ESTERNO DI COVA DA PIAZZALE DELLA SCALA NEGLI ANNI SESSANTA
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Apologia della milanese: la signora è un’icona ma non lo sa

In occasione del libro di Michela Proietti, flash back e delirio forse ironico su onnipotenza parascientifica di ogni donna che nasce, cresce – o solo vive – a Milano

Noi siamo le signore – titolo dell’opera prima di Camilla Cederna, pubblicata nel 1958 – riassume un concetto: i salotti culturali, a Milano, li comandano le donne. Tra un’esaltazione per Miuccia Prada e una imitazione alla Drusilla Foer, la figura della signora. Fra un bicchiere ed un pettegolezzo, è nei salotti che si è composta la storia milanese moderna. La signora deve avere delle caratteristiche di base: agiata di nascita, ha passato i cinquanta, vive o ha almeno un pied-à-terre entro le mura e, se sposata, ha o ha avuto un marito di spicco (meglio se imprenditore). Occupa un habitat preciso: i palazzi fine ottocento/inizio novecento dai decorati ingressi (via Vincenzo Monti, Via Vivaio, Via Mozart o Via Bellini), le boutique del quadrilatero e le caffetterie del centro. Può essere accompagnata da un levriero – magari afgano –, da un cocker o da un bassotto. L’esser cresciuta nel rigore milanese le infonde una compostezza difficilmente imitabile. Possiede una iconografia precisa e nessuna volgarità. Alla moda, ma mai fanatica. «Io è da trent’anni che lo dico: o fanno qualcosa, o fanno davvero qualcosa, o questa Prima della Scala è destinata a finire. Finire». Canio Romanelli, il fotoreporter attento a quello che succede a Milano. I tempi sono tanto cambiati. Marchesi è più affollato di Cova.

Formale senza esser troppo fredda, in ogni caso educata. Ha una buona istruzione, prima forse le Orsoline e poi una laurea umanistica. Prende potere nella Milano bene degli anni Settanta, quando la borghesia ha avuto la vinta sulla vecchia aristocrazia e sulle rivolte sessantottine. Gradisce il comunismo. Sulla scia delle reazioni studentesche, poli culturali si spostano verso il privato – si tratta di radical chic, di quel salotto buono: entrarci è un privilegio, restarci un lavoro. Per le signore a Milano, la scomodità non è mai stato un problema.

Come la citata Camilla Cederna, amata e odiata capostipite delle signore moderne. Figlia di un imprenditore del tessile, assieme donna elegante e giornalista agguerrita, diventata nota negli anni Settanta, con tanto di aspre critiche, per una sua inchiesta sul suicidio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della questura milanese, al terzo giorno di interrogatori dopo esser stato fermato per la strage di Piazza Fontana. La Cederna non risparmia accuse al commissario Calabresi, che aveva in custodia Pinelli. Poco dopo, Calabresi era freddato in strada, davanti alla sua abitazione. La giornalista è per questo definita mandante dell’omicidio di Calabresi (Vittorio Sgarbi) o una strega (Domenico Leccisi). Cederna non si scompone e continua a scrivere, infilando inchieste altrettanto delicate. Come quella, nel 1978, contro l’allora in carica Presidente della Repubblica Giovanni Leone, che lo spinse alle dimissioni. Cederna deve incassare una denuncia per diffamazione, comprensiva di multa per lei e per la testata L’Espresso (a cui è sempre stata vicina). Questo non basterà a fermare la sua audacia, che la accompagnerà fino alla morte.

Lina Sotis, figlia di un avvocato matrimonialista e che sceglierà, dopo un apprendistato soft da Vogue Italia, il Corriere della Sera. Qui, é la prima donna a entrare nella redazione cronache, per poi occuparsi di costume e società. Non sarà mai eguagliata – o quanto meno, non si vedono novità all’orizzonte. Nel 1982 il suo Bon ton è un caso editoriale per la leggerezza con cui affronta un tema ostico quale quello delle buone maniere. Non manca nella sua vita un matrimonio, seppur breve, con Gian Marco Moratti (N.B. lo stesso Moratti sposerà Letizia Brichetto, ex sindaco di Milano – unica donna finora – ex presidente RAI). Sotis rimane sorridente, come ben si addice a una dama, continua, con delicatezza e ironia.

