ELEMENTS OF LIGHT, FLOS, 2020
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Design della luce – prototipia, un po’ di letteratura e di cinema

Da Bellini a Castiglioni ad Anastassiades, Flos e le evoluzioni dell’illuminazione a partire da un cartoncino sagomato – un dialogo mai interrotto tra passato e futuro

Era il 1969 – anno dello sbarco sulla luna e di Woostock – quando l’architetto Mario Bellini si presentava a Sergio Gandini, alla guida del marchio di design Flos, con un cartoncino sagomato. Voleva creare una lampada che illuminasse allo stesso modo con cui la luce si manifesta nell’ambiente e nel paesaggio: mai diretta, ma sempre filtrata dalle nubi, dall’atmosfera, riflessa dagli oggetti. Ho iniziato a tagliare qualche cosa che potesse diventare un cilindro con un cappello più largo alla sommità, il quale, ricongiunto sul lato destro e sinistro, avrebbe potuto riflettere la sorgente di luce ospitata nella base, ha raccontato Bellini a Paolo Brambilla, Design Curator di Flos con Fabio Calvi. Flos, un’azienda fondata nel 1962, presenta le collezioni alla Milano Design City 2020: c’è una riedizione di quella lampada di Bellini entrata nella storia del design. Era alta un metro e 45 e si chiamava Chiara, realizzata con un singolo foglio di acciaio inossidabile: dopo quasi sessant’anni è riproposta nel formato originale e in una versione da tavolo alta 41 cm. 

Ogni cosa è illuminata, viene da pensare entrando da Flos in Corso Monforte: a sua volta, il romanzo di Jonathan Safran Foer cita L’insostenibile leggerezza dell’essere del ceco Milan Kundera. In the sunset of dissolution, everything is illuminated by the aura of nostalgia, even the guillotine. Sulla luce in sé nessuno può rivendicare alcun copyright, ma sui modi e le forme con cui renderla possibile architetti e designer si sono ingegnati, con un’ostinazione che sembra smascherare la volontà di competere con l’architetto per eccellenza, quello che con una frase dal design minimale – Sia la luce – avrebbe tirato fuori la fonte che ha reso possibile la vita sulla terra e più recentemente anche una serie di altre attività collaterali: fotografi, cinematografi, designer Flos, installatori di pannelli solari.

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CHIARA, DISEGNATA DA MARIO BELLINI NEL 1969. COURTESY FLOS NUOVI LINGUAGGI

Il nome della lampada di Bellini – Chiara – alludeva alla luce, al parlare e progettare chiaro e limpido, nonché alla figlia del designer: Chiara Bellini. Il nome scelto da Achille Castiglioni per la lampada progettata nel 1998 – non più in produzione da dieci anni e ora riproposta da Flos – alludeva invece a un gioco amato dall’architetto e designer milanese: Diabolo, simile allo yo-yo cinese, in cui un oggetto a forma di clessidra è fatto correre avanti e indietro su un cordino tra due bacchette. Anche questo progetto era nato prima come un modellino di carta, poi cartone e realizzato in alluminio bianco rivestito a polvere. Una lampada a sospensione composta da due coni, uno contenente la sorgente luminosa e l’altro fissato al soffitto. Il cono di luce può muoversi grazie a un sistema a carrucola nascosto nel cono più piccolo, così da poter regolare l’altezza della lampada alzandola o abbassandola. Diabolo è riproposto in tre varianti colore – bianco, castoro e rosso ciliegia – reingegnerizzata dall’ufficio tecnico di Flos. Come sempre, si resta sorpresi dal leggero tocco alla Castiglioni, commentava Domus nel 1998.

L’anno seguente il designer tedesco Konstantin Grcic creava Mayday, una lampada da lavoro formata da un riflettore a cono applicato a un’impugnatura, un gancio e un cavo avvolgibile. A farle vincere il Compasso d’Oro fu la versatilità: la si poteva agganciare alla testiera di un letto e al tavolo da cucina, utilizzare come torcia o appoggiare sulla scrivania. Per celebrare il ventesimo anniversario della lampada è stata realizzata una Limited Edition in alluminio pressofuso.

