FRAME DA 'NUOVO CINEMA PARADISO' GIUSEPPE TORNATORE 1988
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Ennio Morricone – all’attivo, settanta milioni di dischi venduti

I western di Sergio Leone, amplificazioni di paesaggi desolati fino all’astrazione – non li si potrebbe pensare senza le musiche pennellate di luce e malinconia di Ennio Morricone

Ennio Morricone componeva la sua musica nella casa di Roma, interni borghesi, organi ad ante seicenteschi e arredi dorati. Dall’Italia ha saputo proiettarsi sulla scena internazionale già negli anni Settanta. A Hollywood ha collaborato con Brian De Palma, Mike Nichols, Oliver Stone e Quentin Tarantino. Credeva nella propria vocazione di musicista. Nel 1958, sposato da poco, fu assunto alla RAI, ma vi rimase un solo giorno, non appena scoprì che per contratto non sarebbero state trasmesse le sue composizioni. Temperamento appartato e origini arpinati, accento romano e una laconicità che gli faceva misurare le parole. Se ne è andato come ha vissuto, lontano dai riflettori e nel silenzio, funerali privati e un saluto alla moglie Maria, compagna di vita.

I piani sequenza smisurati dei western di Sergio Leone: amplificazioni di paesaggi desertici e desolati fino all’astrazione – non li si potrebbe pensare senza le soundtrack pennellate di luce e sfumate di malinconia di Ennio Morricone. Compagno di scuola nella prima giovinezza, Morricone lo affianca nella Trilogia del dollaro negli anni Sessanta e, nel 1984 in C’era una volta in America. «Quando tra cento, duecento anni vorranno capire come eravamo è grazie alla musica da film che lo scopriranno», amava ripetere Ennio Morricone. La musica come elemento metafisico e tangibile insieme, per Morricone si traduce in geometria emozionale, scale iperboliche di note che galleggiano nel vuoto, suoni filati. Un mixage di arcaismo sospeso. Non di rado sembra perfino elementare nella progressione. Morricone è colto e popolare, semplice e misterioso, sfida e accosta ambiti e modalità lontane. Colpisce al cuore con accenti di tromba – il suo strumento di studio – fughe d’organo, arpeggi di pianoforte, di flauto e chitarra, il mistero dell’oboe. 

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IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO, SERGIO LEONE, 1966
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ONCE UPON A TIME IN AMERICA, SERGIO LEONE, 1984

Due premi Oscar, uno alla carriera e l’ingiustizia di non aver ricevuto l’Academy award per il capolavoro della colonna sonora di Mission, nel 1986, cui fu preferito il Round midnight di Herbie Hancock. Le composizioni di Ennio Morricone per il cinema sono modellate in toto sulla narrazione filmica, custodiscono il senso ultimo di ogni singolo frame e la trama che lo include. Forse nessun musicista, tranne Nino Rota, Sakamoto e Henry Mancini, è riuscito nel compenetrarsi tanto con il plot cinematografico di vari registi. La coralità padana e idealista del Novecento di Bernardo Bertolucci, si contrappone allo skyline déco della Chicago dominata da Al Capone, negli Intoccabili di Brian DePalma, nomination per Morricone nel 1987. C’è l’oboe mistico di padre Gabriel in Mission di Roland Joffé, Frescobaldi e Monteverdi che si intrecciano a cori liturgici e sonorità tribali Guarani, nonché al fragore dell’immensa cascata di Iguazú, al confine tra Argentina, Brasile e Paraguay. Ennio Morricone aveva dapprima rifiutato l’incarico, giudicando la pellicola perfetta così com’era. Nuovo Cinema Paradiso e Malena di Giuseppe Tornatore vibrano di echi siciliani soffusi di memoria, di una dolcezza carica di rimpianto. La partitura musicale ha contribuito a coagulare quel profumo di passato che ritorna, quella dimensione nostalgica che pervade ambedue i film. 

