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Concerie e Pelle vegetale: ricerche di mercato per l’impatto zero

Finché le persone continueranno a mangiare carne bovina, avrà valore il ruolo delle concerie nella trasformazione degli scarti animali in pellami per nuovi utilizzi

Il Consorzio ‘Vera pelle italiana conciata al vegetale’ ha sede in Toscana tra Firenze e Pisa, lungo le rive del fiume Arno. Tutte le pelli grezze utilizzate dalle 20 concerie consorziate vengono dalla macellazione di bovini destinati, sin dall’origine, al settore alimentare: tutti da allevamenti europei. La conciatura avviene per mezzo di tannini naturali di origine vegetale, ricavati da alberi di betulla, quebracho, quercia e castagno. Questa tecnica è analoga alle prime lavorazioni che l’uomo ha mai fatto sulla pelle di animale, per farla diventare non putrescibile e facilmente lavorabile.

«Il desiderio era quello di creare un brand prodotto interamente in Italia e responsabile dal punto di vista ambientale e della sostenibilità», spiega Paolo Priolo. Il target maschile è stato scelto per una questione di mercato: «Nell’uomo c’è meno concorrenza e quindi è teoricamente più facile entrarvi». A quel punto mancava solo il prodotto: «Cosa facciamo?». La storia di Pienosole, marchio appena nato di bracciali da uomo in vera pelle conciata al vegetale, ideato da Paolo Priolo e Emanuela Carelli, ha una genesi opposta e eterodossa rispetto ai topos e cliché delle narrazioni aziendali e imprenditoriali. I due non sono partiti dal prodotto ma dal come realizzarlo: in Italia e rispettando l’ambiente. Cosa dovesse essere Pienosole l’hanno capito in un secondo momento.

Le ricerche di mercato e gli studi sui materiali sono cominciati due anni fa, ma all’inizio l’idea era quella di fare costumi da bagno maschili. In seguito l’idea dei costumi è stata abbandonata per la questione della stagionalità ed è arrivata l’idea dei bracciali: «Abbiamo fatto ricerche di mercato e scoperto che questo prodotto di nicchia ha una domanda elevata a livello mondiale. In seguito alle prime ricerche abbiamo cominciato a notare in prima persona che gli uomini che indossano bracciali sono parecchi». A questo punto bisognava trovare il modo di realizzare bracciali da uomo in Italia in modo sostenibile. Non si può dire i passi successivi siano venuti da sé: le premesse erano facili solo all’apparenza.

Il materiale del bracciale. «Abbiamo studiato sia l’Econyl sia l’ecopelle: il primo non ci ha convinto a livello estetico, la seconda spostava il problema senza risolverlo». Parlando con i pellettieri è arrivata l’idea della pelle conciata al vegetale, una lavorazione che si pratica in uno specifico distretto toscano: «La vera pelle conciata al vegetale è stata una rivelazione. Questo materiale rispondeva alle nostre esigenze sia dal punto di vista qualitativo, sia da quello della sostenibilità. L’industria conciaria trasforma e valorizza gli scarti dell’industria alimentare della carne: migliaia di tonnellate di scarti che altrimenti andrebbero smaltiti, con costi e consumo di risorse».

La pelle al vegetale costa più di quella conciata al cromo ed è utilizzata soprattutto per accessori. «La pelle che utilizziamo per i bracciali, in particolare, è pelle pieno fiore», spiega Priolo. «La pelle grezza proviene da allevamenti francesi, che sono quelli che producono la maggior parte della carne bovina. Lo scarto alimentare dei bovini in Italia è molto minore e non viene destinato alle concerie. Questo per noi non è un problema perché gli allevamenti francesi sono rispettosi delle normative comunitarie sul benessere animale e il vero valore del made in Italy è la manifattura».

Benché gli allevamenti intensivi di animali destinati alla macellazione non siano sempre sostenibili, l’industria conciaria non ne alimenta la domanda ma ne valorizza gli scarti. «Finché le persone continueranno a mangiare carne bovina, il ruolo delle concerie nella trasformazione degli scarti animali in pellami da destinare a nuovi utilizzi sarà fondamentale e prezioso, proprio in termini di circolarità, ecologia e impatto ambientale. Parlando di accessori di moda, inoltre, è impossibile negare che un oggetto realizzato in vera pelle pieno fiore conciata interamente al vegetale sia infinitamente più bello – al tatto, alla vista, all’uso – di un oggetto di nylon o altri derivati di sintesi, anche naturale».

«Questo tipo di concia garantisce l’assenza di sostanze tossiche come coloranti azoici, nichel o pentaclorofenolo e cromo VI, nocive non solo per l’essere umano, ma anche per l’ambiente», continua Priolo. Una volta esaurito il suo ciclo di vita la pelle del bracciale può essere smaltita facilmente proprio grazie alle sue caratteristiche chimico-biologiche. La pelle conciata al vegetale si distingue perché cambia con l’uso e nel tempo, mutando d’aspetto e colore. Poiché non vengono utilizzati materiali chimici, essa non è resistente all’acqua quindi bisogna evitare di fare il bagno o la doccia con il bracciale ed evitare di metterlo a contatto con profumi, repellenti per insetti, oli e creme.

