ART CLUB 2000, SELECTED WORKS, 1992-1994
TESTO
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La metafora bellica è una mancanza di rispetto – in guerra non sono mai stato

Ottimisti, complottisti, il premier e Beppe Sala, Pornhub premium gratis. Non ho acceso torce e non ho gridato. Un buon proposito per il dopo: ‘Fai meno lo stronzo’

L’altro ieri Pornhub ha reso disponibile gratuitamente in tutta Italia l’abbonamento Premium. L’idea di una sega infrasettimanale alle dieci e mezzo del mattino è in principio elettrizzante – poi mi rendo conto che di un video porno di 45 minuti non te ne fai niente. Sono meglio i riassunti che ho sempre guardato gratis. Porto a termine il progetto per una specie di senso del dovere, ma l’idea della sega è molto più̀ eccitante della sega stessa. L’entusiasmo è scarico, lo schizzo tiepido. Ieri è morto il papà di un mio amico con cui ormai da tempo non siamo quasi più amici. Ci ho pensato per tutto il giorno e mi è rimasto addosso una specie di cattivo umore appiccicoso. Penso a come devono essere i funerali con questa storia, la gente lontana in un rito che esiste apposta per farla stare vicina. Riaggiorno i siti dei quotidiani in maniera compulsiva, come faccio quando c’è lo spoglio dei voti di una qualche elezione. Mi fa sentire parte di qualcosa che sta succedendo, di essere sul pezzo, di surfare sul promontorio estremo dei secoli. Leggo a cottimo e mi pregusto battutine si spera sagaci che potrò poi spacciare su Twitter o Facebook. La mattina c’è il discorso ai cittadini di Beppe Sala, la sera la conferenza stampa della Protezione Civile e poi Conte un giorno sì e uno no.

Doveva accadere: vibra il telefono, è un messaggio dell’editor di un magazine per cui scrivo, che dice ‘Ti andrebbe di scrivere un pezzo su questi giorni di coronavirus? Ci servirebbe una voce come la tua, sei libero di metterlo giù come vuoi’. Solo che io un’idea su questa cosa mica me la sono fatta. Mi sembra Una brutta giornata/ chiuso in casa a pensare/ una vita sprecata/ non c’è niente da fare [Giorgio Gaber, Lo shampoo], però esponenziale, per usare una parola che si sente a raffica in questi giorni – ma io ho fatto il linguistico, non so neanche bene cosa significhi. Forse è la prima cosa epocale che succede nella mia vita – ma anche a metterla giù̀ così mi sembra di appropriarmi di qualcosa che non posso definire mio perché non è che stia succedendo proprio a me. Un sacco di cose hanno smesso di succedere senza essere rimpiazzate. Le cose che succedono davvero, per ora e per fortuna, sono successe a qualcun altro – vicino, certo, ma non vicino abbastanza.

Gli amici della bolla progressista e riflessiva producono a rotta di collo post sui film da vedere, i libri da leggere, e si affannano con impeto wagneriano nella preparazione di mangiarini raffinatissimi. Chissà poi chi la finisce tutta quella roba lì, magari la surgelano, magari gli tornerà comodo. Gli amici più colti e posizionali sono cassandre a tambur battente, salmodiano oscuri presagi: ‘sarete mica così coglioni da pensare che finirà̀ tutto ad aprile? Qui si va avanti almeno sei mesi – e se e quando finirà̀, l’economia sarà un lontano ricordo, non esisterà̀ più il denaro, ci nutriremo gli uni degli altri.’ In fondo anche loro sono solo spaventati o furbi, se tutto andrà male avranno avuto ragione, se tutto tornerà a posto saremo tutti sufficientemente sollevati e felici per non fargli notare di aver detto una stronzata. Il banco vince sempre. Anch’io mi chiedo cosa ne sarà del mio lavoro. A trent’anni passati mica posso ridurmi a chiedere soldi ai miei. Intanto speriamo che questo articolo lo paghino in fretta e speriamo piaccia e me ne chiedano altri [se rispetti le deadline, sì, n.d.r.].

I social li scrollo con ossessiva solerzia, sperando di trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che mi faccia ridere o incazzare, così da sentirmi giustificato a gettarmi in noiose e forzatamente ironiche tirate nei commenti – di cui non frega un cazzo a nessuno. La social-doxa si manifesta in prevedibili e comprensibili ondate di ottimismi e apocalissi. Penso che fuori c’è il sole, se fosse davvero l’apocalisse potremmo andarle incontro con i pantaloni corti. È un’immagine che mi piace, me la segno, la infilerò in qualche pezzo che mi chiederanno di scrivere.
Cerco di scrivere cose divertenti senza diventare cinico.