Il soundtrack di Metti una sera a cena, sophisticated comedy di Giuseppe Patroni Griffi del 1969, il cui tema principale dalla sinuosità di bossa nova – un classico della lounge music – è stato affidato a Florinda Bolkan e Milva, incrocia allure anni Sessanta a sonorità di ricerca, dodecafonia e il vento esotico dei sitar indiani. Diventa lettura dell’Italia di allora, Paese dalla contrastante modernità. La Joan Baez della ballata di Sacco e Vanzetti, una torre di vetro trasparente con fiati e distorsioni Hammond in controcanto, è un’icona del Novecento, come la Mina di Se telefonando, l’abito nero fatto di fili della SIP, issata come una dea greca sul tetto della stazione di Napoli in costruzione. Allora tutto sembrava possibile. Edda Dall’Orso, soprano dall’estensione di tre ottave, è la solista de Il buono, il brutto, il cattivo nel 1966 e di C’era una volta il West, 1968, diretti entrambi da Sergio Leone. Nel 1971, il passaggio in cui la Dall’Orso intona con una specie di sussurro di seta Sean Sean in Giù la testa, entra nella storia. Quentin Tarantino, che ha usato la suite per coro, tromba e tamburi di Navajo Joe – spaghetti western con Burt Reynolds e Fernando Rey, girato da Sergio Corbucci nel 1966 – nella scena finale di Kill Bill, Volume 2, nel 2004, lo portò all’Oscar nel 2016. 

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NUOVO CINEMA PARADISO, GIUSEPPE TORNATORE, 1988
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MALENA, GIUSEPPE TORNATORE, 2000

Ennio Morricone nasce a Roma in una famiglia di musicisti il 10 novembre 1920. Con la Città eterna intrattiene un rapporto umbratile e viscerale fino alla fine, avvenuta a 91 anni pochi giorni fa. Studi all’Accademia di Santa Cecilia, dove si diploma in tromba e approfondisce la composizione sotto la guida di Goffredo Petrassi, Ennio Morricone ha scritto musiche per più di cinquecento pellicole e serie televisive, concepito oltre cento brani classici e si è distinto come direttore d’orchestra. In qualità di arrangiatore presso RCA, ha contribuito alla formazione del sound degli anni Sessanta in Italia. Ha arrangiato Sapore di sale, gli si devono Il Mondo e Se Telefonando – su un testo di Maurizio Costanzo e del critico e sceneggiatore Ghigo De Chiara, che leggenda vuole sia nato in una notte al tavolo di un bar in via Veneto. Sue le hit pop di Edoardo Vianello, Abbronzatissima e Pinne, fucile ed occhiali, sketch cosparsi di accordi al basso contrappuntati dai gorgheggi dei Cantori Moderni di Alessandroni, fondati nel 1962, una presenza costante dei Sanremo storici. Le estati balneari delle spiagge chic quanto degli arenili popolari durante il boom economico. Oscar alla Carriera nel 2007, un secondo Academy Award nel 2016 per le partiture di The Hateful Eight di Quentin Tarantino, per cui si era già aggiudicato il Golden Globe, ha vinto sei BAFTA, tre Grammy Awards, quattro Golden Globe, undici Nastri d’argento, due European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera della Mostra del Cinema di Venezia nel 1995 e un Polar Music Prize in Svezia. Al suo attivo ha settanta milioni di dischi venduti. 

