KUO HENG HUANG
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Cinquecento ferri da stiro, nel laboratorio di Giovanni Sacchi

Aneddoti, prototipi reali – Karl Carstens confuse un modello con una vera calcolatrice Olivetti. Intervista con Lodovico Gualzetti, designer e responsabile dell’Archivio Giovanni Sacchi

Forse è stato il baccalà a fare la differenza. Non ci si può affezionare a una stampante 3D, non si può avere nostalgia per una fresatrice a nove assi – ma c’è gente che rimpiange il ‘baccalà alla Sacchi’. L’invenzione del Made in Italy ha tali e tanti protagonisti che meriterebbe una narrazione romanzesca. Immaginiamo la vita di un falegname che cresce a Sesto San Giovanni, polo industriale d’inizio secolo di una Milano che ha fatto il salto nella modernità grazie ai suoi capitani d’impresa e ai suoi artisti futuristi. Si chiama Giovanni Sacchi, negli anni del fascismo ha moglie e figli, parla solo in dialetto e di sera frequenta una scuola per modellista meccanico. Attorno a sé c’è la classe operaia irrequieta della Falk, la Breda, la Marelli, che vive con disprezzo il governo autoritario romano. Il regime lo manda di guerra in guerra, in una sorta di servizio militare permanente. Con l’8 settembre Giovanni fa la sua scelta di campo e sale sui monti come partigiano. Già questa vita basterebbe. Ritorna, in una città devastata dalla guerra, con un paesaggio fatto di macerie, una città in ginocchio, ma che vuole rialzarsi. Giovanni recupera legnami, assi – tutto ciò che trova fra le rovine – e li ripristina per allestire i nuovi negozi che stanno aprendo in città. Sa come usare le mani. Decide di produrre nel suo buco in via Varanini piccole stufette e ferri da stiro per poi venderli al dettaglio, porta a porta. 

A due passi ha il suo ufficio Marcello Nizzoli. Un giorno entra in negozio da Sacchi, gli chiede se può fargli il modello in legno di una maniglia. Una cosa semplice, fin troppo semplice per Sacchi, capace di produrre prototipi meccanici per l’industria precisi al decimo di millimetro. Sacchi, fra una stufetta e un ferro da stiro, realizza la maniglia. Il giorno appresso arriva Nizzoli, prende in mano il modello della maniglia. Lo guarda. «Questa maniglia è lunga», dice. «Me la accorcia un po’? Qui e qui» – e se ne va. Sacchi non capisce, è sicuro di aver eseguito il progetto con precisione. È un fatto anche di orgoglio professionale. Riprende in mano il modello e cambia la forma della maniglia. Nizzoli torna, osserva, pensa. Ora la maniglia gli sembra corta. A Sacchi saltano i nervi. Sa di non aver sbagliato niente, ma preferisce chiudere l’argomento qui e scaricare questo scocciatore. «Eh no, professore!», gli dice, liquidandolo. «Abbiamo sbagliato tutti e due, finiamola qui». Nizzoli allora sorride e gli spiega che non ha sbagliato nessuno. Solo che in realtà stava ancora cercando la forma giusta. Il modello gli serviva per chiarificare il processo ideativo. «Io sto pensando grazie a lei, insieme a lei, la forma di questa maniglia». Una lezione per Sacchi di un modo diverso di vedere l’atto creativo e il suo ruolo di modellista. Non più il mero esecutore di elementi meccanici per l’industria, ingegneristici, freddi, sterili, ma l’artigiano che usa le sue competenze per dare forma ai pensieri dei progettisti, in un continuo avvicinamento alla forma definitiva. Era l’inizio di quel sistema di produzione creativa che ha caratterizzato il design italiano e che ha avuto come collettore naturale proprio Giovanni Sacchi.  

