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La buona società di Milano. Uno snobismo su un caffè da Cova o da Sant Ambroeus

Una sera, all’inizio di giugno, Cova ha festeggiato duecento anni. Montenapoleone era propriamente arredato come un salotto, il cortile interno, sui affaccia Missoni, era gremito di gente

I convenevoli, quelli prima di scegliere se andare da Cova o da Saint Ambroeus, compongono una conversazione per pochi. I loghi dorati sulle tende blu sono i bottoni di quel doppio petto che Berlusconi non ha mia saputo scegliere. Sono le frasi di un circolo chiuso, di quel salotto buono della Milano che conta o che contava, delle grandi famiglie borghesi degli anni Cinquanta la cui progenie ha goduto del boom degli anni Ottanta.

Un salotto di gente che aveva in mano l’industria e la pubblicità – in un substrato più fluido e consistente della moda internazionale di Franca Sozzani. Il salotto buono vestiva Doriani nei giardini nascosti dietro Portorotondo, girava in barca a vela in Sicilia, cresceva i figli al Bagno America a Forte dei Marmi – vestiva Jhonny Lambs, ironia e vezzo su Gianni Agnelli.

Le sorelle Collini, Loro Piana, Koelliker – alcuni non ci sono più, Carlo Schapira, Hans Tiefenbacher, io me li ricordo la sera, a casa di mio nonno, o a casa di Noris e Carlo Orsi. Il lunch sempre al Paper Moon. Era la società di Paolo Mieli, al Corriere della Sera – quando le pagine della cronaca di Milano davano spazio ai trafiletti di Lina Sotis, che tra la gentilezza di un complimento e la violenza di una freddezza, raccontava il correre del tempo, e il colore della città, di Milano. Quei trafiletti, li leggevano tutti – era incredibile.

La mattina, in quella sfida, in quella scelta, tra un convenevole e una posa, tra Cova e Sant Ambroeus si riassumeva l’appartenenza a questo salotto privato, in cui era tanto difficile entrare, ma poi quasi impossibile uscirne – io ero un bambino, un piccolo erede senza impero, che apprendevo più di quanto osservassi, dal basso della mia statura all’alto di quello snobismo.

Uno snobismo perfetto, davvero, su un caffè da Cova o da Sant Ambroeus – di un circolo che Bastianello e Marchesi non potranno mai vantare ai propri tavoli – chiunque li nominasse, per automatismo, dimostrerebbe di non appartenere, a quel circolo. I cioccolatini più buoni, i panettoni più soffici – la tradizione da Cova, il lusso da Sant Ambroeus. Lo snobismo vive nella decadenza, non potrebbe fare altrimenti – patisce ogni forma di cambiamento: ma noi sappiamo quanto né lo snobismo né la nostalgia siano poi così preziosi.

Una sera, all’inizio di giugno, Cova ha festeggiato duecento anni. Montenapoleone era propriamente arredato come un salotto, il cortile interno, sui affaccia Missoni, era gremito di gente. Pagine nuove, stanze nuove. Meno poesia, più energia. Non c’è colore più acceso del nuovo blu delle sue tende – non più un doppio petto, ma un abito tagliato da Dior. Milano rinasce. Il salotto buono non c’è più, forse è un covo di  vipere, chissà, ma l’elettricità si sparge smaniosa. All’angolo tra Montenapoleone e Sant’Andrea, nel cuore di Milano, tra le parole della Sotis o tra le mie, Cova continua e continuerà a portare in scena la retorica della società.

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