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Il segreto: l’unione della tecnologia con la poetica umana

Quindici cascate d’oro in Piazza San Marco, l’installazione di Fabrizio Plessi a Venezia è il racconto di una città fluida, tra le nuove tecnologie e un’età aurea che continuiamo a sognare 

Le cascate d’oro scorrono dalle finestre di quello che fu il palazzo eretto ai primi del Diciannovesimo secolo per una visita di Napoleone, che non sarebbe mai avvenuta. Abitato da Eugène de Beauharnais, Viceré del Regno italico e Principe di Venezia tra il 1807 e il 1824 e in seguito passato dagli Asburgo ai Savoia, il palazzo divenne il Museo Correr. Un edificio neoclassico che si staglia in Piazza San Marco, sul lato opposto della basilica bizantina e dei suoi mosaici. La notte veneziana di fine estate appena scesa si riempie dei suoni di Michael Nyman, mentre sul liquido aureo corposo, lettera dopo lettera, affiora e poi scompare in un bianco immateriale la scritta Pax Tibi. Un’allusione a quella che campeggia sul Vangelo di Marco aperto, retto dal Leone marciano simbolo della Serenissima. L’epigrafe ora fluttua immateriale, come risulta immateriale il medium digitale sulla fisicità sinuosa e la densità plastica dell’oro. Arriva anche l’acqua alta, a moltiplicare come uno specchio estraniante quest’intrusione poetica nel rettangolo della Piazza. L’installazione, lunga 58 metri, resterà in sito fino al 15 novembre, anche se il suo autore, Fabrizio Plessi, la vorrebbe prolungare fino al 21 dello stesso mese, festa della Madonna della Salute, che quest’anno assume significato più che mai. 

Plessi. L’Età dell’Oro è il titolo, che auspica il ritorno di quell’epoca di armonia e prosperità antecedente a tutte le altre, di cui narrava Esiodo nelle Opere e i Giorni. Sotto l’egida di Crono/Saturno, tutti gli esseri viventi, uomini inclusi, vivevano senza mai ammalarsi o invecchiare, fino a quando morivano in pace e gli animali non dovevano essere uccisi, né si sbranavano l’un l’altro. L’augurio di una stirpe aurea di uomini mortali. L’opera è stata realizzata con il sostegno dei Musei Civici veneziani e della Maison Dior, con cui l’artista ha varato un rapporto di collaborazione. Fabrizio Plessi, ottant’anni, quattordici partecipazioni alla Biennale, tramite i led luminosi ad alta definizione si è voluto misurare ancora con lo spazio della platea marciana, con il marmo e la pietra d’Istria dell’ex Palazzo Reale, senza intaccare l’architettura. Ha occupato la teoria di aperture alte 4,5 metri ognuna del Correr, ponendole in colloquio con l’apparato musivo della Basilica prospiciente. 

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SCHIZZO FABRIZIO PLESSI, L’ETÀ DELL’ORO VENEZIA – ©ALESSANDRO GAROFALO

Vent’anni fa, con Waterfire, Plessi aveva portato nella Piazza il fuoco e l’acqua, trasfigurando questa facciata. Il suo lavoro di video-artista inizia in tempi in cui questo linguaggio era ancora sperimentale e lo impone sulla scena internazionale tra gli innovatori. «Il colore di Venezia – racconta Fabrizio Plessi –, la città che ho deciso di scegliere a 14 anni, non può che essere l’oro. È come se i mosaici di varie epoche ma uniti da un filo conduttore di tecnica ed estetica, che risplendono sul prospetto di San Marco e la loro gloria che proclama l’eredità di Bisanzio, si fossero liquefatti, sublimati e resi volatili. Oro liquore alchemico e prerogativa di regalità, spirituale e infinito. Apeiron, per dirla con i greci. Oro immutabilità nel tempo, cui però ho voluto dare il senso del movimento, immaginando una dinamica in fieri. L’oro per me è l’elemento di luce che riempie il vuoto e le tenebre, che si impone come luce sull’ignoranza, sull’ipocrisia e sull’indifferenza apatica di questi tempi passivi rispetto alla cultura. Chiuso in casa per tre mesi, durante la quarantena dovuta alla pandemia, ho pensato oltre centoquaranta progetti intorno a questo tema, lungo un percorso che è cambiato fino all’ultimo. Una concentrazione che forse non avevo mai provato prima. È il frutto di un lavoro condotto ogni giorno, dalle dieci di mattina alle dieci di sera, senza mai fermarmi».