Queste cose le so perché me le ha raccontate Lodovico Gualzetti, designer e responsabile dell’Archivio Giovanni Sacchi allo spazio MIL di Sesto San Giovanni. Gualzetti, Dodo per gli amici – anche per me – mi mostra foto, disegni, documenti. Mi fa fare anche un giro nella bottega ricostruita di Sacchi, dove ancora sono in mostra modelli e strumenti di lavoro. Vite così sono fatte di aneddoti, mi racconta Dodo. Nei giorni che Nizzoli gli chiede di lavorare sulla maniglia, Sacchi continua le sue vendite porta a porta. Un giorno giunge in Piazza Novelli, dov’era di stanza un contingente dell’esercito statunitense. La discussione col piantone – chi in inglese, chi in milanese – viene notata da un ufficiale americano. Va a finire che gli vengono ordinati cinquecento ferri da stiro. Cinquecento. Ora Giovanni ha i soldi per comprare i macchinari e gli attrezzi e avviare una bottega vera, in via Sirtori. Era il 1948 e Giovanni ha 35 anni. Chiuderà la bottega nel 1998, cinquant’anni dopo.

Mezzo secolo dove la storia dell’architettura e del design, non solo italiano, sono andati a trovarlo. La credibilità, la professionalità di Sacchi diventa nota. Nizzoli, che lavorava in Olivetti, gli porta a bottega Zanuso. A cascata arrivano tutti gli altri: Albini, Mangiarotti, Castiglioni, Magistretti. Alcuni sono già dei nomi famosi, altri lo devono ancora diventare. Si chiamano Luca Meda, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti. Sacchi tratta tutti allo stesso modo, senza fare distinzioni, con professionalità e rispetto. Tono Morganti e Vittorio Parigi ricordavano che chiunque entrasse in bottega, anche uno studente, era accolto come fosse un professore. Sacchi ascoltava quale fosse l’incarico, studiava il problema, fissava un prezzo. Era caro, Giovanni, lo sapevano tutti. Da uomo d’onore non cambiava mai le sue richieste, qualunque numero di modelli sarebbero occorsi per giungere a quello finale. Avere un modello di Sacchi era come possedere una piccola opera d’arte. Lo sa Renzo Piano, che tiene in mostra nella sua Fondazione a Genova il modello in ciliegio dello stadio di Bari.

PHOTOGRAPHY TANIA FRANCO KLEIN
PHOTOGRAPHY TANIA FRANCO KLEIN

In cinquant’anni intere generazioni di architetti e designer hanno fatto il loro pellegrinaggio nella bottega di via Sirtori. Non solo per produrre, ma anche per imparare. Mari, Sapper, Stark, Botta. Imprenditori, industriali, produttori: Alessi, Kartell, Brionvega. Le aziende erano contente che i designer lavorassero con Sacchi, perché negli anni aveva raggiunto esperienze e competenze che gli permettevano di notare fin dalla prima occhiata i problemi produttivi che sarebbero sorti in seguito, aiutando così fin nella fase ideativa i progettisti a trovare la soluzione e la forma migliore. È un po’ come dire che Nizzoli, o chiunque altro, ‘pensava’ grazie alle mani di Sacchi. 

Dodo mi mostra alcune lettere del carteggio conservato in Archivio che confermano questa mia intuizione. Sergio Asti rivolgendosi a Sacchi scrive: Lei è sempre stato per noi progettisti una indispensabile presenza e non ho alcuna difficoltà a riconoscere che in più di un’occasione, proprio attraverso il suo lavoro, si è potuto arrivare alla produzione vera e propria. Molto più esplicito e appassionato, Mario Bellini che scrive: Quasi tutto il Design italiano per molti decenni è passato dalla sua ‘bottega’: di notte, di domenica, d’urgenza, senza disegni, per telefono e sempre con l’aiuto della Sua sensibilità. Poiché per me fare modelli è uno dei modi più efficaci di disegnare, fare a meno di Sacchi sarebbe un po’ come non avere più la matita o essere senza occhiali o addirittura avere perso la memoria.

