tutta pagina la réclame di case funerarie che ti invitano a non smerciare le tue emozioni in un outlet cimiteriale. Come possiamo dare fiducia a quello che c’è scritto lì, poco a destra? Troviamo lo schiamazzo: stralci di decreti non confermati, virologi che si contraddicono. Nessuna cura editoriale, nessuna autorevolezza a garantire sobrietà e serietà della sostanza. A chi possiamo chiedere, chi possiamo ascoltare, in attesa, con fiducia? Serve silenzio. Dove c’è silenzio, c’è rispetto.

Se bisogna fermarsi, fermiamoci. Contiamo i soldi che abbiamo messo da parte, speriamo di poter pagare i nostri impiegati, i nostri creditori – speriamo di aver lavorato abbastanza come la formica e non come le cicale, per metterci in casa e aspettare l’estate. Restate a casa o andate in ufficio – lavorate per Milano, per l’Italia, non solo per voi stessi. Camminate con attenzione – poi bisogna fare la spesa – e basta poco, uno starnuto, una voce troppo alta – giri l’angolo davanti a qualcuno che appare sano e robusto, che urla qualche cosa. Il fiato esce, il vento spinge. Ancora, allora, lasciate il passo, camminate piano. In silenzio, distanza – se il marciapiede è stretto, ancora – lasciate il passo – per non esser scortesi, per non offendere, fate un cenno di saluto con la testa. Lo ritroviamo e lo conserveremo, questo modo, questa maniera – l’educazione di Milano – Milano si compone così. È marzo. Entrate in chiesa, le messe non ci sono più. Lo trovate lì, il silenzio che serve. Non toglietevi i guanti – quelli leggeri che non usi mai se non a marzo. Teniamocelo stretto questo silenzio, che a Milano ci fa lavorare meglio.

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