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La prima fase di Forestami è finanziata da Fondazione Falck – parla Irene Falck

Molte fasi operative di Forestami non sono ancora state annunciate: «saranno diminuiti i posteggi per trovare lo spazio agli alberi», dice Irene Falck – «non c’è altro tempo da perdere»

A Milano la qualità della vita è alta – lo attestano le classifiche che ogni anno la posizionano tra le città più vivibili in Italia. C’è un aspetto che fa indietreggiare la città della Madonnina di qualche posizione: il verde. Secondo uno studio condotto da Coldiretti su dati Istat, nel capoluogo lombardo ogni abitante ha a disposizione diciotto metri quadrati di verde a testa. La media lombarda è di ventotto e quella italiana è di trentuno metri quadrati di aree verdi pro capite. Un altro problema endemico di Milano è l’inquinamento. Una pianta adulta posta in un contesto urbano con un clima temperato può assorbire tra i dieci ed i venti chilogrammi di CO2 all’anno e può catturare dall’aria dai cento ai duecentocinquanta grammi di polveri sottili. 

Il Comune di Milano prevede un piano decennale di forestazione urbana. L’obiettivo di ForestaMi, il nome del piano, è piantare tre milioni di nuovi alberi entro il 2030 nella Città Metropolitana di Milano. Per fare ciò si avvarrà di un fondo, che sarà costituito presso Fondazione di Comunità Milano Onlus e si occuperà di raccogliere contributi di aziende e cittadini che vogliano contribuire. Il piano si avvale del progetto di ricerca avviato dal Politecnico di Milano e finanziato dalla Fondazione Falck, non ancora reso pubblico. 

Lo studio del Politecnico è il primo step operativo: lo studio individua le aree della Città Metropolitana disponibili alla a piantumazione. Lo studio dovrebbe aver dato attenzione a quelle aree maggiormente colpite dagli effetti dell’innalzamento della temperatura e quelle a maggior rischio di dissesto idrogeologico. Lo studio dovrebbe esser così un catalizzatore, o meglio, un avviatore, di progetti di piantumazione per i quali sono già disponibili risorse economiche da parte di aziende private. Lo studio è stato finanziato da Fondazione Falck (purtroppo non è divulgabile fino almeno a settembre 2020 per ragioni non comprese alla nostra redazione n.d.r.) 

 Irene Falck, milanese e presidente dell’omonima Fondazione Falck che si occupa di sostenere progetti di riqualificazione ambientale, spiega i motivi per cui ha deciso di supportare economicamente questa prima fase progettuale di ForestaMi prodotta dal Politecnico. «Siamo stati convinti fin dall’inizio. Noi siamo finanziatori, il committente principale è la Città Metropolitana, quindi c’è una governance per noi molto chiara. Il progetto è ambizioso, con un piano di fattibilità della forestazione scadenzato. L’attenzione all’ambiente dopo questa fase di lockdown sta aumentando . Ci sono città che si sono mosse prima rispetto a Milano, è vero – l’importante ora è muoversi».

Nota della redazione: la previsione di 3 milioni di alberi è sulla provincia di Milano (la provincia di Milano oggi si chiama Città Metropolitana di Milano), non nel Comune di Milano. Forestami è stato annunciato nel 2019, nel 2020 dovrebbe superare la quota di 100 mila alberi piantati. Il progetto è partito con un grande impegno per la comunicazione – e rischia di avere creato troppo suono su pochi risultati (100 mila alberi in provincia non sono molti) – e dando luogo a un primo fraintendimento sulla popolazione: non si tratta di 3 milioni di alberi in più a Milano, si tratta di 3 milioni di alberi in più nella provincia di Milano.

Sul sito del programma Forestami.org è presente un contatore che aggiorna gli utenti sul numero delle piantumazioni in città. A oggi è fermo a circa 85mila alberi. È difficile al momento trovare un cambiamento tangibile. Falck chiarisce: «La ricerca consta di diversi passaggi, ora siamo solo ad una fase di mappatura di quello che è l’esistente e di quello che si può fare per migliorare, seguendo anche quello che è stato fatto a livello internazionale. La comunicazione è un passaggio successivo, con la presentazione dei progetti pilota. Questa fase contemplerà un coinvolgimento dei milanesi in prima persona. In quel momento i cittadini entreranno in contatto con il progetto. Un passaggio sarà quello di digitalizzare il lavoro e dare la possibilità ai privati, alle aziende e ai cittadini di conoscere lo stato di fatto e di partecipare alla forestazione della città, come avviene all’estero» Chiediamo a Irene Falck un esempio: «A Londra c’è una mappatura digitale di dove sono stati piantati gli Alberi, si può donare un albero alla città e sapere dov’è stato piantumato».