«Il Pax tibi è emerso durante questo periodo che ho trascorso in silenzio, calato dentro di me. Si rivolge a tutti, non solo all’evangelista Marco, come un invito alla pace e un sigillo di tolleranza. La luce che inseguivo è quella della modernità, rifuggendo da ogni compiacimento. Oggi sono rivolto verso un futuro progettuale, guardo avanti come fossi un ragazzino. Appartengo a Venezia, città inondata e liquida, un luogo fatto di vasi comunicanti. Mi identifico in quel senso di entità mobile ed elastica. L’oro per me diventava lettura e misura di tutto questo e non soltanto l’evocazione di un’epica bizantina e del colorismo secolare della pittura veneta. Oro quale opportunità di rinascita. C’era pure la Venezia tutta d’oro di Lucio Fontana che indicava la via. Questo mio lavoro è un omaggio a Venezia, la vera metafora del mio fare lungo sei decenni di ricerca e una ricognizione sul sacro, alla cui idea in ogni civiltà l’oro si è sempre accompagnato. Un’eternità che nello spazio pittorico bizantino, alto-medievale e fino alla rivoluzione culturale dell’Umanesimo, inghiotte paesaggi e profondità, fa vibrare cupole e catini absidali, incendia facciate e portici in penombra. Venezia, fluida, ha cambiato la mia grammatica solida di matrice padana e rimane il punto di riferimento in tutto quello che realizzo»

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SCENOGRAPHY FABRIZIO PLESSI, VENEZIA – ©ALESSANDRO GAROFALO

Ogni cosa per Fabrizio Plessi, che ha esposto in 138 musei nel mondo e allestito cinquecento mostre personali, parte dal disegno. Ce ne sono a decine, di disegni, tavole e croquis preparatori messi in sequenza ovunque, nello studio alla Giudecca, spalancato sull’acqua. Rifiniti e lucenti d’oro, accompagnati da grafie esplicative nere e antracite. Dai primi anni Settanta l’itinerario dell’artista si nutre dei nuovi supporti tecnologici, allora usando video-tape e registratori ed esplorando la performance art. Nella sua poetica ricorre l’indagine verso gli elementi primordiali della vita, scavandone le forze originarie attraverso le sue diverse manifestazioni. In Germania, dove ha esposto in musei, gallerie e Kunsthalle, gli hanno inventato una cattedra alla Kunstshochchule für Medien di Colonia – l’equivalente del MIT negli Usa –, che porta il nome di Umanizzazione delle tecnologie. Qui insegna per un decennio e diventa vicedirettore dell’istituto. Plessi è stato docente anche all’Accademia di Venezia, accanto a Santomaso e Vedova. 