Sacchi non era un esecutore. Aveva talento e intuizioni sue, miste a competenza e dedizione – e precisione. Una volta usciti dalla sua bottega erano subito prototipabili, cioè pronti, in ogni singola parte, ad essere messi in produzione. Il progettista entrava in bottega e poi, passo passo, consiglio dopo consiglio, modifica dopo modifica, usciva con un modello talmente realistico da essere scambiato per vero. Come quella volta nel 1982 che ad una mostra dedicata al Design italiano il Presidente della Repubblica federale tedesca, Karl Carstens, confuse un modello di Sacchi con una vera calcolatrice Olivetti, provando a digitarne i tasti. Sacchi era cosciente del suo contributo. Sapeva che con questa qualità di modelli si arrivava a vendere quello che non hai ancora fatto. Come la sedia impilabile che lui stesso aveva disegnato nel 1975, in plastica, subito venduta in diecimila esemplari solo mettendo in mostra il prototipo in legno. 

Lo scambio in bottega non era a senso unico, tutti imparavano da tutti in via Sirtori. Come nel caso della penna a punta sintetica Tratto pen, progettata da Design Group Italia per la FILA. Marco del Corno chiese, come tutti in quegli anni, di farne un modello dal suo disegno. Poi andò in bottega e si accorse che appena lo appoggiava su un piano tendeva a rotolare. Fu Sacchi a suggerire di fare una coroncina di dentelli sul tappino, in modo che restasse fermo. A pensarci bene una delle cose più caratteristiche di questo pezzo. Sovente era lui stesso ad indicarci un angolo irrisolto, un attacco incoerente tra due superfici, per dirla con Gregotti. Pietro Polato, in sua lettera, non ha dubbi: A un ragazzo che mi chiedesse cosa devo fare per diventare designer gli direi di andare a lavorare per un periodo di tempo nella bottega di Giovanni Sacchi. Da lui si capiscono e apprendono molte più cose di quanto non se ne possano imparare anche nella migliore scuola di design.

Dodo mi mostra il patrimonio dell’Archivio Giovanni Sacchi: modelli, plastici, fotografie, disegni pasticciati sia dal progettista che dal modellista. Fra questi un disegno del teatro del mondo di Aldo Rossi, quello che navigò nelle acque della laguna veneziana durante una memorabile Biennale, corretto e ricorretto a mano, fino a giungere alla forma definitiva. Rossi e Sacchi erano amici e sodali, per ragioni culturali e politiche. Rossi, in quegli anni forse l’architetto italiano più famoso al mondo (e premio Pritzker), sapeva prendersi in giro. Dodo mi mostra un ritratto appeso a una parete che mostra Rossi in posa che disegna e speculare uno Stalin nella stessa posa. In calce l’autografo (autentico) di Rossi e quello (falso) del dittatore sovietico. Quando Bruno Zevi criticò il progetto di Rossi per il teatro Carlo Felice di Genova (del quale Sacchi fece un bellissimo plastico) Sacchi lo difese pubblicamente, lui, in teoria umile artigiano e non coronato professore universitario. Era fatto così, preciso e appassionato. «Se passavi all’ora di pranzo magari ti offriva pure il suo baccalà», mi dice di passaggio Dodo. «Chissà quanti ne ha mangiati Aldo Rossi». Provo a chiedergli di che diavolo stia parlando, ma lui mi sta già mostrando altri documenti. Nomi che hanno fatto la storia del gusto: Gae Aulenti, Cini Boeri, Vico Magistretti. Giotto Stoppino che definisce Sacchi il grande maestro dei modellisti italiani, che è sempre capace di trasformare in realtà tangibile i nostri progetti, i nostri schizzi, a volte anche le nostre intenzioni. Oppure Peppe Di Giuli per il quale Sacchi non è un modellista ma un modellatore. Anzi, di più, non è un cognome, una ditta, ma un aggettivo, ‘alla maniera del Sacchi’, o un luogo creativo, ‘ci troviamo per verificare con Sacchi’. Il Made in Italy è questo. È un luogo creativo comune, fatto di professionalità e affetto. Se fossi imperatore del mio vissuto conclude Di Giuli vorrei che il mio quartiere fosse popolato di Giovanni Sacchi.