Per come è ora Milano risulta complicato immaginare che si possa trovare sazio per alberi e piante. I parcheggi e le aree di sosta sono ancora predominanti ai lati delle strade. Le auto in alcune vie sono parcheggiate a cavallo del cordolo del marciapiede, ferme a lisca di pesce, occupando parte dello spazio riservato ai pedoni. Dove verranno piantumati quindi i nuovi alberi? «Uno dei punti della strategia che è stata pensata è quella di ridurre le aree di parcheggio per dare spazio alle nuove zone verdi, non si può fare altrimenti – spiega Irene Falck. Nello studio di fattibilità del Politecnico si è pensato alla tipologia di albero che dovrebbe essere piantumato. Anche in base alle richieste del territorio. Ad esempio, ci sarà una forte presenza di conifere che catturano il PM2,5 – le polveri sottili di dimensioni più piccole e che raggiungono la parte più profonda dell’apparato respiratorio, fino a raggiungere i bronchi – o piante che permettono la fitodepurazione del terreno». Dove c’è più bisogno di piante quindi? «L’area che risente di più della poca presenza della copertura verde è Milano città e l’area che sviluppa nella parte nord nord-ovest, dove la densità abitativa è più alta, quindi richiedono un intervento più rapido. Inoltre, insiste maggiormente il dissesto idrogeologico, come conseguenza della minor copertura di alberi. Sono zone già mappate che richiedono un intervento veloce». Lo spazio in città è limitato e non si può pensare di piantare i nuovi alberi solo nei grandi parchi fuori dal centro urbano. Quale soluzione dunque? «Tra i punti strategici che sono stati proposti c’è anche una parte dedicata ai tetti verdi e l’idea sarebbe di aumentare la quota di tetti verdi del 90%, per far sì che privati e aziende possano contribuire».

Cosa ha spinto la fondazione Falck a sostenere ForestaMi, di cui al momento molti passaggi operativi non è dato comprendere? «L’Italia è tra i primi paesi al mondo per numero di vittime da inquinamento. Ogni anno muoiono 80mila persone a causa dell’inquinamento. Contribuire grazie all’ambiente al benessere sociale è il nostro impegno». La Fondazione Falck ha una connessione con il lavoro dell’azienda di famiglia la Falck Renewables, impegnata nel campo delle energie rinnovabili e nello sviluppo, nella progettazione e realizzazione e di impianti di produzione di energia pulita. «Tramite lo studio del territorio riusciamo ad intercettare quelli che sono progetti interessanti a livello ambientale, tendiamo ad intervenire quando sono a livello progettuale. La nostra fondazione non è grandissima, abbiamo fondi limitati, in fase progettuale riusciamo a partecipare in modo consistente».

FRANCO FONTANA. SINTESI
FRANCO FONTANA. SINTESI

Milano, tra le città italiane, è quella più smart e verde, secondo il rapporto ICity Rate, che analizza quindici indicatori di circolarità e sostenibilità nei comuni capoluogo. Il che ha sperimentato forme di smart mobility, oltre ad aver messo la sostenibilità al centro di alcune operazioni architettoniche che stanno cambiando lo skyline della città, come CityLife o Portanuova. Per Irene Falck c’è un cambio di passo: «Il verde, la natura e l’efficientamento energetico a Milano sono più contemplati. Milano può guardare all’estero e imitare quello che stanno facendo altre città europee. Barcellona ha introdotto un modo di riorganizzare il quartiere: interi blocchi vengono chiusi al traffico così le persone possono vivere l’area che abitano, senza usare l’auto. A Milano si sta cominciando a meditare sul concetto di quartiere, sul rendere accessibile tutto a quindici minuti di distanza. I milanesi dovrebbero cominciare a fidarsi un po’ più della città in cui vivono, a sfruttare i servizi che sono offerti loro e spostarsi utilizzando la sharing-mobility e i mezzi pubblici, che non devono essere considerati di seconda categoria».