In tv, nelle comunicazioni ufficiali, dappertutto c’è una metafora bellica costante che mi innervosisce. Non ci sono mai stato in guerra, ma non mi sembra che questa cosa abbia a che fare con la guerra. Mi suona irrispettoso nei confronti di chi per la guerra ci è passato. Mi pare pericoloso per la percezione che potremmo avere della guerra quando tutto questo sarà̀ finito – perché a quel punto potremmo sostenere che anche noi siamo sopravvissuti alla guerra, e guardaci qui, in fin dei conti non è niente di così terribile, non ci dovete rompere i coglioni. Penso anche che la nostra più grande e ostentata preoccupazione – di noi che non siamo malati intendo – è quella di ingrassare stando chiusi in casa, di fare le battute sulla prova costume, sul fatto che finito questo isolamento avremo preso 10, 20, 30 chili. Non credo questa sia generalmente una preoccupazione di chi è in guerra.

Ho parlato con un amico in Cina, ha finito l’isolamento, dice che nel mentre ha imparato a cucinare e a fare yoga insieme a sua madre. Mi ha dato dei consigli sul rallentare, prendermi tempo per me, rendere questi momenti preziosi. Tutte cose che non farò. La mia migliore amica vive a Londra, al telefono esprime con spiccato accento lucano la sua contrarietà all’approccio fatalista britannico. È spaventata e incazzata e bestemmia in dialetto. Mi fa ridere, ma come darle torto? Ieri una spalla del Corriere titolava Passeggiare si può. Arriva l’ok del Viminale, anche questa mi ha fatto ridere.

Da un paio di giorni a Milano e in tutto il Paese c’è un gran daffare di inni nazionali cantati al balcone, tutti alla stessa ora, poi di applausi per i medici e gli infermieri, poi lumini accesi per ricordare le vittime. Sono festival che non mi appartengono, copie delle copie delle cose che avevamo visto in Cina, buone solo da mettere su Instagram e nelle colonne di rassegna video nelle homepage dei quotidiani. Mi sembra lo stesso fastidioso tono di voce paternalistico-parrocchiale con cui lo Stato comunica coi cittadini nei momenti di terrore senza appello e senza appigli. Come un prete con dei ragazzini dell’oratorio. Subito dopo averlo pensato mi sento non so se più pretenzioso o più spocchioso, ché in fin dei conti che male può fare cantare Fratelli d’Italia o Il cielo è sempre più blu alla finestra? Manco mi obbligassero.

Io sto bene, lavoro da casa, anche i miei stanno bene, non li vedrò per un po’.
 Anche prima, per un motivo o per l’altro, capitava spesso di non vederli per un mese o anche due. La mattina mi faccio la doccia e poi mi vesto, mi metto i pantaloni, la cintura, una camicia e un maglione – le scarpe no. Mi siedo alla scrivania con il computer davanti. Mi vesto perché ho letto da qualche parte che bisogna fare così, che aiuta a non deprimersi e a non lasciarsi andare – ma io non sento di essere né lì lì per deprimermi né per lasciarmi andare, anzi. Non sto trovando nuove consapevolezze, non sto organizzando buoni propositi per il dopo. La verità è che sono pigro, e avere una scusa per svicolare, per ritardare le consegne e diluire le deadline, per non rispondere al telefono, pur non andandone granché fiero, mi piace.

Stasera, mentre cercavo di chiudere questo pezzo che mi rendo conto dire poco, non offrire soluzioni né consigli e non portare da nessuna parte, ho sentito un gran casino venire da fuori. Nel buio, le finestre e i balconi dei palazzi erano punteggiati di torce dei telefoni, c’era chi urlava e chi sbatteva pentole, chi applaudiva, chi fischiava e chi urlava quell’assurdo richiamo nazionale che viene da Seven Nation Army dei White Stripes. Ho pensato all’ansia che in questi giorni arriva a ondate come una radiazione cosmica e che, asciugato il brodo dei segni e dei simboli, della politica e della religione, resta che la morte è silenzio e la vita è casino. Allora tutto quel baccano non era per i morti e per i medici – o meglio era anche per i morti e per i medici, ma non nella forma kitsch e piccolo-borghese del mazzo di fiori o della pagina dei necrologi. Era una celebrazione della vita e della morte, una ridefinizione dei confini, un’affermazione dell’esistenza, dell’esserci per quello che è, e cioè un gran casino. L’ho trovato potente, sensato e anche logico. Ho provato rispetto per la paura, e finalmente ho visto un po’ anche la mia. Non ho acceso torce e non ho gridato, ma sono stato al davanzale per 15 minuti buoni, e devo dire che mi ha fatto bene. Un buono proposito per il dopo viene da sé: ‘Fai meno lo stronzo’.

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