GOHAR DASHTI
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

Boscoincittà, il primo caso di forestazione urbana negli anni Settanta

Da progetto contro natura negli anni Settanta a modello di verde urbano oggi: Italia Nostra, e quell’albero di 8 metri piantato in piazzale Corvetto

Boscoincittà è un parco pubblico fatto di boschi, prati, corsi d’acqua, zone umide, circa duecento orti assegnati a cittadini che li coltivano, un laghetto, un giardino d’acqua, un apiario e un frutteto. Il Comune di Milano, che ne era proprietario, nel 1974 diede quei terreni semi abbandonati in concessione a Italia Nostra, un’associazione nata nel 1955 per proteggere i beni culturali e ambientali, ma che fino a quel momento si era distinta per la tutela dei beni storico-artistici. Italia Nostra non si limitò a gestire e migliorare quell’area ma volle fare una cosa di cui oggi si parla molto ma che a quel tempo era rivoluzionaria: riforestare. Boscoincittà fu il primo caso di forestazione urbana in Italia.

«Ci dicevano che in pianura – tanto più in città – non aveva senso piantare un bosco», racconta Silvio Anderloni, direttore del Centro di forestazione urbana di Italia Nostra. «Nel 1974 tutti erano d’accordo nell’aumentare gli spazi verdi di Milano, ma nessuno lo avrebbe fatto nel modo che proponevamo noi. Per i forestali e gli agronomi i boschi si facevano in montagna, mentre in pianura erano più opportune piantagioni a rapido accrescimento, pioppeti, pinete. I botanici proponevano di recintare l’area e lasciarla alla natura, senza intervenire. Gli architetti avrebbero voluto vialetti, lampioncini e una progettazione da giardino». Il motivo del contendere erano 35 ettari di terreno pubblico nella zona dello stadio di San Siro: all’interno una vecchia cascina e campi semi incolti. Lì dove oggi sorge il parco.

«L’idea di forestazione di tipo naturalistico, ma con una finalità di utilizzo del verde pubblico nel mondo ambientalista c’era, ma era di tipo conservativo», spiega Anderloni. «Il nostro intento era di dotare la città di infrastrutture verdi. Un termine che oggi è entrato nel linguaggio comune, ma nuovo negli anni Settanta, soprattutto in Italia». Boscoincittà nasce contemporaneamente all’ambientalismo italiano – Legambiente sarebbe nata sei anni dopo, nel 1980. La città stava crescendo senza preoccuparsi del verde. Italia Nostra lanciò questa sfida all’Amministrazione, proponendo di creare spazi verdi estensivi di grande valore naturalistico. All’estero – dall’Amsterdamse Bos al Bois de Boulogne di Parigi passando per il Tiergarten di Berlino – c’erano esperienze di questo tipo rese possibili da attente pianificazioni urbanistiche nel passato. «Nei Paesi del nord il bosco è il luogo degli elfi, mentre nella cultura latina era il luogo della paura, del lupo, delle tenebre, la selva oscura: si trattava anche di smontare e rimontare questa idea», racconta Anderloni. Negli anni sessanta a Cusago, sette chilometri dal Boscoincittà, era stato estirpato un bosco come bonifica per produrre suolo agrario.

Il tipo di progettazione del verde messo in campo da Italia Nostra non aveva precedenti in Italia. Il modo con cui lo fece – coinvolgendo i cittadini – segnò la storia dell’associazionismo italiano. «Allora in Italia il volontariato era relegato al settore assistenziale, poco era di tipo ambientale. Il Wwf puntava alla conservazione, alla salvaguardia. Italia Nostra per la prima volta coinvolse attivamente i cittadini per creare con loro le condizioni per vivere meglio: fare volontariato diventava un’occasione per partecipare alla vita comune. Pensiamo per esempio alle scolaresche che venivano in visita al Bosco per piantare alberi: anche l’idea di educazione ambientale era una novità».