Nel 1998, dopo mezzo secolo, Sacchi chiude le sue attività e riceve un Compasso d’oro alla carriera. Lui, il padre di famiglia, il partigiano, il venditore di ferri da stiro, l’artigiano che parlava solo dialetto, paragonato ai maestri del design internazionale. Fausto Colombo gli scrive una lettera colma di entusiasmo: Caro Giovanni, un applauso lungo quasi un secolo di esistenza, di lotta, di lavoro, di passione. Ancora lunga vita caro vecchio amico di magia”.

Giovanni ha 85 anni quando chiude bottega, ma ha ancora tanta voglia di insegnare il mestiere. Vorrebbe aprire una bottega di modellistica a Sesto. Non se ne farà nulla, mi spiega con tristezza Dodo. Per questa ragione l’Archivio, dopo aver allestito uno spazio espositivo e ricostruito la bottega, tiene corsi annuali di modellistica, tornitura, scultura, rendendo questo spazio un luogo vivo che non racconta solo il passato

Con la chiusura della bottega di Sacchi si chiude il Novecento e quel modo di pensare l’architettura e il design. Poi sono arrivati i computer, la virtualità, le frese automatiche, le stampanti 3d. Quel mondo dove il progettista entrava in officina, in bottega, e si riempiva di polvere non esiste più. Oggi il ciclo creativo/produttivo, completamente digitalizzato, rischia il solipsismo. Non c’è più confronto, niente più consigli o pareri. Il rischio è la sterilità, l’autoreferenzialità. La bottega di Sacchi era una terra franca, un luogo di scambio. Sacchi, dopo migliaia di modelli, plastici, prototipi, era diventato una sorta di estensione materiale del modo di pensare non solo di uno ma di decine di creativi. Frequentarlo diventava un modo non di banalmente copiare ma di capire il pensiero degli altri. 

Chissà se oggi i fablab, mi chiedo, riusciranno a replicare questo modello. «Quello conviviale del baccalà alla Sacchi», conclude sorridendo Dodo. Basta, questa storia ora me la devi raccontare!, gli intimo. «Devi sapere», mi spiega, «che sono stato io a progettare l’allestimento di questo spazio. Quando l’abbiamo inaugurato una decina di anni fa abbiamo invitato tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui. Alberto Alessi mi disse al telefono che sarebbe venuto solo se fosse stato distribuito del baccalà alla Sacchi. Noi non avevamo idea di cosa stesse parlando. Solo che, per caso, mettendo ordine ai documenti d’archivio, abbiamo trovato una busta con scritta a mano la ricetta. Filippo Zagni, che era uno dei suoi modellisti ci confermò tutto. Sacchi lo preparava in bottega mettendolo a cuocere su una stufa. Poi lo distribuiva a tutti quelli presenti, artigiani, apprendisti, studenti, professori, artisti. Chiunque fosse lì all’ora di pranzo»

Aneddoti, prototipi reali. Karl Carstens confuse un modello con una vera calcolatrice Olivetti. Intervista con Lodovico Gualzetti, designer e responsabile dell’Archivio Giovanni SacchiMi vedo la scena: un bicchiere di vino, una fetta di pane, un piatto di baccalà, magari del formaggio, che, si sa, la bocca non è stracca se non la sa de vacca. Non puoi affezionarti a una stampante 3d, non puoi appassionarti a una fresatrice. Cos’è il lavoro senza la dimensione umana, senza la condivisione? «All’inaugurazione distribuimmo il baccalà», conclude Dodo. «Alessi era felice, anche se quello di Sacchi era molto più buono a suo dire. Per Zagni c’era una spiegazione. Sacchi cucinava con la pentola aperta: fra trucioli, chiodi e chissà cos’altro che ci finiva dentro, il piatto alla fine assumeva quel sapore».

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