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Telai e il blu per occhio umano – conversazione a flusso con Giuseppe Colombo

Imprenditoria e manifattura, un valore sociale. «Producono calze, io me le invento – non sono tecnico. Per questa mia ignoranza, ingenuità forse, ho più facilità a farmi venire idee»

I telai circolari permettono la tessitura tubolare – le calze saranno chiuse sulla punta. Alcuni macchinari sono antichi, altri moderni. Tradizionali telai Bentley – della casa automobilistica britannica – che oggi, a seguito della chiusura dell’azienda, non vengono più prodotti, ma alla Gallo si progettano pezzi di ricambio per l’occorrenza. «Il telaio Bentley realizza le coste con il disegno – l’inserimento di trifogli colorati, per esempio, che non possono essere riprodotti con telai moderni». Telai antichi e lavorazioni dimenticate. «Come le ricette di una volta: la mela cotogna oggi non si trova più, ma la tarte tatin era meglio con la cotogna. Frutti antichi che oggi non ci sono più perché il mercato ha smesso di presentarli, trovando qualcosa che la clientela acquista a prezzo inferiore. Se un prodotto non è più sul mercato, non significa che non fosse buono». Sono cose che possono esser riscoperte. «Una sedia di cuoio realizzata nel Seicento, quando intere case erano foderate in cuoio. Anche se oggi questo dettaglio non si usa più, non significa che non sia ancora bello, e che se si torna a offrire, la gente non lo voglia apprezzare. Un quadro di Chagall. La faccia della pecora di Chagall, ispirata al Maestro della Fertilità dell’Uovo – nessuno l’ha più rifatta come la fece Chagall, con quella ruvidezza. Chi l’ha rifatta dopo, ha un tono diverso: più lucido, colorato – ma quella misura di Chagall nel tratto, definisce il valore».

L’unicità è data dalla formazione di tradizione artigianale del personale, tramandata da tecnici del luogo, generazione dopo generazione, ai giovani che devono lavorare per anni al fianco di adulti esperti. L’argomento della costante formazione e del ricambio generazionale del personale è critico per una manifattura. «I giovani cominciano e si formano da noi. C’è chi sa distinguere il Blu di Gallo tra otto varianti di blu che a me sembrano tutti uguali – per intuito, istinto, abilità che arriva dall’esperienza. Io non saprei distinguerlo. Non c’è macchina di fotometria che lo riconosca – è solo l’umano che sa distinguere il Blu tra otto varianti che occhio comune vedrebbe identici. Il nostro Blu è uno e uno soltanto. Mantenere il valore di un colore, è una questione di continuità e coerenza».

«Io non sono del settore delle calze. Le producono, me le invento – non sono tecnico – proprio per questa mia ignoranza, ingenuità forse, ho più facilità a farmi venire idee. Quando si appartiene a un settore, si vivono stereotipi e abitudini, senza domandarsi il perché di tante cose. Io sono un osservatore: di comportamenti, di manufatti, della natura. Per istinto, mi ritrovo in un approccio differenziale rispetto agli usi. D’estate a Forte dei Marmi, la mattina vado in spiaggia, il pomeriggio vado a camminare sulle montagne. I telai che abbiamo noi li hanno tutti. Noi rimaneggiamo i telai per fare cose che questi telai non erano predisposti a fare. Compriamo la macchina, poi i tecnici di Gallo la riadattano facendo modifiche per ottenere un prodotto diverso, più complicato, rispetto a quello per cui era stata concepita. Bisogna osservare chi lavora: chi ha l’abilità di far funzionare le macchine – operai, artigiani, impiegati – possiamo chiamarli come si vuole, la chiave è stimolarli e ascoltarli. Una macchina di Formula Uno non la guidano tutti, solo il pilota, e non tutti i piloti sono uguali. Non solo perché la fa andare più forte, ma anche perché ha l’orecchio per dire ai tecnici dove il motore può avere un problema e può esser modificato».

L’anno di svolta è il 1998, quando Giuseppe Colombo vuole trasformare l’acquisto di calze non più come una necessità ma per impulso, per desiderio. Le calze da grigie diventano colorate – righe multicolore, giochi di contrasto sconvolti nelle proporzioni e dimensioni. «La calza era – è sempre stata – una commodity. Un uso quotidiano come l’acqua – l’acqua è una commodity: un bisogno che tutti hanno. Il vino non è commodity, puoi anche non berlo o puoi pagare dieci mila euro una bottiglia. La calza, come l’acqua, rimane una commodity. Nel 1998, mi rendevo conto di come le calze che Gallo produceva fossero già le migliori sul mercato: dal punto di vista della lavorazione non potevano esser superate, grazie alla qualità delle materie prime. Non potevo cambiare la forma – quella era la forma prodotta dai telai. Potevo lavorare sulla texture sui colori e sui disegni. Ai tempi i telai lavoravano fino a tre colori – io ne volevo usare di più, e usare la tela come fossi un pittore. Il mio team mi disse che era impossibile – poi tre giorni dopo, o tre mesi dopo – tornarono da me dicendo che ci erano riusciti: un telaio a nove colori».

La Gallo è del 1927, perché iniziò la sua attività di calzificio nel ’27, ma la sua rinascita è alla fine degli anni Quaranta. Merito di Ambrogio Colombo, padre di Giuseppe – «laureato in chimica, diede all’azienda un’accezione più moderna». Il duca di Windsor usava le calze Gallo negli anni Sessanta – in una fotografia dell’ex-sovrano, si riconoscono le calze dalla fantasia letterariamente sopra le righe – da quella foto, il motivo per calze si denomina Windsor: le classiche righe, ma orizzontali. «Ho ricomprato le calze originali del Duca quando Sotheby’s mise in vendita i suoi arredi. Ho comprato anche le scarpe». Oggi, Gallo è un’azienda che fattura 23 milioni di euro circa all’anno su un mercato quasi completamente italiano – un’azienda solida e sana, che procura un lavoro sicuro agli impiegati, un profitto di rispetto all’imprenditore con il quale sviluppare altri asset. Una di quelle aziende che compongono l’orgoglio di questa nostra terra. «Se hai un figlio che prende sette, va bene sei contento – ma se poi ti dicono che nonostante i voti buoni tuo figlio potrebbe far di meglio, tu lo sproni».

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