La ripartenza dopo il Covid-19 è un’opportunità per le città. Ci si trova davanti a un bivio: tornare al vecchio sistema economico fondato su attività inquinanti, o mettere le basi per pensare e costruire un nuovo futuro verde. Oggi il 55 percento della popolazione mondiale vive in aree urbanizzate. È previsto che questa quota arriverà al 68 percento nel 2050. Il 75 percento delle emissioni totali di gas serra viene dalle città, secondo l’ONU. Greenpeace ha annunciato il progetto Restart, per riconsiderare il modo in cui viviamo i centri abitati in questa nuova fase imposta dal Covid-19 e con l’obiettivo di renderle più verdi e resilienti. «Il fine – spiega Martina Borghi, di Greenpeace Italia è quello di coinvolgere i cittadini in alcune metropoli globali come Roma, Madrid e Bogotà, non solo per adottare atteggiamenti più sostenibili, ma anche per promuovere tra gli abitanti istanze di cambiamento verso i governi locali. Una strategia basata su un processo di co-costruzione dal basso».

«Noi abbiamo pensato a quattro priorità – illustra Borghi. La prima è quella di aumentare la qualità della vita in città. Promuovere un cambiamento sistemico, partendo dalla mobilità alternativa e dalla realizzazione di aree verdi, fino agli investimenti nelle periferie per eliminare le disuguaglianze sociali. In secondo luogo, è necessario aumentare la produzione di energia verde. Bisogna adottare un piano nazionale di transizione energetica più ambizioso, che porti al taglio del 65% percento delle emissioni di CO2 entro il 2030, e di arrivare a emissioni zero entro il 2040. I grandi inquinatori non dovrebbero accedere ai fondi pubblici senza un piano di decarbonizzazione delle loro operazioni, in linea con l’accordo di Parigi». Fuori dalle città Greenpeace ha pensato a una agricoltura più ecologica. «Noi vogliamo ripensare il sistema di assegnazione dei sussidi all’agricoltura industriale, favorendo le aziende che producono cibo in modo sano ed ecosostenibile. Questo è un passo in avanti verso una maggiore salute di tutti. Pensiamo che il benessere dei cittadini sia centrale, per questo chiediamo di destinare al sistema sanitario i fondi annualmente investiti in armamenti e nelle attività dannose per l’ambiente».Secondo un sondaggio di Greenpeace Italia, a cui hanno partecipato in 15mila, oltre il 90 percento delle persone pensa che la politica debba agire, ma anche i cittadini debbano fare la loro parte, a partire dalle abitudini quotidiane. Verde e mobilità alternativa sono le richieste degli intervistati: c’è bisogno di più piste ciclabili per 13 percento, più investimenti in trasporto pubblico per il 14 percento e più aree verdi il 20 percento. In questa direzione vanno le richieste che Greenpeace ha fatto all’amministrazione di Roma. In un documento inviato alla sindaca Virginia Raggi l’associazione ambientalista chiede di attivare una campagna informativa capillare per orientare le abitudini della cittadinanza a spostamenti sostenibili e fornire al contempo consapevolezza sui benefici che ne derivano. Potenziare il trasporto pubblico rendendolo efficiente, frequente e a zero emissioni, promuovendo il trasporto su rotaia, elettrico da energia rinnovabile. Liberare i marciapiedi rendendo sicuro camminare a piedi. Realizzare una rete ciclabile integrata, predisponendo agli incroci lo spazio riservato alle biciclette davanti agli altri veicoli. Garantire il compimento in tempi brevi dei centocinquanta chilometri di piste ciclabili transitorie, da rendere permanenti al termine dell’emergenza sanitaria. Anche Roma ha bisogno di alberi. Greenpeace chiede di aumentare gli spazi verdi e occuparsi negli anni della loro manutenzione, per migliorare la qualità dell’aria, abbattere le emissioni di CO2 e diminuire le isole di calore urbane. C’è bisogno di aumentare le aree pedonali dove i cittadini possano muoversi in sicurezza, dedicandosi alla vita sociale e l’economia del commercio di prossimità possa trarne beneficio, sottraendo spazio al traffico e alla sosta delle auto. Le città italiane hanno bisogno di cambiare e non c’è alternativa a queste azioni. Sembra retorica, ma dovrebbe essere una semplice, insindacabile, direttiva per ogni amministrazione pubblica.

