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Economia circolare per l’Italia: l’impegno di Eleonora Rizzuto

Siamo capaci di riciclare le materie di scarto, ma in Italia non produciamo più materie prime: una contraddizione che oggi potrebbe diventare una speranza

Eleonora Rizzuto è fondatrice di AISEC – Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare. Ricopre il ruolo di direttore per la responsabilità sostenibile di tutto il gruppo LVMH in Italia, con focus ambiente, etica e compliance.

L’Italia è al primo posto in Europa per riciclo. Lo attesta l’ultimo rapporto sull’economia circolare realizzato dal Cen – circular economy network e Fondazione Enea per lo sviluppo sostenibile, che inserisce l’Italia al primo posto in Europa per circolarità, davanti a Germania, Francia, Polonia e Spagna. Il punteggio tiene conto della performance del Paese nei cinque settori previsti dal Piano europeo per l’economia circolare presentato nel 2015: produzione, consumo, gestione dei rifiuti, materie prime seconde, innovazione e investimenti. Se si parla di materie prime, tuttavia, il nostro Paese ha uno scarso livello di autosufficienza e fa affidamento sulle importazioni. «Nel nostro Paese, le materie prime sono un problema», spiega Rizzuto. «Se si guarda all’impianto geografico di estrazione, l’Italia rientra tra i Paesi europei più poveri. Allo stesso tempo, questa scarsità ci ha resi, nei secoli, resilienti». Secondo i dati di Federalimentare riportati dal Sole24ore siamo in grado di produrre in quantità sufficienti vino, riso e acqua minerale, ma deve importare caffè e cioccolato per soddisfare il 90% della domanda interna, farine, semole per il 45%, carni preparate per il 40% e il 60% delle materie prime necessarie per realizzare l’olio d’oliva. Anche 26 milioni di euro di petrolio greggio, più di 17 milioni di euro in metalli preziosi, oltre 1 miliardo e ottocento milioni in tessuti (dato del 2018 riportato dall’osservatorio economico del ministero degli Affari esteri). 

«Io e Aisec, l’associazione che ho fondato nel 2015, siamo stati i primi a occuparci di economia circolare in Italia. Arrivavo dalla Francia e ho provato a replicare quello che lì già avveniva, con qualche anno di anticipo», prosegue Rizzuto. «Nel rapporto Enea, secondo gli indici che si riferiscono alla produzione, l’Italia si posiziona al primo posto, davanti a Germania e Francia. Se questo dato viene comparato con gli altri parametri che si trovano sul rapporto relativi al consumatore, ci troviamo agli ultimi posti. Siamo carenti in tutto ciò che riguarda la sensibilità del cittadino verso la tracciabilità, lo smaltimento corretto, l’uso della materia prima. Nonostante l’Italia sia ai primi posti da anni per capacità di recupero in molti settori come la plastica, l’acciaio, i materiali da risulta, la carta, il vetro e il packaging misto, non avendo una implementazione strutturale, ovvero non essendoci impianti di riciclo, questi rifiuti vengono mandati all’estero». Perdiamo la ricchezza che questi materiali possiedono intrinsecamente e che, trattata nel modo corretto servirebbe a chiudere il cerchio produttivo. «Un esempio sono i Raee – prosegue Rizzuto, facendo riferimento ai rifiuti da apparecchiature elettroniche ed elettriche ricchi di cobalto, antimonio, grafite, oro, platino e rame: materie prime meno disponibili in natura, ma molto richieste nei processi industriali – In Italia questi sono trattati con una percentuale bassissima. Sono quasi tutti esportati all’estero e quindi la ricchezza del materiale da risulta elettronica è acquisito dal paese che possiede gli impianti adeguati a smaltirlo. Abbiamo casi nella grande impresa, ora bisogna lavorare sulle medie».

«Il fenomeno della trasformazione delle materie prime in Italia in sottoprodotti non è nuovo. Quello che ci manca sono gli investimenti per fare in modo che questo non sia solo legato alla singola produzione, ma che avvenga la cosiddetta simbiosi industriale – ovvero che le imprese che lavorano materie prime, non importa se importate dall’estero, si attrezzino per fare in modo che quello che è uno scarto per un’impresa diventi una risorsa per un’altra, e che quindi nuovi materiali circolino in Italia. Anche se oggi in Italia l’economia circolare è considerata una moda e ne parla anche chi non ha competenze, è un fenomeno antico, che ha iniziato a radicarsi fin dagli anni Settanta. Nel Rapporto Bruntland – pubblicato dall’allora presidente della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo, Gro Harlem Bruntland Our common future – per la prima volta si parla di sviluppo sostenibile. È stato Bruntland a introdurre il concetto di chiusura del cerchio. Abbiamo dei luminari che da allora hanno cercato di superare il modello economico lineare: ‘take – make – waste’, per approdare alla circolarità e all’opposto ‘reuse, retake, remake’. Recentemente abbiamo anche inserito la parola ‘repair’. A marzo, l’ultima delibera della commissione Europea ha invitato tutti gli stati membri ad adattarsi alla produzione di prodotti che fossero riparabili, affidandosi al concetto di responsabilità dei produttori».

