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Inquinamento da plastica e mari, il dramma delle microplastiche

Attraverso l’acqua che beviamo e il pesce che mangiamo, ingeriamo circa 5 grammi di plastica a settimana – il peso di una carta di credito. Conversazione con Luca De Gaetano di Plastic Free

Le microplastiche sono i frammenti di plastica con diametro inferiore a 5 millimetri. Più piccole ancora sono le nanoplastiche, con un diametro di 0.001 millimetri. Invisibili all’occhio umano, si diffondono in acqua, aria e suolo e sono una presenza difficile da eliminare. La quantità di microplastica che ogni uomo ingerisce in media in una settimana è stata quantificata da uno studio del 2019 commissionato dal WWF e realizzato dall’Università di Newcastle: si parla di duemila particelle, per un totale di 5 grammi. Il peso di una carta di credito. Secondo i risultati della ricerca, il primo mezzo con cui queste particelle entrano nel nostro corpo è attraverso l’acqua che beviamo. Seguono poi il consumo di molluschi, pesci e crostacei.

Oltre al Mar Ligure, in Italia è anche il Tirreno a preoccupare. Il Centro Nazionale delle Ricerche di Genova, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, esaminando gli intestini e i tessuti di oltre trecento organismi di diverse specie di pesci e invertebrati marini di cui ci nutriamo (cozze, scampi, acciughe e sgombri), ha scoperto che oltre il 35% nel Tirreno Centrale aveva ingerito microplastiche. In alcune zone, come al largo dell’Isola d’Elba o dell’Isola del Giglio, la percentuale sale a 75%. L’analisi di diversi organismi ha permesso di evidenziare come la situazione sia particolarmente critica a livello dei fondali. In tutti i siti indagati, le specie in cui è stata rilevata la concentrazione maggiore di microplastiche (dal 75 a 100%) sono quelle demersali – che vivono a contatto e si alimentano con l’ambiente di fondo – come la gallinella, lo scorfano, la razza, il fragolino e il pagello. 

I risultati di questa ricerca si legano a quelli di un altro studio condotto dalla University of Manchester. Esaminando i fondali del Tirreno, i ricercatori inglesi, guidati da Ian Kane, hanno stimato che ogni metro quadrato contiene 1,9 milioni di minuscoli pezzi di plastica. L’accumulo nelle profondità marine si spiega con il fatto che è tra i 600 e i 900 metri sotto la superficie dell’acqua che le correnti hanno la maggior interazione con il fondale sottostante. Qui finiscono dunque la maggior parte dei rifiuti presenti in mare che, complici le correnti e il degrado naturale, da plastica diventano micro e nanoplastica e si inseriscono nella catena alimentare attraverso i pesci. È solo limitando la presenza nelle spiagge e nei mari di rifiuti di plastica più o meno grandi che si può combattere il problema, prima che le plastiche si frantumino e sfuggano all’occhio nudo. «Va in questa direzione la direttiva europea che vieta la produzione di plastica monouso– spiega De Gaetano- che secondo le stime dovrebbe portare a una riduzione del materiale plastico in mare compresa tra il 10 e il 20%».

Uno dei nodi legati alla presenza di micro e nanoplastiche nei mari è la scarsa disponibilità di studi in grado di evidenziare quali siano i rischi per l’uomo dovuti al loro ingerimento. L’American Chemical Society si è impegnata nel corso del 2020 a studiare gli effetti che queste particelle di plastica hanno sugli animali, in particolare sui pesci, e sull’uomo. Gli esiti degli studi hanno evidenziato una correlazione nel mondo animale tra esposizione a micro e nanoplastiche e problematiche come infertilità, cancro e infiammazioni. Le conseguenze sulla salute umana non sono ancora valutabili in modo completo. 

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ph. Naja Bertolt Jensen

I ricercatori, nei laboratori dell’Arizona State University, hanno analizzato 47 campioni di tessuti umani prelevati da reni, polmoni, fegato e milza: organi che -si pensa- possano trattenere le minuscole particelle di plastica nel corpo. In tutti e 47 i campioni umani è stata rinvenuta traccia di contaminazione di plastica, in particolare di Bisfenolo A (BPA), materiale utilizzato ad esempio per costruire contenitori per alimenti.