Text Alessandro Mariani


Giovedì 15 luglio, nei giardini della Triennale, si è svolta la conferenza stampa di presentazione e aggiornamento sullo stato di attività di ForestaMi

Dei centomila alberi previsti per il primo anno ne sono stati piantati 76.577 a causa della pandemia, ma i restanti 19mila verranno messi a dimora a partire da novembre. Sono passati nove mesi dal lancio del progetto “Forestami”, il piano del Comune di Milano di piantare 3 milioni di alberi entro il 2030, e quasi due anni dalla firma del protocollo di intesa tra il Comune, la città Metropolitana di Milano, il Parco Agricolo Sud, il Parco Agricolo Nord e i principali attori del progetto.

Il finanziamento di Forestami avverrà grazie al sostegno di Fondazione Falck e FS sistemi urbani, promosso da Parco agricolo Sud e Parco agricolo nord, Ersaf e Fondazione Comunità Milano. Mentre ogni cittadino potrà donare attraverso il programma di crowdfounding. «Stiamo arrivando a una svolta epocale. Credo che Milano sia esattamente al centro ed esemplificativa di quello che pensano le grandi città del mondo. Il percorso fatto negli ultimi anni ha portato alla valorizzazione internazionale di Milano, e l’ambiente deve essere una stella polare – spiega il primo cittadino, Giuseppe Sala –   Ma non c’è alcuna rivoluzione verde se non si dà avvio e se non si continua a sostenere fattivamente, anche con donazioni, iniziative come Forestami».

Giovedì 15 luglio, nei giardini della Triennale, si è svolta la conferenza stampa di presentazione e aggiornamento sullo stato di attività del progetto, con la partecipazione (virtuale) del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, del sindaco di Milano Giuseppe Sala e del team che si occuperà di seguire “Forestami”, a partire dall’architetto Stefano Boeri, presidente del Comitato scientifico del progetto, Chiara Pastore, Direttore scientifico e Riccardo Gini, direttore tecnico. L’evento è stata l’occasione per annunciare che il ruolo di project manager è stato assegnato a Fabio Terragni. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il presidente del Parco agricolo sud e referente istituzionale del progetto per la città Metropolitana di Milano, Michela Palestra, e Pierfrancesco Maran, assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura del Comune di Milano.

La piantumazione avverrà su un territorio che comprenderà, oltre alla città, anche 104 dei 133comuni della Città metropolitana di Milano. Oltre a questi, anche i tre parchi cittadini sono stati inclusi nel progetto: le aree nelle quali saranno destinati gli alberi saranno ricercate anche nei 47mila ettari Parco agricolo sud, nei 600 ettari del Parco nord e tra i 91mila ettari del Parco Lombardo della valle del Ticino. A questi si aggiungono i due parchi locali: il parco delle Cave e il parco agricolo nord Est.

Negli ultimi mesi sono state individuate 253 aree disponibili per progetti di forestazione urbana, per un totale di 713 ettari in 24 comuni della Città Metropolitana, di cui 344 a disposizione già dall’inizio della prossima stagione agronomica. La maggior parte di queste implementerà i parchi urbani, altre verranno realizzate all’interno di boschi. A queste si aggiungono 137km esistenti di percorsi da implementare con filari e siepi e 12km da realizzare ex novo. Ma anche aree residenziali e orti urbani. «Dobbiamo cambiare prospettiva – spiega Maria Chiara Pastore, ricercatrice del Politecnico di Milano e direttore scientifico di Forestami – non si mettono a dimora alberi nelle aree già verdi, ma ampliando la prospettiva a tutto il territorio. Solo il dialogo continuo con i comuni coinvolti ci ha permesso di arrivare a questo risultato e di poter partire da subito».

«Il senso di questo progetto oggi ci è ancora più chiaro – spiega l’architetto Stefano Boeri, presidente del Comitato scientifico del progetto – abbiamo ormai consapevolezza che le polveri sottili sono una concausa della maggiore diffusione del contagio da Coronavirus sul nostro territorio. Le condizioni di fragilità polmonare espongono al rischio di contrarre il virus in modo più elevato di quanto non avvenga sotto le soglie consentite. Già solo questo dato rende questo progetto oggi un’urgenza, una necessità, una sfida importantissima. Piantare alberi significa ridurre i gas serra, produrre ossigeno, diminuire di almeno due gradi (nelle aree dove c’è una piantumazione importante) l’aumento del calore, che è una delle questioni più serie che stanno affrontando le città in relazione alla crisi climatica e al surriscaldamento globale. Aumentare la biodiversità».

Text Valeria Sforzini

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