ZACK SECKLER
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IMMAGINE DI APERTURA

Dibattito sulla conceria: economia circolare positiva di una filiera alimentare negativa

L’Italia è leader nell’industria conciaria – eppure il 95% della pelle è importata. Gli stabilimenti e gli imprenditori sono sempre più virtuosi ma il problema rimane la materia prima

Si parla del forte odore che emanano, del lavoro brutale a cui sono sottoposti gli operai, del maltrattamento degli animali e del suo inquinamento. L’immaginario è quello delle concerie di Fez, in Marocco – già nell’antica Roma erano posizionate fuori dai centri urbani. La realtà italiana è diversa: «un conciatore associato a UNIC deve rispettare circa 25mila normative», spiega Fulvia Bacchi, Direttrice dell’Unione Nazionale Industria Conciaria. In Italia ci sono circa milleduecento concerie suddivise in distretti, concentrate tra Veneto, Lombardia, Toscana e Campania. Duecentocinquanta di queste sono associate a UNIC (circa una su quattro – ndr). Anche se il numero delle concerie associate è inferiore al totale del panorama italiano queste rappresentano l’ottanta percento del fatturato nazionale. Conciare le pelli significa valorizzare lo scarto dell’industria alimentare realizzando un prodotto durevole destinato alla moda, all’arredamento, al settore automobilistico, alla nautica. Per farlo si consumano acqua, energia elettrica e sostanze chimiche. 

L’industria conciaria italiana ha sviluppato una consapevolezza verso l’ambiente negli anni Settanta, in seguito alla legge Merli, che regolamentava gli scarichi di acque e lo smaltimento dei fanghi. «Gli italiani hanno fatto investimenti, mentre altri Paesi hanno abbandonato questa manifattura», sottolinea Bacchi. L’impegno alla sostenibilità di UNIC si conferma ogni anno con la realizzazione di un Report. Oltre il 99 percento delle pelli utilizzate in conceria proviene dallo scarto dell’industria alimentare. In Italia circa il settanta-ottanta percento della produzione è di pelli di bovino e vitellino, il restante ovino e caprino. La tracciabilità delle pelli grezze necessarie per la realizzazione del prodotto finito è alla base del processo. L’Italia non ha un sufficiente patrimonio zootecnico per rispondere al fabbisogno dell’industria conciaria – è costretta ad importare circa il 95% della materia prima dall’estero. La selezione del luogo di origine, il tipo di allevamento e il benessere animale sono priorità per il sistema perché una pelle deve essere di qualità ancora prima di essere conciata. Come per l’etichetta alimentare è possibile rintracciare i documenti riguardo l’animale, il luogo del suo abbattimento e le specifiche sulla macellazione.

La circolarità dell’industria conciaria non si ferma al trattamento della pelle grezza altrimenti destinata allo smaltimento come rifiuto organico. Durante la fase di lavorazione delle pelli – attraverso lavaggi in bottali con acqua e cromo (per la concia al vegetale) o prodotti chimici, si producono degli scarti come fanghi, liquidi di concia, cascami, ritagli e polveri. Il 76 percento di questi scarti vengono recuperati. SICIT (Società Industrie Chimiche Italiane), una società fondata nel 1960 e voluta dagli stessi conciatori, se ne occupa direttamente. Attraverso processi chimici, proteine e amminoacidi idrolizzati si realizzano biostimolanti e fertilizzanti per l’agricoltura, ritardanti per l’edilizia (gesso), gelatine e collagene per alimenti, cosmetica e nutraceutica. 

L’altro scarto della conceria è l’acqua, elemento senza cui non potrebbe accadere il processo di trasformazione della materia prima. Le acque reflue, circa il 90 percento delle acque di processo, sono sottoposte a trattamenti prima di essere riversate nelle acque superficiali. A semplificare questo processo la distribuzione a distretti del settore, che concentra la depurazione in impianti attrezzati in grado di abbattere percentuali prossime al cento percento di solidi sospesi, azoto, cromo trivalente e carico organico. «Cerchiamo nuove soluzioni meno dannose per l’ambiente, intendiamo ridurre ancora i consumi di acqua e delle risorse energetiche. I brand della moda richiedono sempre più attenzione su questi temi», sottolinea Bacchi. 

PHOTOGRAPHY KUO HENG HUANG

Luoghi oscuri, sporchi e invivibili. Le concerie italiane sono lontane da questo scenario. «Ho iniziato molti anni fa. Al tempo non si parlava di sostenibilità, ma di ecologia», spiega Alessandro Iliprandi, amministratore delegato della Conceria Bonaudo dal 1994. Tre stabilimenti produttivi: Verona, Montebello Vicentino e Milano e una tradizione conciaria nata nel 1923. L’obiettivo di Iliprandi è stato quello di migliorare l’ambiente di lavoro, modernizzare gli impianti e ridurre i consumi. «Ne sono derivati vantaggi. Impianti moderni che garantiscano efficienza nel metodo e un ridotto consumo delle acque. Questo è stato l’investimento primario», spiega Iliprandi. 