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PIENOSOLE

La pelle è il materiale principale del bracciale, ma non l’unico: Pienosole ha anche una fibbia in acciaio. «Sembra un dettaglio, ma è stata una delle cose più difficili da trovare. I materiali per fibbie che si trovano più facilmente in Italia sono la zama e l’ottone: per non farli ossidare sono sottoposti a un trattamento galvanico, che è molto inquinante. L’unico che non ne ha bisogno è l’acciaio inox, riciclabile al 100%, che costa di più e in Italia è difficilmente impiegato per le fibbie. Alla fine abbiamo trovato un produttore che realizzava fibbie in acciaio inox in provincia di Vicenza». Sempre dal Veneto arrivano le vernici all’acqua utilizzate per i bordi del bracciale. L’artigiano che lo lavora è di Milano e ha oltre settant’anni di esperienza nella produzione di articoli in pelle, soprattutto cinture.

La confezione a basso impatto ambientale, realizzata da un’azienda di Pollenza, in provincia di Macerata, specializzata nelle confezioni di lusso, che utilizza carta ecologica derivata da cellulosa riciclata e scarti del cuoio. «Stiamo anche facendo un accordo con un service provider svizzero che utilizza la blockchain per realizzare la tracciabilità totale del prodotto: origine dei materiali e luoghi di lavorazione saranno tutti indicati in etichetta». Per ora la linea comprende quattro bracciali: a ogni modello corrispondono due colori, rappresentativi di un luogo d’Italia: Portofino, Siena, Stromboli, Caprera. Il prezzo di listino è di 70 euro. «Il nostro bracciale costa 4-5 volte di più rispetto allo stesso prodotto realizzato senza rispettare i criteri di sostenibilità e made in Italy. Per ora vendiamo solo su Amazon, dove stiamo studiando il prezzo di vendita migliore. Su questa piattaforma, dopo Italia, Spagna e Regno Unito, dal prossimo autunno apriremo un market place in Francia, Germania, Olanda ed Emirati arabi, i mercati in cui la domanda di bracciali è più elevata. Gli Stati Uniti sono per il momento sospesi a causa della situazione sanitaria».

‘Plein soleil’, tradotto in italiano come ‘Delitto in pieno sole’, è un film in coproduzione italofrancese uscito nel 1960, lo stesso anno de La dolce vita di Federico Fellini. Ambientato tra Roma, Napoli e Ischia e diretto da René Clément, ‘Plein soleil’ contribuì a diffondere all’estero l’idea di un’Italia abbagliata da un sole che volgeva il piacere in voluttà. Protagonista della pellicola era Alain Delon nei panni di un giovane americano arrivato in Italia per convincere il ricco rampollo Filippo Greenleaf a tornare a casa. «Un’idea di dolce vita oggi superata ma che vogliamo attualizzare e tornare a comunicare all’estero», spiega Priolo.

«Non credo esista la sostenibilità assoluta, il famoso impatto zero, ma noi abbiamo fatto tutto il possibile per ridurre al minimo». Il progetto, secondo Priolo, è sostenibile anche dal punto di vista economico: «La domanda in Italia e all’estero c’è. Inoltre non esiste un brand di riferimento nel mercato dei bracciali, che sia sinonimo di questo prodotto, come la Moncler lo è per i piumini o Lacoste e Fred Perry lo sono per le polo. Questa è anche la ragione per cui vorremmo focalizzarci solo sui bracciali, al massimo allargandoci in futuro al target femminile. Il nostro cliente ideale oggi rientra in una fascia anagrafica ampia, tra 20 e 60 anni, che cerca oggetti di qualità ed è attento alla sostenibilità». Anche in termini economici, tuttavia, bisogna intendersi sul concetto di sostenibilità: «Il nostro motto è ‘La bellezza di porsi dei limiti / The beauty of setting limits’. Quando si fa un progetto nuovo si cerca subito la massima scalabilità, la massima crescita. Noi abbiamo guardato innanzitutto a fare il prodotto al meglio, curandolo in tutti i dettagli. La linea guida credo debba essere quella di porsi dei limiti, per stabilire la giusta misura tra noi e l’ambiente».

Dopo diverse esperienze nel settore della comunicazione per grandi aziende, Priolo ha fondato nel 2009 la rivista online Klat, dedicata al design, alla creatività e alla cultura. Anche in quel caso era accompagnato da Emanuela Carelli, sua socia e moglie, con una formazione nel graphic design. «Il fatto di arrivare dal mondo del design ci ha permetto di muoverci nel mondo della moda senza l’ossessione per la stagionalità e focalizzarci invece sul processo di progettazione. Dovendo indicare dei modelli direi che abbiamo guardato a Brunello Cucinelli, Moncler, Sease, ma anche L.G.R., Rimowa, Baracuta e Aspesi».

Alain Delon, che cominciava a farsi notare con Delitto in pieno sole, era solito indossare un bracciale e contribuì a diffonderne l’utilizzo: il suo rigido ellittico, con due boules terminali. Una fotografia del 1961 lo ritrae con in mano un candelabro, a braccetto con Gina Lollobrigida mentre la aiuta a cercare un braccialetto che l’attrice aveva perso durante una cena di gala. Anche il ricco rampollo protagonista de Il talento di Mr. Ripley, il romanzo di Patricia Highsmith da cui René Clément trasse ‘Plein soleil’, aveva un bracciale e una cintura di pelle: in quel caso la fibbia era in ottone.

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