MIA MARTINI DURANTE LA REGISTRAZIONE DELLO SPECIAL CHE VUOI CHE SIA... SE T'HO ASPETTATO TANTO (1976)
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA
CATEGORIA
TAG

La storia di Mia Martini non ha ancora un finale

Una ragazza hippy travolta da giochi più grandi, e più cattivi. La sua vita è raccontata nel film Io sono Mia, voluto da Loredana Berté

«L’hai uccisa tu»«Parli tu, con tutto il male che le hai fatto, l’hai sempre odiata. Le lacrime di Mia, quando tu facevi la pazza le ho asciugate io».

Questo dialogo nel film Io sono Mia non c’è, perché non c’è il funerale. La cerimonia durante la quale Loredana Berté viene alle mani, nella camera mortuaria, col padre Giuseppe. Il Padre davvero il cui maschilismo Mia Martini aveva svelato nel suo primo successo del 1971. Intanto, fuori, migliaia di persone chiedono autografi alle celebrità presenti alle esequie: Celentano, Armani, Vanoni, Zero. Non una bella scena. Come la successiva vandalizzazione della tomba, distrutta e cosparsa di peperoncino anti-jella. Come la messa all’asta di tutti i suoi beni, per pagare i debiti. Come il parere del medico legale: «Considerata la quantità di cocaina che aveva in corpo è difficile pensare a un incidente».

A dare volto e voce Mia Martini è Serena Rossi: Loredana Berté ne ha approvato la performance, come il film nel complesso. Il regista è Andrea Donna, per il quale Io sono Mia è «Un piccolo modo di chiederle scusa da parte del mondo dello spettacolo». Eleonora Andreatta, direttore di Rai Fiction, ha sottolineato che il racconto mette in scena «Vent’anni di coraggio» da parte della cantante calabrese. Qualcosa però stride.

Parlando di coraggio, è mancato quello di raccontare la fine di Mia Martini. Forse solo nel timore di intristire gli spettatori. Parlando dell’approvazione della Berté, la sorella minore ha avuto un suo peso nella sofferenza della maggiore. Come tutta la famiglia – Leda, primogenita, 1993: «I rapporti tra le quattro sorelle Berté? Una lotta senza quartiere e basta». Quanto al chiedere scusa, non è un’espressione felice. Le scuse non le giungeranno mai e non cambieranno la realtà. Il mondo dello spettacolo, insieme ai media e alla famiglia, ha distrutto una persona, un’artista. Infierendo sulla sua ingenuità e sensibilità. Mia Martini è stata una martire della canzone. Una ragazza hippy travolta da giochi più grandi, e più cattivi.

Forse per questo due uomini che l’hanno amata, Ivano Fossati e Renato Zero, si sono chiamati fuori. «Non hanno voluto essere nominati. Non posso dire altro. Non ci sono voluti essere. Ce lo hanno imposto», ha ammesso Loredana. Così il film si inventa un fidanzato fotografo e un finale edificante, con la memorabile esibizione al Festival di Sanremo del 1989. Con un brano che peraltro cantò solo perché rifiutato dall’esordiente Mietta. Almeno tu nell’universo«Hai avuto la tua rivincita contro tutte le cattiverie», le scrisse Domenico Modugno. Non del tutto. La canzone si classificò solo nona. Andò un po’ meglio in hit-parade: un quarto posto. Nemmeno allora Mia Martini ottenne il n.1, proprio come era capitato coi suoi maggiori successi all’inizio degli anni Settanta: Piccolo uomo Donna sola (1972) e Minuetto (1973), tutti al n.2. Quanto agli album, il suo miglior piazzamento fu il n.3 di Il giorno dopo (1973). Poi, fino al 1992, mai più in top ten.  Il pubblico italiano non ha amato Mia Martini in modo incondizionato.

Non è mai stata facile da etichettare. Mai personaggio. Anche solo a riguardare le sue foto, le trasformazioni del volto e i look, si nota una perenne indecisione. A inizio anni Settanta è una figlia dei fiori rock, col gruppo La Macchina. Poi lo stile che definì ‘zingaresco’, vestiti ariosi e trucco consistente, con efelidi artificiali sul naso. La svolta successiva la vede bionda e senza sopracciglia come Mina, con un orologio al collo. Passò a una frangetta alla tedesca, e un bel po’ di chili in più. Salvo perderne 18 in un anno, tornando a capelli lunghi e scuri e cappello alla Diane Keaton: a volte un fedora, a volte una bombetta. Spesso, enormi occhiali scuri. Dagli anni Ottanta scelse Giorgio Armani in lungo e in largo. Spendeva molto in vestiti. Spendeva molti soldi in tutto e senza averne. Uno zio materno improvvisatosi manager la derubò a lungo prima di esser scoperto e denunciato. Le case discografiche poi le chiedevano più soldi di quanti gliene facessero guadagnare.

Nel febbraio 1976, scontenta perché la Ricordi non le lascia scegliere le canzoni, si accorda con la RCA. Di lì a poco l’ufficiale giudiziario sequestra auto, gioielli, vestiti, pellicce per 200 milioni di lire causa inadempienza contrattuale. La prende con un certo fatalismo. In parte è ancora la ragazza che ha inseguito il sogno hippy tra Ibiza e Katmandu. La giovane che nel 1969 era stata quattro mesi in carcere in Sardegna perché in possesso di uno spinello. Più che la precarietà finanziaria, la turba quella sentimentale. «Mi piacerebbe molto sposarmi e avere un figlio. Tuttavia non credo che succederà né l’una né l’altra cosa». Anche dopo uno show tv in occasione del quale ha una relazione con Gino Paoli, fatica a trovare ingaggi. In compenso è partner di Charles Aznavour in un tour in Francia. La acclamano. Ma si sente sola. Al ritorno, la storia con Ivano Fossati. Artisticamente geloso: le impedisce di lavorare con altri. A causa sua naufragano un contratto discografico e una collaborazione con Pino Daniele.