Il procedimento della lavorazione della pelle, a ciclo completo, si realizza tutto negli stabilimenti. Il cento percento dell’acqua utilizzata viene depurata in azienda attraverso un processo chimico-fisico e un trattamento di ossigenazione biologica, seguito da filtrazione a sabbia e carboni attivi. Grazie alla realizzazione dei nuovi stabilimenti la conceria Bonaudo ha ridotto, per unità di pelle prodotta: il 52 percento di acqua, il 20 percento di gas metano e il 18 percento di energia elettrica. Lo spazio in cui si tratta la pelle dialoga con le priorità della conceria moderna. L’isolamento termico dei fabbricati, l’illuminazione e l’areazione naturale e la presenza di zone verdi pari all’area coperta dai macchinari sono misure pensate per razionalizzare il processo produttivo e renderlo performante. Nello stabilimento di Montebello Vicentino, vicino ai bottali per la concia delle pelli si trovano un’area di alberi mediterranei e una di piante tropicali come palme e banani. Per tutto il perimetro della sede di Cuggiono – in provincia di Milano – ci sono circa 45 magnolie e 10mila m2 di verde. Fattori che hanno influenzato la partecipazione di giovani. Sono 120 i ragazzi e le ragazze che lavorano nelle diverse fasi del trattamento della pelle e rappresentano la maggioranza dei dipendenti degli stabilimenti di Bonaudo. 

Anche se si definisce industria conciaria, sia per quanto riguarda i numeri della produzione che per le regole a cui è sottoposta e per gli spazi che occupa, la filiera risponde a caratteristiche artigianali. La pelle si sente e si tocca durante tutta la fase di lavorazione. A fianco dei bottali, della macchina per la messa a vento – che strizza le pelli dopo averle lavate o conciate – o delle macchine per la stiratura, si trovano cavalletti di legno e bancali su cui la pelle viene impilata o osservata dopo ogni passaggio. Il trattamento della pelle non trasforma solo una materia prima organica in un prodotto finito ma ne valorizza l’elasticità, il tono, la resa e la permeabilità trasformandola in un materiale durevole. UNIC ha recentemente ottenuto (il 20 maggio 2020) l’entrata in vigore del decreto legge che stabilisce il divieto dell’uso dei termini pelle e cuoio – anche come prefissi e suffissi – per identificare materiali non derivanti dallo spoglio animale e frutto dell’attività conciaria. Questo garantisce sicurezza riguardo all’origine dei materiali e l’utilizzo dei prodotti durante la fase di lavorazione e distingue il prodotto organico da un eventuale prodotto plastico trattato con petrolio ma chiamato, fino a poco tempo fa, pelle. 

L’impegno di UNIC e delle sue concerie associate si è concentrato sulle modalità di riuso e recupero degli scarti di produzione di un sottoprodotto di un’altra industria – quella alimentare. Anche l’attività conciaria, a seguito delle sempre diverse richieste di mercato e delle personalizzazioni studiate per i clienti, produce uno scarto a prodotto finito. Riutilizzare questi avanzi, di pari livello qualitativo, per creare nuovi oggetti o nuove proposte significa fare upcycling, doppio cerchio della sostenibilità del sistema conciario. La Conceria Gaiera Giovanni fondata nel 1946 a Robecchetto Con Induno, in provincia di Milano e da sempre a conduzione familiare, ne ha inteso il valore aggiunto. 
«I manufatti finiti che possono avere una seconda vita e produrre un bene di valore rappresentano una piccola parte della produzione – tra l’uno e il due percento in un anno – perché l’obiettivo è quello di avere meno scarti o eccedenze possibili. Collezioni che si superano, lavorazioni o stock di magazzino possono trovare soluzioni alternative, magari in combinazione con altri materiali. Unire la pelle con seta, lana o cotone per creare nuove possibilità è un suggerimento, uno stimolo che noi vogliamo comunicare. Sono diverse stagioni che proponiamo queste combinazioni. Vista la quantità limitata di questi prodotti anche realtà più piccole possono intercettare queste pelli finite e realizzare nuovi oggetti», spiega Enrica Miramonti, Responsabile marketing e sostenibilità della Conceria Gaiera Giovanni e terza generazione alla guida dell’azienda. Anche la Conceria Gaiera è attenta alla riduzione dei consumi, prima di tutto quello di acqua. Attraverso l’uso di impianti, economizzatori posti sulle macchine e al pre-trattamento dell’acqua destinata al depuratore consortile del distretto, Ecologica Naviglio. L’installazione di un impianto fotovoltaico, che usa in modo sostenibile un prodotto inesauribile come l’energia solare, ha permesso di risparmiare centoventidue tonnellate di CO2 in un solo anno producendo l’ottantasei percento di energia elettrica destinata al funzionamento della conceria.

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