LINA SOTIS NELL’ILLUSTRAZIONE DI TULLIO PERICOLI PER IL LIBRO COSE DA SAPERE, MONDADORI, 1986
LINA SOTIS NELL’ILLUSTRAZIONE DI TULLIO PERICOLI PER IL LIBRO COSE DA SAPERE, MONDADORI, 1986

Le signore dell’arte e del design, come l’appena scomparsa Maria Cristina Mariani Dameno, nota più semplicemente come Cini Boeri. Raffinata nella persona come nel lavoro, cresciuta in una famiglia colta e politicamente schierata accanto ai partigiani. Laureata in architettura al Politecnico, allieva e collaboratrice di Gio Ponti e Marco Zanuso, apre il suo studio nel 1963. Progettista minimale, si dedica ad architetture residenziali e al product design. Nel 1971 disegna per Arflex (storica azienda milanese) l’iconico divano Serpentone. Rompe il mito del divano classico, anticipando una soluzione modulare, potenzialmente infinita. Nel 1979 il Compasso d’oro, massima onorificenza italiana per il design, per il divano Strips, sempre edito da Arflex. Continua fino alla fine a sperimentare soluzioni e materiali nuovi, mostrando quanta originalità può scoppiare anche da una donna perbene.

I convenevoli, quelli prima di scegliere se andare da Cova o da Sant Ambroeus – i cioccolatini più buoni, i panettoni più soffici – compongono una conversazione per pochi. I loghi dorati sulle tende blu sono i bottoni di quel doppio petto che Berlusconi non ha mai saputo scegliere. Sono le frasi di un circolo chiuso, salotto buono della Milano che conta o che contava, delle grandi famiglie borghesi degli anni Cinquanta la cui progenie ha goduto del boom degli anni Ottanta. Un salotto di gente che aveva in mano l’industria e la pubblicità – in un substrato più fluido e consistente della moda. Il salotto buono vestiva Doriani nei giardini nascosti dietro Portorotondo, girava in barca a vela in Sicilia, cresceva i figli al Bagno America a Forte dei Marmi – vestiva Johnny Lambs, ironia e vezzo su Gianni Agnelli. Le sorelle Collini, Loro Piana, Koelliker – alcuni non ci sono più, Carlo Schapira, Hans Tiefenbacher, a casa di Noris e Carlo Orsi. Il lunch sempre al Paper Moon che oggi ha chiuso. L’elitarismo vive nella decadenza, non potrebbe fare altrimenti – patisce ogni forma di cambiamento: ma noi sappiamo quanto né lo snobismo né la nostalgia siano poi così preziosi. Era la società di Paolo Mieli, al Corriere della Sera – quando le pagine della cronaca di Milano davano spazio ai trafiletti di Lina Sotis, che tra la gentilezza di un complimento e la violenza di una freddezza, raccontava il correre del tempo, e il colore della città, di Milano. Quei trafiletti, li leggevano tutti.

In Italia si era abituati ad avere «una non disprezzabile educazione civica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione» – scrive Galli della Loggia, definendo la classe borghese e laboriosa italiana della seconda metà del Secolo Breve che ha avuto la fortuna di avere quattro scuole, quattro cardini, quattro fondamenti: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Andrea Carandini è l’ultimo “Grande Borghese”: «Siamo sommersi dalle immagini, ci si fotografa anche nei momenti più intimi, privati, perfino — almeno un tempo — imbarazzanti. La scrittura e la lettura, l’apprendimento e lo studio, sembrano non avere più senso. Nel Medioevo si era ricchi di immagini proprio perché erano tutti analfabeti».

Sono i codici borghesi, quelli propri di Milano, in quella copertina di Tullio Pericoli che ritraeva Lina Sotis con una penna di piuma più grande di lei, per un Corriere della Sera autorevole non quanto un rotocalco. Milano è una città borghese, fondata sull’imprenditoria e sull’editoria – dalla Scala alla sua cattedrale che appunto resta una Fabbrica. La borghesia, fare squadra e sistema, con serietà e sobrietà. I codici borghesi non producono più reazione, ma consolazione e sicurezza in se stessi – permettono di riaccendere il motore. Usiamo parole più semplici – parole di una signora che ha fatto di un suo atteggiamento borghese la migliore cronaca di moda: «La traccia più bella la lasci con i figli, ma se tu la lasci indipendentemente da quella che è la tua famiglia, crei una storia» – e ci resta nelle orecchie, la voce di Franca Sozzani.

Questo breve bigino di cultura e costume per uno stereotipo di cui sentiamo la mancanza, lo abbiamo ritrovato in soffitta in occasione dell’uscita del libro di Michela Proietti, giornalista del Corriere della Sera, pubblicato dalla casa editrice Solferino (stessa proprietà del quotidiano). Il libro titola La Milanese e tanto basta a giustificare la nostalgia. L’introduzione è di Lina Sotis. Per l’autrice – nata a Perugia, milanese per professione – l’augurio di poter essere un primo segno all’orizzonte, e di trovare quel rigore autoriale che – letterale o letterario si voglia – ha sempre definito, e continuerà a farlo, ogni vera donna milanese.

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