Mentre gradualmente smette di lavorare, sua sorella Loredana muove i primi passi. In direzione opposta. Se Mia Martini canta l’anima, Loredana mette al centro il corpo. Fin dal nudo integrale sulla copertina del primo album. «Io canto, non mi spoglio. Il mercato discografico registra questa moda delle cantanti sexy ma durerà poco. Ci vuol altro per restare a galla», commenta Mia, che nel 1976 apre un album con l’inno femminista Io donna, io persona. Non ha successo. Perché all’ostracismo dei discografici si è unita una diceria: porta sfortuna. L’ha messa in giro un impresario romano cui aveva detto di no, un certo Ciccio Piper, dopo un incidente nel quale erano morti due dei suoi musicisti. Purtroppo qualche anno dopo la stessa Mia è coinvolta in un tamponamento a catena in cui muore un altro impresario. A quel punto, la gente perde ogni decenza. «Salvetti mi pregò di non partecipare al Festivalbar, avrei cantato da sola»«Entro in una stanza e la gente fa le corna o si tocca»«All’inizio ci scherzavo. Entravo in un casinò e mi mettevo alle spalle di uno che mi era antipatico. Poi vidi che anche persone che amavo si lasciavano condizionare».

Mentre Loredana diventa una star, Mia si ritira prima a Bagnara Calabra, poi in Umbria. I brani che il suo compagno Ivano Fossati scrive per Mia non decollano. Invece con Non sono una signora fa vincere a Loredana il Festivalbar. Nel 1985 Mia bussa a Sanremo con un brano scritto da Paolo Conte, Spaccami il cuore. Diverse case discografiche minacciano di ritirare i loro cantanti se venisse ammessa. «Sarebbe meglio essere sospettati di avere l’Aids, si può dimostrare il contrario con un test. Ma per la jella cosa posso fare, una radiografia?» «Tra i primi a dire che porto jella sono stati Patty Pravo e Fred Bongusto. Poi la RAI che ha cominciato a non mettere più in onda le mie canzoni. Quindi i discografici, che rifiutavano le mie canzoni»«La delusione più cocente me la diede Gianni Boncompagni, un amico. Una volta fui ospite a Discoring, lui era il regista. Appena entrai in studio lo sentii dire: ragazzi attenti, da adesso può succedere di tutto, salteranno i microfoni, ci sarà un blackout».

Nel 1989, è vero, il pubblico la riscopre con Almeno tu nell’universo. Il film finisce lì. La vita finisce in altro modo. Malgrado il ritorno agli applausi delle platee, la sua attività discografica è sempre inferiore alle sue potenzialità. «Questo della canzone è un ambiente terrificante. Sono disincantata». Torna a Sanremo nel 1993 per dare una mano a Loredana Berté. Separatasi da Bjorn Borg, ha tentato due volte il suicidio. Durante le prove del festival le due litigano ancora. Loredana vuole cambiare il testo del duetto Stiamo come stiamo per parlare di ecologia. Mia rifiuta. «Sei diventata fascista», le grida Loredana, che in quel periodo si esibisce ai festival di Rifondazione Comunista. Mentre Mia, delusa dalla sinistra, si è avvicinata ad Alleanza Nazionale. La politica è l’ultimo pretesto per litigare.

In Io sono Mia manca infine l’enigma degli ultimi giorni di vita, nel maggio 1995. Riconciliatasi col padre, affitta un appartamento vicino a lui a Cardano al Campo, presso la Malpensa. Pareva serena, dicono i suoi collaboratori. Invece la trovano morta da due giorni, sul letto, cuffia del walkman sulla testa, braccio teso verso il telefono. «Prima di morire mia sorella mi aveva chiamato a lungo», scrive Loredana Bertè nella sua autobiografia. «Ma quel giorno ero svogliata, annoiata, svuotata. Dovevo suonare in un posto, invece mi nascosi in casa. Convinta che mi cercassero gli organizzatori, al telefono non risposi. Squillò fino alle sei di mattina». In ogni caso, malgrado l’autopsia, si dice convinta che il padre «l’ha ammazzata di botte».

Cosa abbia lasciato Mia Martini alla canzone italiana, lo hanno sintetizzato due persone che la stimavano da lontano. Mogol: «La drammaticità è il filo conduttore della sua vita». Ornella Vanoni: «Cantava con enorme intensità, come se si aggrappasse alla canzone per sopravvivere». Non è bastato.

Fill this form for weekly updates from LAMPOON

WE UPDATED OUR PRIVACY POLICY AND OUR COOKIE POLICY.

WE USE COOKIES, INCLUDING THIRD-PARTY COOKIES, FOR OPERATIONAL PURPOSES, FOR STATISTICAL ANALYSIS, TO DISPLAY PERSONALIZED CONTENT, TO DISPLAY ADVERTISING TARGETED TO YOUR INTERESTS AND TO ANALYZE THE PERFORMANCE OF OUR ADVERTISING CAMPAIGNS. COOKIES ARE ALSO USED TO CONTROL YOUR PAYMENTS THROUGH OUR ANTI-FRAUD PROVISION. BY CONTINUING TO BROWSE THE SITE, YOU AGREE TO OUR USE OF COOKIES.