Pienza Rinascimento
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Il Rinascimento è di moda: ha ancora qualcosa di nuovo da dirci?

C’è una nevrosi di fondo nel periodo del Rinascimento – l’uomo assurge a centro dell’universo e al contempo introduce derive incontrollabili e una crisi nelle certezze conquistate

Il Rinascimento è di moda. Lo scorso anno cadeva il quinto centenario dalla morte di Leonardo da Vinci, mentre è di scena fino al 24 febbraio prossimo la mostra a lui dedicata dal Musée du Louvre a Parigi. Raffaello Sanzio, nel cinquecentenario della morte, avvenuta a 37 anni a Roma il sei aprile 1520, viene celebrato dal cinque marzo fino al due giugno 2020 con una monografica alle Scuderie del Quirinale, in collaborazione con gli Uffizi di Firenze – un corpus di oltre duecento capolavori – dipinti, disegni e opere di confronto, provenienti da ogni parte del mondo. Anche l’Ambrosiana di Milano, il Victoria & Albert Museum e la National Gallery di Londra, che possiedono opere del maestro urbinate, daranno risalto a questa ricorrenza. Al revival del Rinascimento ha contribuito la serie televisiva I Medici, che riporta all’attualità la dinastia fiorentina – famiglia di banchieri che grazie alla presa di potere di Cosimo il Vecchio sulla Repubblica di Firenze e al successivo prestigio politico e culturale di Lorenzo il Magnifico, diventa il centro pulsante e il laboratorio della civiltà rinascimentale.

Tra esasperazioni decorative transepocali e una presunta volontà di filologia si snoda una narrazione in parte fedele ai fatti storici, in parte fictional. Si percorrono varie location del nostro patrimonio artistico, alcune coeve, altre poco pertinenti o reinventate in maniera sommaria (vedi l’Accademia istituita dal Magnifico nel Giardino di San Marco, che fu palestra di formazione di talenti come il giovane Michelangelo). È il plus de I Medici, la mappatura di luoghi unici del centro Italia, soprattutto tra Toscana e Alto Lazio. Molte scene sono state girate nella città papale di Viterbo, uno dei centri medievali più estesi e integri del Paese, con digressioni a Villa Lante a Bagnaia e alla reggia dei Farnese a Caprarola – ambedue però risalenti al periodo manierista, ovvero a circa un secolo dopo i fatti illustrati nella vicenda laurenziana. Lo scalone e il cortile del palazzo del casato fiorentino – calzanti allo svolgersi del plot a livello cronologico – sono quelli di Palazzo Piccolomini a Pienza, incarnazione di città ideale umanistica.

Pienza fu progettata alla metà del Quattrocento da Bernardo Rossellino per Papa Pio II sul borgo dove il Piccolomini era nato nel 1405 da una nobile famiglia senese decaduta e costretta all’esilio. Il piano urbanistico di un’utopia rimasta solo allo stadio nucleare. A Pienza c’è una cattedrale che miscela istanze rinascimentali di impronta classica a gotiche reminiscenze nordiche, affacciata su una piazza perfetta, tracciata come un teatro metafisico. Intorno, le dimore erette dai più alti prelati della curia romana che, tra il 1459 e il 1462, furono costretti dalla volontà del pontefice a risiedere in quest’acropoli alta sulla vastità della Val d’Orcia, non lontano da Siena. Palazzo Piccolomini impagina dettami del lessico di Leon Battista Alberti, la texture a bugnato e uno zoccolo di pietra, una specie di panca continua, che lo abbraccia alla base e lo collega alla vita cittadina. La storia di Pio II, intellettuale e avventuriero, scrittore erotico della Storia di due amanti, voltagabbana e nepotista sfacciato, mecenate e statista capace di una visione politica internazionale, è degna d’un romanzo d’appendice.

DuomoPienza
DUOMO DI PIENZA, PIAZZA PIO II

Il sogno accarezzato da Enea Silvio Piccolomini – il suo nome prima dell’elezione al Soglio –, resta doppiamente incompiuto. Alla sua morte ad Ancona, nel 1464, si fermerà per sempre il cantiere da cui doveva sorgere la sua città. L’Atene umanistica che Enea Silvio vagheggiava, è destinata a ricadere in un oblio secolare. Resta inascoltato anche l’appello diretto dal pontefice ai principi cristiani per intraprendere una nuova crociata contro gli Ottomani, che dal 1453 avevano conquistato Costantinopoli, mettendo fine all’Impero romano d’Oriente. Di Pienza colpisce il binomio di equilibrio geometrico e di sospensione lineare che attraversa epoche ed estetiche, frutto di un Rinascimento essenziale, distillazione purista che trasforma travertino e mattoni in una griglia tonale dalla semantica senza tempo. Walter Benjamin affermava che fra ogni istante del passato e il presente vi è un appuntamento segreto: se non si comprende che le immagini trasmesse dal passato erano dirette proprio a noi, qui e ora, è la nostra stessa consapevolezza storica che si spezza. Pienza decreta che ogni cesura è priva di significato. Essa sfugge alla magia e insieme al limite più profondo del nostro Paese – l’eredità d’un passato nel quale vibra più vita che nel presente.