Quando a dieci anni dalla fondazione dell’azienda – nel 1972 – Flos aprì il suo negozio nella Galleria Subalpina di Torino, fu chiesto ad Achille Castiglioni di creare una lampadina. Quell’oggetto sferico a incandescenza elettrica con filamento di carbonio brevettato da Thomas Edison nel 1879 era già il simbolo delle nuove idee. Il merito non era del suo inventore, ma di Pat Sullivan e Otto Messmer, gli animatori che a inizio Novecento in America crearono Felix the Cat per il cinema muto, facendo comparire una lampadina sulla sua testa al nascere di ogni nuova idea. L’idea di Castiglioni nel 1972 non si discostò troppo da quel simbolo animato: una grossa lampadina a bulbo, parzialmente satinata per limitare il riverbero, su un porta lampada con interruttore incorporato ed appoggiata a una base in alluminio che ricorda una bobina, su cui arrotolare il cavo in eccesso. Una lampadina senza troppi capricci: il successo fu tale che ne fu decisa subito la produzione seriale. Agli storici nero e arancio per il porta lampada, Flos quest’anno affianca uno studio dell’uso cromatico in collaborazione con la Fondazione Achille Castiglioni. Dal 2015 il bulbo a incandescenza è sostituito da una luce a LED che replica la linea del filamento a incandescenza e la temperatura calda della luce.

Sempre nel 1972 la mostra Italy, The New Domestic Landscape al MoMa di New York, è un evento per tutto il settore del design e calamita gli occhi del mondo sull’Italia. Tra i molti pezzi Flos dei fratelli Castiglioni in mostra c’era la lampada Arco, ancora oggi nella collezione permanente del MoMA. Arco è uno degli oggetti di design più plagiati e imitati: una foto del 1971 immortala Sergio Gandini e il suo avvocato Angelo Rampinelli tra quattro di queste lampade al Tribunale di Roma alla prima azione legale per la sua contraffazione. Nel 2007 il Tribunale di Milano ha riconosciuto ad Arco la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte, un fatto senza precedenti per un oggetto di design.

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SERGIO GANDINI E IL SUO AVVOCATO ANGELO RAMPINELLI PRESSO IL TRIBUNALE DI ROMA PER LA PRIMA AZIONE LEGALE PER LA CONTRAFFAZIONE DELLA LAMPADA ARCO, 1971. COURTESY FLOS

Sono una persona irrequieta, ma nonostante la velocità con la quale conviviamo oggi, sento il bisogno di calma visiva e di purificazione catartica, scrive Vincent Van Duysen sulla nuova rivista Flos Stories. La ricerca di chiarezza visiva ha distinto i progetti dell’architetto e designer belga di stanza ad Anversa, che con Flos quest’anno ha presentato Infra-Structure Episode 2 – un sistema di illuminazione dal design plastico e modulare strutturato come una griglia in 3D e ispirato al Bauhaus – e la lampada da ufficio Oblique – base con sistema di ricarica wireless, struttura essenziale e fascio di luce asimmetrica per illuminare l’area di lavoro.

Last Order di Michael Anastassiades. Una piccola lampada da tavola a batteria portatile e ricaricabile disegnata in origine per il ristorante Four Seasons di New York. L’aspetto è quello di una colonna greca in vetro trasparente che diffonde la luce sormontata da un tappo in rame satinato e ottone o inox lucido e verde opale. Anastassiades presenta a Milano anche Coordinates, un sistema di illuminazione composto da barre luminose orizzontali e verticali che formano strutture reticolari nello spazio: come se non ci fosse una sola fonte luminosa, come se ogni cosa fosse illuminata.

Philippe Starck dice non c’è differenza tra luce artificiale e naturale. È solo questione di trasmissione, ioni e fotoni sono sempre gli stessi. Il creatore dello spremiagrumi per antonomasia a metà anni Ottanta presentò il suo primo progetto di lampada – Arà – a Sergio Gandini. Quella lampada da tavolo fu la prima di una serie: nel 1991 arriva Miss Sissi, oggetto in plastica inizialmente pensato per un albergo di New York che diventa l’emblema dell’abat-jour: 8mila pezzi venduti nei primi 10 giorni, 100mila in un anno. Miss Sissi era quello che tutti inconsciamente pensano essere una lampada, disse Starck, alla stregua di un novello Freud che era riuscito a illuminare persino l’inconscio. L’anno scorso Philippe Starck per Flos ha progettato la collezione di luce per esterni In Vitro, che ora si arricchisce di pezzi. Una serie di lanterne in vetro soffiato con involucro in alluminio dalla forma allungata e cupola in vetro borosilicato che ospita all’estremità una fonte a LED piatta e circolare. L’effetto è quello di un volume contenente una fonte luminosa invisibile. La materialità vetrosa della lampadina di Edison e Felix the Cat è scomparsa, ora la luce è surreale e smaterializzata, come le idee migliori.

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