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Vita quotidiana: ippoterapia, sociologia e chi lavora in carcere

L’isolamento va contro l’istinto umano – anche in guerra, quando si vuole fare la resistenza, si sta insieme, a cena tra le macerie, al cinema sfidando l’allarme antiaereo

La casa è un bilocale di cinquanta metri quadri. Dentro ci siamo io e il mio compagno – entrambi liberi professionisti, abituati a lavorare in spazi pubblici tipo caffè e coworking –, un bambino di due anni e un cane. Avevamo visto un appartamento più grande a inizio febbraio. Volevamo comprarlo ma qualcuno ha fatto un’offerta prima di noi. Oggi mi ha chiamato l’agente immobiliare dicendomi che la casa è di nuovo sul mercato – a quel qualcuno, la banca adesso rifiuta il mutuo. A mancare non è lo solo lo spazio al singolare ma gli spazi al plurale: lo spazio nel quale essere lavoratori, lo spazio nel quale essere genitori, lo spazio nel quale essere coppia e lo spazio nel quale essere bambini. Tutto si è sovrapposto e mescolato – c’è chi lavora in cucina, c’è chi scrive a letto, c’è chi gioca in bagno e chi ha fatto dell’unica poltrona il suo quartier generale (il cane). Su Facebook i genitori si scambiano consigli su come gestire la prole chiamando in causa la Montessori e Françoise Dolto. Qualcuno invita a dipingere arcobaleni, qualcun altro è alle prese con l’home schooling. E poi c’e chi è entrato in modalità di sopravvivenza (Youtube). Il bambino, il mio, è nato prematuro. Ha bisogno di terapie riabilitative. Da un paio di mesi aveva anche iniziato a fare ippoterapia al Centro di riabilitazione equestre del Niguarda – una vera fattoria con cavalli, capre, gatti, pavoni e oche nel bel mezzo dell’ospedale. Ma dal Niguarda è arrivata la telefonata che aspettavo: sospensione di tutte le attività che non sono strettamente necessarie alla sopravvivenza. Niente fisioterapia, niente ippoterapia – e niente psicoterapia per la madre, ovvero io. Mi è stata proposta la videoseduta via skype – in diretta dal bilocale, un’orgia di riservatezza.

Si potrebbe giocare alla guerra, come quando eravamo bambini: noi siamo i buoni, voi i cattivi e dalle trincee ci lanciamo i sassi. In guerra, quando si vuole fare la resistenza, si fa quello che ora è proibito: ci si riunisce, si sta insieme, si va a cena fuori tra le macerie, al cinema sfidando gli allarmi antiaerei o al museo sotto le bombe. Nella Londra bombardata dai tedeschi, il Victoria & Albert rimase sempre aperto. ‘L’ultima cena’ io e il mio compagno l’abbiamo fatta in un ristorante a Brera, mezzo vuoto. Già si aveva paura, ci si sentiva in colpa. Jazz in sottofondo e parole bisbigliate, un’ atmosfera più da speakeasy ai tempi del proibizionismo che non da ristorante in centro a Milano venerdì sera. Il carcere San Vittore è in rivolta  – prima è toccato a Modena, a Frosinone, alla casa circondariale di Foggia e al carcere di Bari. A Poggioreale, Napoli, la rivolta dei detenuti si è sommata a quella dei loro familiari all’esterno della prigione. Mio padre è volontario a San Vittore. Da settimane ha interrotto l’attività: ha paura di entrare in contatto con persone che vivono in strutture dove le norme igenico-sanitarie non sono sempre una priorità. I detenuti protestano perché sono state sospese le visite dei parenti, oppure perché vogliono misure che prevengano il diffondersi del virus all’interno delle carceri. Protestano perché hanno paura, come tutti – a differenza di mio padre non possono scegliere di non andare in carcere per un po’. ‘Se esco da questi cancelli qualcuno l’ha da pagà’. Una vecchia canzone della malavita romana, una velata citazione comparsa in un articolo di Adriano Sofri, ai tempi detenuto nel carcere di Pisa. Regina Celi e Rebibbia si uniscono alla rivolta. All’oggi le edicole in Italia rimangono aperte – garantiscono l’informazione, vegliano sulla democrazia.

