FRANCA SOZZANi
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The Queen of Milan. Un ricordo di Franca

Il freddo scendeva nelle ossa. Milano, senza la sua Regina – Franca – la Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. La gente la amava – forse non se ne è resa mai conto

Il freddo scendeva nelle ossa. Milano, senza la sua Regina – Franca – la Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. La gente la amava – neanche Franca forse se ne è resa mai conto, nonostante i numeri la circondassero, le code per una firma sul libro. Era una figura che innamorava la grande massa – per il sorriso e la parola che aveva per tutti – ti chiamava Amore se ti conosceva un poco. Mi sono chiesto perché, in una messa in Duomo, con tutte le possibilità di un evento pubblico, l’accesso alla cattedrale era consentito solo su invito. Era temuta – da chi lavora nell’industria della moda. Sorrideva, ti chiamava Amore se forse non ricordava il tuo nome. Ogni competizione aveva un senso se c’era Franca oltre il traguardo – irraggiungibile, certo, ma meta di ogni destinazione. Oggi che non c’è, l’energia è implosa: invece che cambiare direzione, invadere le strade, dar vita alla rivoluzione, abbiamo smesso di correre. Nessuna rivoluzione senza di lei, ma un’implosione. La dama di ferro e acciaio, scrisse Lina Sotis. Circa millecinquecento persone credo siano entrate in Duomo, lunedì scorso. Tante che non c’erano, ne avrebbero avuto diverso e miglior titolo. L’incomprensione davanti al dolore era già sufficiente. C’era Matteo Renzi e il Re di Norvegia, Anna Wintour, tutti gli stilisti italiani tranne Dolce e Gabbana. C’era la classe dirigente, sociale e economica di Milano, c’era tutta la stampa mondiale. Non c’erano blogger, a Franca non sono mai piaciuti – non li chiamava Amore nonostante non avesse mai saputo come si chiamassero. La sua fotografia nel libretto della messa. Nell’incipit, l’arciprete del Duomo, ha confuso il nome di Franca con quello di sua sorella, scusandosi poi e richiamando la buona sorte divina sul legame eterno di una vita. Suo figlio, sua nipote. Tutti noi avevamo una panca assegnata, tutto era organizzato. Rispetto. C’era un punto di calore – la sua amica che a tutti muove durezza, forse antipatia – vicino a Franca no: un sorriso e una voce pacata, lacrime e confidenza – Emanuela, la sua energia fiera. È un’epoca non conclusa, l’età di Franca, Regina di Milano.


FRANCA SOZZANI, GETTY IMAGES
FRANCA SOZZANI, GETTY IMAGES

Franca restava in ufficio fino a tardi. Erano le otto e mezza, quella sera, nell’ufficio di Vogue in piazza Castello. Ero solo uno stagista – avevo 23 anni, quattordici anni fa. Stavo portando avanti un progetto dentro il Duomo, e io quella sera avevo un problema e nessun’altra possibilità se non chiedere a lei come risolverlo. Tremavo, non avevo saliva. Franca diceva che noi dovevamo portarle soluzioni, non problemi – Franca era il capo. Franca era da sola nel suo ufficio. Io busso anche se la porta è aperta – sarà stata la quarta o quinta volta che le parlavo, o meglio, che le balbettavo qualche cosa. Entro, Franca mi considera quel poco necessario ad ascoltarmi. Le balbetto in velocità la questione – come potesse capirmi, non so ancora – si volta, mi guarda, mi vede agitato, sorride: «Non importa, non sai quante volte ci provano».

Il 12 di agosto, era Franca al telefono. Gli altri in vacanza, Franca furiosa – io di corsa, in treno o in macchina, indietro a Milano per poi non servirle a niente. Vorrei continuare a imparare da lei. Quante rose rosse le ho mandato, quante ancora ne manderei. Su cento fotografie ne sceglieva una, subito. Uscivo di casa, li in via Bagutta – Franca andava a cena da qualcuno nel mio palazzo – io le aprivo la porta, il cuore a mille, un bambino con una cotta pazzesca. Ero laureato in odontoiatria – non sapevo cosa avrei voluto fare nella vita. Volevo scrivere romanzi. In una delle interviste che mi fecero per I Postromantici mi chiesero chi fosse la persona che più ammirassi – Franca Sozzani. Me l’hanno chiesto altre volte, ho risposto uguale. Mi batteva il cuore quando a tavola, il mio posto fu accanto a lei. Mi batteva il cuore, ogni volta che la incontravo – ogni volta, davvero ogni singola volta, che l’ho incontrata. Franca è sempre stata davanti al mio cervello – lontano e davanti, avanti. Tutte le volte che ne ho avuto il coraggio, ho sperato di fare un passo nella sua direzione. Non sapevo cosa avrei fatto nella vita, ma avrei voluto fare, vorrei fare, quello che ha fatto Franca.

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