Cresciuto in un’età aurea e sperimentale per la cultura italiana, la sua poetica assomma un imprinting rinascimentale e barocco che risale fino a Josquin Desprez, il fiammingo campione della polifonia, provvido di frottole, di messe e mottetti, attivo tra Quattro e Cinquecento in varie corti italiane, incrociata alla militanza una ricerca d’avanguardia. Alla metà degli anni Settanta Ennio Morricone entra nel Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, un ensemble di compositori fondato da Franco Evangelisti che si occupava prevalentemente di musica d’avanguardia e di improvvisazione libera. Con loro Morricone suonò e registrò album fino al 1980. Non vide mai la luce invece, il film che aveva pensato, La morte della musica, una sorta di distopia orwelliana con un tocco di Fahrenheit 451, proposto a Pier Paolo Pasolini durante una cena all’ Escargot di Roma, poco dopo l’uscita di Teorema, che aveva fatto molto rumore nell’autunno 1968 e del quale Morricone era l’autore della soundtrack. Con Pasolini aveva stretto più volte rapporti di lavoro, nonostante diverse difficoltà caratteriali e di comprensione li dividessero. Sempre cupo e imbronciato, impossibile scorgere un sorriso sul suo volto. L’aura che lo circondava imponeva un certo distacco. Quella sera, Pasolini telefonò a Federico Fellini che arrivò subito al ristorante, manifestando un vivo interesse. Non se ne fece nulla, anche se la memoria di quell’ispirazione emerge dalle domande del regista in Prova d’Orchestra.

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DJANGO UNCHAINED, QUENTIN TARANTINO, 2013
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INGLORIUS BASTERDS, QUENTIN TARANTINO, 2009

Ho avuto occasione di incrociare Ennio Morricone varie volte. Cavargli una parola era un’impresa, ma se si entrava nel vivo del discorso musicale, poco a poco sorrideva e si apriva, raccontandosi perfino con una punta di humour. Lo incontrai nella Serenissima durante il solenne varo del Moro di Venezia I, l’11 marzo 1990. Su incarico di Montedison aveva scritto una squilla alla maniera cinquecentesca veneta, una composizione che esplose gloriosa come un peana, quando lo scafo rosso in kevlar e carbonio lungo ventitré metri, scese in acqua davanti a Punta della Dogana, le vele con il leone di San Marco stilizzato che prendevano il vento. Era uno di quei momenti  luminosi che sembrano essere eterni. Raoul Gardini fiero di regalare un sogno alla città e a se stesso, gli ottoni di Verona e il coro marciano in toga scarlatta, le arie dei Gabrieli per le vittorie della Repubblica. Un cielo terso e un’ovazione immensa, col contrappunto di mille sirene e dei rintocchi della Marangona, mentre il Moro scivolava regale verso il Lido seguito da uno sciame policromo di gondole, barchini, peote e bragozzi chioggiotti.

Ricordo che il Maestro comparve a un certo punto nella postazione regia nella quale si trovava il coordinatore artistico dell’intero evento, Franco Zeffirelli. Un gran via vai dove prima o poi si palesavano tutti, anche gli ospiti principali dei Gardini e della Compagnia della Vela. Riuscii solo a dirgli quanto amavo Metti una sera a cena, all’epoca per nulla in fashion e soprattutto il romanticismo di Chi Mai e a chiedergli, non senza un po’ in soggezione, come aveva composto La Califfa di Bevilacqua, film che per puro caso avevo appena visto, risalente al 1970, con uno strano Ugo Tognazzi in un ruolo drammatico. Volevo sapere come si fosse misurato con l’horror di Dario Argento in L’Uccello dalle piume di cristallo, film d’esordio di Argento, Il Gatto a nove code dalla celebre Ninna nanna in Blu che introduce con dolcezza alle atmosfere noir tra dissociazione e paranoia e Quattro mosche di velluto grigio, la cui soundtrack la dovevano fare i Deep Purple. Mi interessava sapere per quale motivo questo sodalizio si fosse interrotto nel 1971. I due avrebbero lavorato insieme di nuovo venticinque anni dopo, in la Sindrome di Stendhal. Mi disse solo che la musica per La Califfa gli era venuta spontaneamente, prima di tutto leggendo il libro, ricalcato perfettamente dal film, visto che scrittore e regista erano la stessa persona. Era stato molto affascinato dalla fierezza indomita di quella figura femminile, che aveva amato nell’interpretazione di Romy Schneider. Se lo portarono via subito. Quella musica opulenta e sognante tra l’azzurro del cielo e il Canale della Giudecca, non la dimenticherò mai.

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