La mail dal nido di mio figlio che avvertiva della sospensione delle attività didattiche è arrivata il ventritré febbraio. Ero alla sfilata di Vién. Ho chiamato il mio compagno – è israeliano, in Israele è abituato a ben altri allarmi. Quando ha visto la gente con le mascherine ha iniziato a raccontarmi della guerra nel Golfo – aveva nove anni e girava come tutti con la maschera antigas sempre legata in vita (la sua l’aveva decorata con un fumetto). Salta poi fuori che è da giorni che tutti i giornali israeliani fanno collegamenti tra l’attuale pandemia e la guerra nel Golfo. Ynet scrive della gestione emotiva della paura oggi come allora; Globes si concentra sugli aspetti economici, in guerra come in quarantena; Haaretz specula su un probabile baby-boom post coronavirus, come quello che ci fu dopo il ’91 –  rassegna stampa di un trauma collettivo. Netanyahu ha chiuso il parlamento. La corte costituzionale gli ha intimato di riaprirlo. Qui l’idea era che in un paio di settimane tutto sarebbe tornato alla normalità, ma intanto è un mese che alle diciotto tutti aspettano il bollettino della protezione civile, perfino il mio minuscolo appartamento concede qualche minuto di pausa dal trambusto quotidiano per ascoltarlo. Elal, la compagnia aerea israeliana, ha bloccato i voli diretti con l’Italia. Se succede qualcosa ai genitori del mio compagno io e mio figlio non potremmo partire. Il mio compagno si, ma dovrebbe fare il giro del mondo con scali in Ucraina o in Romania per poi mettersi in quarantena appena atterrato a Tel Aviv. La sera, dopo il bollettino delle sei, trasmette la nostra ‘Radio Londra’: i parenti in Inghilterra, che ci chiedono se siamo a posto con i beni di prima necessità; le cuginette di mio figlio gli mandano qualche video. Le scuole lì sono ancora aperte. Anche una collega londinese mi ha chiesto se ho bisogno che mi mandi qualcosa – chissà quali voci, o quali foto, circolano tra i sudditi di Sua Maestà.

Cinque volte al giorno, dai minareti, i muezzin intonano l’adhan – il richiamo che invita i fedeli alla preghiera. Da giorni a Teheran, l’adhan è seguito dall’invito a pregare a casa propria anziché recarsi alla moschea. A Beirut, dove il virus è arrivato dall’Iran, le moschee sono chiuse. Le chiese no. A dirmelo è un’ amica libanese trapiantata in Italia. Anche lei, come il mio compagno israeliano, abituata a ben altri allarmi. Infatti riesce a non scomporsi troppo neanche in questi giorni, con due figli a casa e il marito pneumologo all’ospedale di Erba. Mia madre ha settantadue anni, ed è una sociologa. Italiana, cattolica per nascita e poi atea per scelta, si è da qualche anno convertita all’Islam. Vive a Roma, ma al momento si trova a Milano. L’adhan, come quasi tutti i musulmani in Italia, lo sente tramite un’applicazione del telefono, che ha la duplice funzione di ricordare gli orari della preghiera e far venire una sincope agli astanti quando risuona in un luogo pubblico. Le chiedo se vuole tornare a casa. Il Profeta impone di non lasciare un luogo dove è in corso un’epidemia. Che poi non sarebbe partita comunque – da madre e da nonna non avrebbe lasciato la figlia e il nipote. Da sociologa non avrebbe lasciato il posto più discusso del momento. Ha pubblicato un articolo sulla rivista La Luce nel quale dice che non bisogna giocare alla guerra, ma piuttosto ai ‘piccoli pionieri’ –  a La casa nella prateria o a La famiglia Robinson, con il nucleo famigliare che si allarga e lo spazio domestico che diventa non più solo sede di consumo ma, almeno in parte, di processi produttivi e erogazione di servizi. Sono giorni che scrive. Io faccio fatica anche a leggere, colpa del troppo silenzio. La sera, quando la casa si zittisce, dalla strada non arrivano né le voci né il rumore delle macchine, solo ambulanze. Ma se riuscissi a farlo, mi piacerebbe rileggere l’umorismo nero di Pennac – la famiglia Malaussène che vive in una ferramenta e la socialità di Belleville mi terrebero compagnia nelle notti di quarantena.

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