C’è una nevrosi di fondo nel periodo del Rinascimento, anche al culmine della sua parabola di sviluppo. L’uomo assurge a centro dell’universo e al contempo introduce derive incontrollabili e una crisi generale nelle certezze conquistate, fitta di domande e spinte mistiche, di fughe ermetiche ed esoteriche. La riforma protestante è già all’orizzonte del cosmo neoplatonico e paganeggiante della Chiesa di Roma. Sono presagi che diverranno catarsi tragica e dissoluzione con il Sacco del 1527. Al di là delle gesta avventurose – e spesso crudeli – di protagonisti quali Lorenzo il Magnifico, Michelangelo e Raffaello, di Giulio II, Tiziano o Cesare Borgia, ha ragione Engels quando, riferendosi al Rinascimento parla di ‘rivoluzione’. Si palesa una contraddittoria modernità in cui l’uomo si appropria del proprio destino. Un rovesciamento di valori che stabilisce le basi del futuro individualismo. Ogni cosa è labile, i terremoti ideologici e di pensiero si susseguono incalzanti, la relazione tra l’alto e il basso cambia di continuo.

Nelle Madonne e Veneri del Botticelli affiora sempre un senso di perdita che si porta appresso un’aura di malinconia: «le une hanno smarrito il cielo, le altre la terra», commentava un biografo dell’artista. Tra Quattro e Cinquecento vede l’alba un’età nuova, nasce una coscienza polemica che non delinea da sola l’età in fieri, ma ne definisce alcuni aspetti. Una volontà di ribellione, di distacco da un mondo vecchio per instaurare altre forme di educazione e di convivenza. «Il Rinascimento è, innanzitutto, un fatto di cultura – scriveva Eugenio Garin, storico del pensiero –, una concezione della vita e della realtà che opera nelle arti, nelle lettere, nelle scienze e nel costume. La positività del Rinascimento, intrinseca alla sua stessa denominazione, i suoi aspetti tipici, i suoi valori, i suoi significati nel corso della civiltà moderna, vengono indicati sempre nell’ambito delle arti, delle lettere, del pensiero e dell’educazione. La positività della cultura del Rinascimento non è, dunque, la presa di coscienza di un’età felice della vicenda umana».

I Medici televisivi eccitano la curiosità di un pubblico più ampio a capire, a cercare di riconnettersi a un humus che ha plasmato la coscienza dell’uomo moderno e degli italiani in particolare. La valorizzazione di ogni potenzialità umana, da quest’epoca in poi si pone alla base della dignità dell’individuo, con il rifiuto della separazione tra spirito e corpo. Nella serie si riconoscono alcuni ambienti del Castello laziale di Vasanello, nella Tuscia, come il salone dalla frise affrescata a grottesche e la stufetta di Giulia Farnese ‘la Bella’. Il maniero custodisce un’atmosfera integra, un’opulenza appannata e poetica – spleen evocativo rispettato dai marchesi Misciattelli, quando ne entrano in possesso negli anni Trenta del Novecento. Dentro le mura possenti si snoda una serie di ambienti decorati nel 1489, in occasione del matrimonio di Giulia Farnese, la vera fondatrice delle fortune del suo casato. Un secondo intervento di pittura ornamentale venne messo in atto nel 1505 per le nozze di Laura Orsini, figlia di Giulia, con Nicola della Rovere.

Giulia fu l’amante di un altro papa della rinascenza, Alessandro VI, alias Rodrigo Borgia, e divenne tra le personalità più potenti di Roma, omaggiata e temuta come una sovrana, coperta di feudi e prebende, risiedendo nel palazzo di Santa Maria in Portico del cardinale Zeno. I romani la chiamavano ‘Sponsa Christi’, ‘la sposa di Cristo’, e il suo nome e quello del fratello, il cardinale Alessandro futuro Paolo III, ricorrevano nelle pasquinate più salaci. Giulia fu idolatrata da Alessandro VI, oggetto di una passione esclusiva e gelosa fino al 1493. Orditrice di intrighi e trame politiche, ne approfittò senza remore. Incurante degli scandali, riuscì a superare la fine della parabola borgiana alla morte del pontefice nell’agosto 1503.. È un esempio della nuova condizione femminile che si afferma con il Rinascimento e che vede protagoniste donne molto diverse tra loro, ma accumunate da una tempra e da disegni di potenza fuori dal comune: Isabella d’Este e la cognata Lucrezia Borgia, l’impavida Caterina Sforza Riario e la poetessa e mistica Vittoria Colonna. Senza  dimenticare, sul finire della dinamica rinascimentale, quelle centinaia di donne aristocratiche e del popolo che, divise in tre squadroni suggellati da colori diversi, affiancarono i loro uomini nella difesa della libertà di Siena, stretta d’assedio dalle forze imperiali e medicee per terribili otto mesi, nel 1554. È da poco uscito da Adelphi il primo dei due volumi di Immagini dell’Italia, di Pavel Muratov, apparso per la prima volta in Russia nel 1911-12. Il Quattrocento vi è definito quale monumento e pienezza di vita, per conoscere la quale non basta la speculazione intellettuale ma occorrono impressione visiva e percezione istintiva. Del Quattrocento, culmine dell’epoca rinascimentale, Firenze, racconta Muratov, fu culla e sarcofago, oltre che forza vitale. Di tanto in tanto quell’epoca di splendore torna in evidenza. Cerchiamo ancora quell’armonia e serenità – ma è un’aspirazione, più potente quanto più forte è il disincanto dello sguardo- condivisa da umanisti come Leon Battista Alberti, che definiva  l’uomo come “umbra di sogno” . Il passato è un altro presente. Viene da chiedersi se la percezione dell’Italia, in particolare generata da un’ottica straniera e di marca anglosassone, che tuttora si identifica con quest’ epopea, oggi non sia diventata un limite o il residuo di un passato ormai ridotto a consumo turistico. Il Rinascimento ha ancora qualcosa di nuovo da dirci?

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