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Grycle – da una tesi di laurea, una sperimentazione che potrebbe risolvere il problema dei rifiuti

Da uno studio al Politecnico di Milano, il prototipo che trasforma i rifiuti in granuli di materia prima: nonostante gli ostacoli burocratici, il progetto ottiene i finanziamenti privati

La prima tappa è il centro di smistamento industriale – linee di produzione che occupano svariati capannoni, dove arrivano camion di immondizia differenziata che viene posizionata su lunghi nastri trasportatori per venire ulteriormente differenziata, in maniera manuale e semiautomatica. «I nostri rifiuti vengono continuamente separati, sempre più accuratamente. Alla fine il meglio che si riesce a ottenere è, per esempio, un enorme balla di flaconi di PET bianco. A questo punto altri camion raccolgono il materiale e lo portano in altri impianti per il riciclo, dove possibile, o all’inceneritore. Questo processo comporta altissimi costi per il trasporto, l’inquinamento, il traffico. Globalmente produciamo 2,01 miliardi di rifiuti indifferenziati annui, e per trattarli e trasformarli generiamo 1,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (fonte: Rapporto What a waste 2.0, World Bank Group). Gli scarti della nostra esistenza in vita agli occhi dei cittadini non valgono nulla, sono un peso di cui liberarsi. Non è così», spiega Daniele Pes. I rifiuti riciclabili possono diventare materia prima seconda, essere venduti e acquistati come tali e rientrare nel processo della produzione industriale.

Lo spettroscopio è uno strumento che l’astronomia usa dall’Ottocento: osservando la frequenza della luce che stelle e pianeti riflettono, si conosce la loro natura chimica. Di recente si è riusciti a miniaturizzare la tecnologia spettroscopica – i sensori oggi sono grandi quanto la punta di un mignolo. Impiegata su scala ridotta in campo farmacologico, questa tecnologia è alla base del funzionamento di Grycle. Si tratta di una macchina che trasforma i rifiuti in granuli di materia prima, separati automaticamente e pronti per il riuso – azioni che si compiono nei luoghi di generazione degli scarti, a monte, non a valle. Un cambio di paradigma che ridurrebbe costi, emissioni e inefficienze dell’attuale ciclo dei rifiuti. Grycle è stata ideata da un team con base a Milano, che ora cerca investitori e partner per far diventare il prototipo realtà industriale. 

Tutto nasce dalla tesi di laurea di Edoardo Carlucci al Politecnico di Milano. Carlucci si presentò con il suo team a Innovits, un’associazione no profit costituita nel 2010 da un gruppo di dirigenti e imprenditori – tra i quali Daniele Pes –, che in dieci anni ha fatto da hub a un centinaio di progetti.  «Se venisse chiesto ad alcuni ingegneri di ripensare da zero la filiera per il trattamento dei nostri scarti, nessuno la progetterebbe complicata come la conosciamo: noi preselezioniamo in modo grezzo e inefficiente i rifiuti a casa nostra, diversi camion vengono a ritirarli e a seconda della loro natura gli fanno fare percorsi diversi, con tappe in diversi centri di smistamento e riciclo», spiega Pes. «La chiave di volta sta in una tecnologia che agisca a monte della filiera».

Nei tre anni di lavoro sul progetto di Grycle, ai rilevatori spettroscopici – utili a classificare per esempio i diversi tipi di plastiche – si sono affiancati sensori di altro tipo per individuare altri materiali. È stata progettata una macchina attorno a questi sensori che permettesse di ridurre il tempo di riconoscimento e separare i materiali. Il progetto finale della macchina prevede come prima fase del processo la triturazione del rifiuto in scaglie da 1 e 5 millimetri: queste scaglie cadono ognuna in una minicamera dove viene riconosciuta la loro composizione chimica e a seconda di questa le scaglie vengono fatte cadere in contenitori diversi.

La macchina progettata dal team milanese trasferirebbe il trattamento industriale dei rifiuti a monte della filiera, già dove il rifiuto viene generato, abbattendo costi e impatti ambientali legati al loro trasporto e trattamento. Grycle non solo ridurrebbe i volumi dei rifiuti, ma diventerebbe una fonte di guadagno: potrebbe essere la macchina stessa a calcolare e visualizzare il valore economico della materia prima seconda generata dagli scarti. Si potrebbe poi immaginare di detrarre questo valore dalle tasse dei rifiuti. 

Gli ostacoli legali sorgono prima che l’immaginazione possa fare i primi passi verso questa utopia. Manca una legislazione che consenta un trattamento dei rifiuti più evoluto di quello attuale. «Non possiamo trattare i nostri rifiuti. Se anche avessi una macchina Grycle a casa o nel mio condominio o quartiere e producessi materie prime seconde, non potrei venderle né definirle tali, perché per legge queste possono essere prodotte solo all’interno di un impianto autorizzato, spostate con mezzi autorizzati». Nel 2019 c’è stato un primo segnale di speranza: l’Italia ha recepito la normativa europea che apre a diverse modalità di trattamento dei rifiuti tra cui l’autocompostaggio e il compostaggio di comunità.