Il team di scienziati ha sviluppato una tecnica per estrarre il materiale dai tessuti e analizzarlo con la spettroscopia e creato un programma informatico in grado di convertire le informazioni sulla quantità di plastica estratta dal corpo umano in unità di massa e superficie. La speranza è di ottenere dei risultati standardizzati in modo da poterli poi comparare con i risultati ottenuti da altri ricercatori e creare un database internazionale per confrontare i risultati ottenuti dall’esame di organi di gruppi di persone in luoghi geografici e tempi diversi. 

Oltre 150 milioni di tonnellate di plastica si trovano oggi negli Oceani. Il numero, secondo i dati riportati dall’ONU, cresce di 10 milioni ogni anno. Non è solo un problema degli Stati affacciati sull’Oceano Pacifico, in particolare asiatici. Luca De Gaetano, presidente dell’associazione no-profit Plastic Free Onlus Odv spiega come «solo nel Mediterraneo, ogni anno, finiscono 570mila tonnellate di plastica: l’equivalente di 33.800 bottigliette di plastica, la cui densità di inquinamento raggiunge 60 rifiuti di plastica per ogni chilometro quadro. La zona del Mar Ligure è quella con la maggior concentrazione di microplastiche a livello mondiale». 

Il progetto Plastic Free, oggi la prima realtà di volontariato per combattere l’inquinamento da plastica in Italia, nasce come pagina social nell’aprile dello scorso anno. Tre mesi dopo evolve nell’omonima associazione che apre le iscrizioni ai futuri associati in settembre. Oggi, a un anno dalla sua nascita, Plastic Free è radicata in diciassette regioni italiane e può contare su 115 referenti dislocati sul territorio nazionale per realizzare i suoi progetti. Primo su tutti, quello di pulizia di spiagge e città. Con l’obbiettivo di arrivare alla cifra di 100mila kg di rifiuti raccolti, a fine agosto si toccava quota 70mila. Grazie alla presenza sui social, la fascia di popolazione più sensibile ai progetti di Plastic Free è «quella compresa tra i 19 e i 35 anni», precisa De Gaetano. 

I numeri della cittadinanza raggiunta stridono con i dati sulla produzione di plastica, aumentata di 50 milioni di tonnellate solo negli ultimi due anni. «Gli imballaggi costano poco – spiega De Gaetano – e permettono di raggiungere la massa dei consumatori. Esistono materiali alternativi: bioplastiche che non vengono prodotte dal petrolio, materiali utilizzati nell’ambito della green economy come la canapa. Sono accorgimenti che alcune aziende hanno già messo in atto, ma che per ora hanno solo funzionato come tampone per un problema più grande. Andrebbero fatti investimenti per sostituire i macchinari utilizzati dai produttori di plastica con nuovi strumenti adatti a raffinare materiali diversi. A causa dei costi della riconversione degli strumenti di produzione si preferisce continuare con la produzione già avviata. Ciò che si può fare adesso: limitare l’inquinamento finché non si arriverà a un cambio generazionale che modifichi i sistemi produttivi e studiare e aumentare le tecniche di riciclo. Oggi le bottiglie di plastica sono riciclabili, qualche anno fa non era così»