«La Germania – racconta Fabrizio Plessi – per me è Caspar David Friedrich, il suo sguardo librato sull’immenso e sull’arcano di una cronologia mai quantificabile. È un Paese che mi affascina perché possiede un’anima duplice, basata sulla convivenza tra romanticismo e ambito tecnologico. I miei amici tedeschi mi hanno ribattezzato ‘aborigeno digitale’ – la definizione che più risponde al mio lavoro. È questo il segreto – la congiunzione della tecnologia con il dato umano. Non mi sono mai curato dell’accademia, piuttosto mi sentivo un trasgressore, uno che camminava da solo tra le burrasche e le fazioni che perturbano l’universo dell’arte. Anche il pulviscolo della televisione in fondo è spirituale, i pixel sono le tessere delle vetrate delle chiese gotiche, vivono di luce allo stesso modo.La televisione l’ho frequentata negli anni Settanta e Ottanta, insieme a Paolo Giaccio e Mario Convertino, tra gli altri. Vanno ricordati Mister Fantasy nel 1981 e Immagina, del 1986, programma sui segni e sogni del nostro tempo, di cui Giaccio era autore e produttore, nato su ispirazione di Paolo Fabbri e Omar Calabrese, semiologi del gruppo di Umberto Eco. Fui molto criticato a quei tempi per queste mie escursioni nell’empireo sperimentale televisivo. Per Immagina creavo scenografie, in parte virtuali con timidi effetti di realtà aumentata. Le concepivo a Venezia e venivano spedite a Roma per effettuare le registrazioni. Sono stato sempre curioso, ho amato azzardare e percorrere strade differenti. Non mi si può accusare di snobismo e ho pagato questo bisogno di libertà e autonomia».

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SCENOGRAPHY FABRIZIO PLESSI, VENEZIA – ©ALESSANDRO GAROFALO

In autunno, a Ca’ Pesaro – la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia – si apre la rassegna che ripercorrerà reinterpretandola la produzione artistica più recente di Fabrizio Plessi e che inaugura l’attività espositiva del museo. Un complesso progetto che ha inizio con la monumentale installazione Barche e in cui, come scrive Elisabetta Barisoni, si giocano in modo scenografico i temi della sua arte: il dialogo con la Storia, il colloquio tra antichità e moderno, il ponte tra archeologia e futuro. Le imbarcazioni ricordano primordiali piroghe ma si collegano anche alla città d’acqua e alla laguna. «Le barche – seguita Fabrizio Plessi – si dirigono verso un fiume dorato che è digitale ma anche reale, in un mescolarsi di sensazioni e forme, tra tenebra e luce, nero squarciato dall’oro che intride di iridescenze il grande salone di Ca’ Pesaro». Plessi mi mostra cosa ha pensato per l’ultima sala del museo, una scultura classica proiettata d’oro, un fantasma di Tanagrina, di dea fidiaca acefala che abbagliante danza nel buio. «Un vento vero muove il panneggio della statua – nel frattempo Fabrizio segue il contorno dell’opera con un dito –, è l’elemento naturale che modifica un’immagine digitale». A Ca’Pesaro, un fiume digitale dorato scorrerà circolare tra pietre laviche, echi primordiali e archeologici che rimandano agli esordi del maestro e alla sua vicinanza con l’Arte povera. Verrà sottolineata la capacità pittorica e disegnativa dell’artista, in un dialogo con il passato, recepito non come tempo perduto e lontano, ma come ‘antico iper-presente’.

«In Dior – conclude Fabrizio Plessi – ho trovato un interlocutore e il sostegno di un mecenate. Questo lavoro è un terreno di congiunzione tra noi, una specie di osmosi in cui non si sa dove finisce Plessi e dove comincia Dior.  L’oro, la materia che è protagonista dell’opera, è uno dei Leit-Motiv concettuali ed estetici della Maison e non solo per l’assonanza con il nome. Senza il supporto di Dior non si sarebbe potuta immaginare una installazione che va a incidere in questo luogo della Serenissima. Non ho timore di essere retorico, voglio che il mio lavoro venga recepito e che lo si guardi. È per questo che tutto avviene in una piazza aperta e che l’opera vive giorno e notte. Nella genesi de L’Età dell’Oro ho messo il mio esistere in rapporto con quanto stava accadendo intorno a me. Non coltivo rimpianti o nostalgie, vivo per il mio lavoro. Se il fisico talvolta viene a mancare la testa è sempre più giovane e attiva. Mi spinge ad andare oltre e io sogno. Se sogni d’arte e nell’arte, riesci a comprendere come essa sia la sola cosa al mondo che può ancora salvarci». 

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SCHIZZO FABRIZIO PLESSI, L’ETÀ DELL’ORO VENEZIA – ©ALESSANDRO GAROFALO

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