I settori più interessati a questa macchina oggi sono quelli penalizzati dalla recente normativa europea sulla plastica usa e getta, oppure quelli che sanno di essere a rischio e vogliono muoversi prima. Due fra tutti: il mercato dei produttori delle capsule del caffè e quello del packaging per la cosmesi. È tra gli operatori in questi mercati che Grycle sta cercando partner e investitori. «Le capsule del caffè sono una bomba ecologica per la quale non c’è soluzione: le capsule compostabili o in alluminio sono esempi di greenwhashing buoni per il marketing, ma non costituiscono una soluzione efficace su larga scala. Il settore del packaging per cosmetici è peggio: fa numeri 100 volte più grandi rispetto al mercato delle capsule. Questi prodotti sono composti da polveri aride, magneti, specchi, alluminio, materiali ferrosi e altre plastiche».

Se su questo fronte ancora non si recepiscono prese di posizione, i produttori di capsule sono più consapevoli. Alcune operatori hanno chiesto a Grycle se sia possibile sviluppare versioni ad hoc della macchina, che facilitino il trattamento delle capsule. «Ora la richiesta che abbiamo è per una versione della macchina più semplice rispetto a quella che abbiamo progettato. Dobbiamo rispondere alle esigenze specifiche di un mercato verticale che non ci chiede di processare rifiuti fatti di venti materiali diversi, ma di polvere di caffè non arida, alluminio e plastiche». 

Per realizzare il progetto di una macchina più complessa occorrono investimenti che una startup da sola non può sostenere da sola. Continua Pes: «È più fattibile realizzare versioni semplificate della macchina per un mercato con esigenze verticali e particolari. L’importante è non perdere di vista la visione generale: quando penseremo a una macchina per uno specifico settore non dovremo dimenticare che le tecnologie che stiamo sviluppando devono essere integrabili alle altre, per far crescere la macchina in direzione di un’unica tecnologia unificante per lo smaltimento di tutti i rifiuti, che è poi la macchina pensata nel progetto originale».

Grycle ha avviato un crowfunding, durante il periodo del lockdown, che ha raccolto 321mila euro. «Abbiamo avuto un gran numero di piccoli investitori che hanno capito la portata rivoluzionaria del progetto. Non è scontato, visto che attorno a questi temi oggi c’è molta improvvisazione e progetti di sostenibilità che poco sostenibili. Si parla molto di plastica organica, ottenuta dal mais o dal carapace dei gamberi, come se lo sfruttamento di questi non avessero un impatto ambientale». 

Sul fronte delle possibili collaborazioni con le corporate, le cose sono andate in modo diverso. «Il nostro è un progetto di innovazione meccanica, elettronica e intelligenza artificiale volto a realizzare un prodotto che non è pensato per durare dieci anni, ma cento. Tutti gli operatori delle aziende consolidate cui lo abiamo presentato hanno apprezzato il progetto, ma ci hanno confessato che non potevano intraprendere progetti di business così radicali in un mercati non ancora presidiati. La maggior parte delle multinazionali e grandi aziende tendenzialmente fanno ricerca o sviluppo esterna o la delegano ai loro fornitori e prima di assumersi un rischio ci pensano tante volte. L’innovazione è un’altra cosa: nasce dove c’è bisogno, difficilmente dove c’è un ambiente consolidato su un business main stream. Dall’altro lato però queste aziende ci hanno dato un consiglio utile: confrontarci con interlocutori di scala ridotta, compresi i loro fornitori. È ciò che stiamo facendo ora».

Un’altra speranza per sperimentare Grycle sono le municipalità: «Alcuni sindaci hanno investito personalmente nel crowfunding e ci hanno chiesto se potessero disporre di queste macchine nel proprio Comune. Sul piano legale le singole municipalità hanno grande potere decisionale sul trattamento dei rifiuti: possono attivare progetti pilota temporanei e localizzati»

Dopo aver brevettato il progetto, il team di Grycle, composto al momento da 5 persone, sta rinforzando il proprio set di competenze integrando specialisti di meccanica ed elettronica a livello industriale e sta cercando aziende interessate a collaborare e a investire. «Dune di Frank Herbert fu una pietra miliare della mia generazione: racconta di un pianeta su cui la popolazione impara a vivere non sprecando nulla, l’acqua viene recuperata persino dai corpi dei defunti, tanto è preziosa come risorsa. Il principio da cui dobbiamo partire oggi è questo: non sprecare niente, il concetto di scarto più senso che esista».

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