Secondo un report pubblicato dall’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (Ispra) a fine 2019, l’Italia ha già raggiunto tutti gli obbiettivi di riciclo dei rifiuti urbani prefissati per il 2025, ad eccezione della plastica. Per De Gaetano «Non siamo ancora riusciti a sviluppare tecniche che permettano di riciclare qualsiasi tipo di plastica che viene prodotto. Non potremmo raggiungere la totalità di riciclo. Nel frattempo, l’emergenza Covid-19 e l’utilizzo di plastiche – anche monouso –, che ne è seguito, porterà ad allontanarci dal raggiungimento di questi obbiettivi nei prossimi anni. Dal punto di vista del riciclo dei prodotti di plastica, l’Italia si attesta attorno al 40% del totale. Sicilia, Calabria, Basilicata e Campania hanno difficoltà nella gestione del problema. Per organizzare un evento di raccolta o pulizia in queste Regioni serve un mese. In altre, tre giorni. Manca una presa in carico da parte dei soggetti istituzionali, che dovrebbero seguire e supportare gli enti di raccolta dei rifiuti. Capita che in un punto cittadino di passaggio siano presenti pochi bidoni e di dimensioni piccole. Errori come questo potrebbero essere evitati configurandosi meglio con lo studio della realtà locale. A livello comunale, in molte zone del Paese, mancano i controlli necessari a prevenire l’inquinamento, prima ancora che risolverlo. Spesso Plastic Free si trova a pulire aree pubbliche che sono diventate discariche abusive per mancanza di supervisione». A livello nazionale, la sensazione di De Gaetano è che la politica non si sia ancora accorta dell’esistenza di realtà come Plastic Free. «Perché non rafforzare la collaborazione con associazioni come la nostra? Dal Ministero dell’Ambiente non abbiamo mai sentito nulla»

Plastic Free punta alla collaborazione con gli apparati locali e amministrativi più vicini ai cittadini. «Chiediamo un’autorizzazione operativa al Comune prescelto per poter essere messi in contatto con l’ente locale di gestione dei rifiuti. Solo a quel punto possiamo iniziare la raccolta. Per questo abbiamo iniziato a chiedere la possibilità di ottenere un nulla osta permanente che ci permetta di muoverci più in autonomia ogni volta che viene organizzata un’operazione di pulizia dei rifiuti», racconta De Gaetano. Aggiunge: «Stiamo lavorando all’iniziativa La Bandiera Plastic Free, con la quale consegneremo un gagliardetto ai primi Comuni nel rispetto dell’ambiente: quelli che promuovono iniziative plastic free o che emanano delibere su queste tematiche»

Sulla sensibilizzazione delle fasce d’età più giovani. «Negli anni a venire il mercato e le scelte di marketing dovranno adattarsi alle prerogative delle future generazioni. Va in questa direzione il Progetto Scuola, con il quale entriamo in istituti di diversi gradi e spieghiamo il problema dell’inquinamento alle classi. Grazie a donazioni di privati e sponsor, acquistiamo e regaliamo alle scuole colonnine d’acqua depurata che speriamo possano sostituire il consumo di bottiglie d’acqua. Solo così possiamo evitare che vengano utilizzate più di un miliardo di bottiglie di plastica l’anno, contando che su 8 milioni di studenti che vanno a scuola 200 giorni l’anno, la stima è addirittura per difetto». Entra in gioco anche il tema della protezione della fauna. Plastic Free, che ha lanciato l’iniziativa Adotta una Tartaruga, con cui si finanziano le strutture di cura questi animali, ha come logo una tartaruga. «La tartaruga è un simbolo dell’inquinamento da plastiche – tutti conosciamo le immagini di questi animali intrappolati in rifiuti di plastica. La tartaruga è un rettile che esisteva già oltre 200milioni di anni fa. Conserva la stessa forma da allora ed è sopravvissuta laddove altri esemplari si sono estinti. Per colpa della plastica nei nostri mari, è una specie in pericolo. L’uomo e la plastica sono riusciti a minare un animale che la selezione naturale non ha scalfito negli anni». La tartaruga non esaurisce il novero di specie che risentono del problema: «Non esiste specie animale che non subisca danni per l’inquinamento da plastica. Ogni anno muoiono un milione di uccelli e 100mila mammiferi marini per problematiche legate alla presenza di plastiche nell’ambiente marino. Intanto si stima che nel 2050 nei mari, se non si inverte il trend, ci sarà più plastica che pesci. Pesci che già oggi mostrano presenza di microplastiche e nanoplastiche nei loro apparati digerenti e addirittura all’interno dei tessuti che li rivestono. Pesci di cui ci nutriamo noi umani, senza essere ancora a conoscenza dei danni che questo potrebbe causare ai nostri organismi».

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