All’interno del gruppo LVMH, il piano della sostenibilità si è sviluppato a livello macro anche attraverso il programma ‘LVMH for the environment’. «È stato il primo gruppo di prodotti d’alta gamma a dotarsi di un progetto ambientale serio. Non sono passati cinque, ma ventotto anni dal suo lancio. Allora mi trovavo negli Stati Uniti e lavoravo nell’impiantistica per Bvlari, e in Europa c’era già qualcuno che iniziava a mettere i semi. Uno dei risultati fu quello di studiare il programma Life, con l’obiettivo di mettere in pratica gli obiettivi dell’agenda 2030. Da Bvlgari li adottiamo tutti. Sono stata chiamata per creare il dipartimento di sostenibilità otto anni fa e un anno dopo aver accettato l’incarico ho cercato di implementarli. Il concetto di sostenibilità comprende quello di miglioramento continuo. Anche nei gioielli, avendo adottato il modello del responsible jewel council (l’unico che si occupa di gioielli e orologi, implementato nel 2011), che impone il tracciamento dei flussi, come quello della catena di custodia dell’oro. Dal 2015 possiamo dire di utilizzare solo oro riciclato che proviene proprio da modelli di economia circolare, quindi senza andarlo a prendere nelle miniere. Abbiamo chiesto anche questo ai nostri partner».

La responsabilità non riguarda solo i produttori: spesso sono i consumatori a influire e a determinare la direzione intrapresa dai brand. «Il consumatore, anche quello che non ha eccessive capacità di spesa, è disposto a spendere quel tanto in più che gli garantisca l’acquisto di un prodotto che rispetti l’ambiente e che abbia un impatto sulle emissioni il più possibile avvicinabile allo zero. Il Covid ha avuto un impatto negativo su questa pratica positiva che era partita prima dello scoppio della pandemia, perché mancano molte informazioni. Basti guardare agli stessi dispositivi di protezione come mascherine e guanti: non ho visto indicazioni per l’uso e lo smaltimento di questi materiali così diffusi. La strada è ancora lunga – continua Eleonora Rizzuto – Non sono previste imposizioni da parte del legislatore italiano o europeo relative alla sostenibilità o all’economia circolare. Si tratta di attività volontaristiche. L’unico limite imposto dal legislatore alle aziende di grandi dimensioni è quello di pubblicare un report che riguardi i dati non finanziari. Non sempre i dati sono trasparenti»

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Caitlin Agnew’s natural and waste material bioplastic

Economia circolare, uso della blockchain che garantisce la tracciabilità e la possibilità di riparare i prodotti già esistenti sono le risposte ai problemi che riguardano la scarsità di materie prime e la gestione dei rifiuti. Per fare in modo che funzionino, è necessario agire anche sul piccolo, a partire dal singolo territorio, magari dagli scarti dell’agricoltura, che rimane uno dei punti di forza della produzione nazionale. «Occorre creare – continua Rizzuto – dei circuiti di contaminazione tra le culture di un territorio e il territorio stesso. Potrebbero nascere start-up che beneficiano dei rifiuti dell’agricoltura in altre forme. Pensiamo all’energia che si può ottenere dalla lolla di riso (il rivestimento protettivo dei chicchi), o dai materiali che potrebbero derivare dalla sua trasformazione. Ci sono tecnologie in Italia che permettono di creare prodotti simili alla plastica, immediatamente bio-compostabili dopo l’utilizzo. Bisognerebbe dare vita a una triangolazione tra enti locali, perché serve una sponsorship politica anche sul territorio, che coinvolga il consumatore e lo avvicini. La riforestazione di alcune aree è una delle attività che può implementare il tutto».

Partire dal territorio e dalla singola impresa per realizzare un progetto a livello nazionale: tra le attività di Aisec, ci sono formazione e sostegno al networking nei confronti delle aziende. Oltre a interfacciarsi con interlocutori pubblici, come istituzioni, con finalità quali: cooperazione, consulenza e organizzazione di convegni, l’associazione si confronta anche con il mondo accademico, per poter aver un confronto diretto con la ricerca relativa all’innovazione nel campo della sostenibilità, finanziatori e ong. Una delle realtà con cui Aisec collabora, pur non essendo associata, è Goel: cooperativa della Locride, in Calabria, impegnata nel riscatto del territorio attraverso il lavoro legale, sottraendo terra e persone alla mafia e dando vita a produzioni agricole e artigianali sostenibili. Goel ha infatti lanciato da poco più di un anno la sua attività di produzione di arance biologiche all’interno di un impianto acquistato tramite un’asta giudiziaria (con il sostegno di Enel Cuore, Chiesa Valdese e Ubi Banca) e gestito da una cooperativa di tipo b, quindi composta anche da persone svantaggiate, con lo scopo di destinare le arance al commercio equo solidale, ma anche ai supermercati biologici e all’estero. Goel si occupa di filiera agroalimentare biologica ad ampio spettro, anche attraverso la sua produzione di cosmetici derivati da scarti alimentari. Mentre il suo impegno nel tessile e nel recupero delle tecniche antiche si è tradotto in un marchio di alta moda: ‘Cangiari’, dal dialetto ‘cambiare’, che è arrivato fino alle passerelle di Milano, Parigi e New York.  Goel suo interno comprende 14 cooperative sociali, di cui 2 agricole, 29 aziende agricole, 2 associazioni di volontariato, una fondazione e fattura circa 8,4 milioni di euro all’anno. 

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