Quel modello partecipativo era parte stessa del progetto di Boscoincittà, non solo il modo per realizzarlo: «Una delle critiche mosse al progetto era che il bosco ci avrebbe messo troppi anni a crescere e ne avrebbero beneficiato solo le future generazioni. Era una critica assurda. Io allora avevo 14 anni e venivo con i boyscout a piantare piccoli alberi: anche se non potevo ancora godere del bosco, dell’ombra, degli uccellini, io di fatto ho cominciato a beneficiare e vivere il bosco allora, ancor prima che crescesse. Già quella era una forma di fruizione e da quelle esperienze dei cittadini volontari è nato il grande amore che oggi c’è attorno al parco: i cittadini l’hanno sentito loro perché l’avevano piantato».

Boscoincittà fu il primo di una serie di interventi di creazione di spazi verdi urbani. In quegli stessi anni nacque l’Azienda Regionale Foreste, che nelle zone urbane della Lombardia ha realizzato qualche migliaio di ettari di bosco. A inizi anni Ottanta anche nel Parco Nord furono avviati i primi interventi di forestazione con piante provenienti anche dal Boscoincittà.

veduta dall’alto di boscoincittà

Essere i primi a piantare un bosco urbano in Italia significava anche dettare un modello: imparare dagli errori e insegnare a chi voleva replicare il progetto a non ripeterli. «C’erano esperienze di piantagioni forestali in montagna, in pianura si piantavano solo frutteti, pioppeti. Non c’erano neppure le specie adatte a disposizione: i vivai della forestale e privati in quegli anni fornivano solo specie esotiche a rapido accrescimento, quelle autoctone – a crescita più lenta – erano considerate meno interessanti. Le prime piante che abbiamo piantato sono state la quercia rossa, l’acero saccarino, l’acero di monte, l’olmo siberiano e il frassino. Oggi sarebbe un’eresia – è vietato piantare alcune di queste specie al Parco Sud, ma in quel momento non si trovavano specie autoctone nei vivai: in seguito siamo andati a raccogliere direttamente i semi al Parco del Ticino per produrre piante autoctone». Anche le tecniche di impianto furono apprese col tempo: «Oggi si pianta molto più fitto e si fa una scelta successiva delle piante, andando a diradarle».

Una cosa fu chiara fin da subito: piantare un bosco urbano non poteva limitarsi a riforestare un’area a tappeto e senza distinzione. «Era necessario creare pieni e vuoti, non tutto bosco. All’inizio il disegno del bosco e degli spazi pieni e vuoti si sono sovrapposti al reticolo delle strade e canali preesistenti imponendo però un disegno nuovo. Oggi nei nuovi progetti anche la forma dei pieni e vuoti tende a rispettare maggiormente il disegno storico del paesaggio agrario».

Nei primi nove anni Boscoincittà si è autofinanziato tramite Italia Nostra e donazioni e finanziamenti privati. In seguito il Comune ha iniziato a dare un contributo per la gestione del parco. «La cosa interessante è che questo contributo per la gestione è inferiore al costo medio di gestione del verde urbano per un territorio così esteso. Noi per altro non facciamo solo gestione del verde ma realizziamo il parco, ristrutturiamo la cascina, facciamo attività con le scuole, coinvolgiamo i volontari, facciamo studi con le Università: diamo vita a un processo. È stato stimato che realizzare tutte queste attività in un altro modo – quindi non attraverso una Onlus con contributo spese – costerebbe due o tre volte tanto». Italia Nostra gestisce il parco direttamente tramite i suoi dipendenti e si appoggia ad aziende esterne solo in caso di lavori per cui non può provvedere direttamente, per esempio la creazione di un laghetto o interventi edili nella cascina.

Uno dei problemi maggiori del verde pubblico italiano è la mancanza di gestione diretta e continuativa, spiega Anderloni. «L’Italia è l’unico paese in cui verde è gestito tramite appalti. A Manhattan, dove persino la manutenzione del singolo marciapiede è privatizzata, il verde è gestito da operai del Comune. Il verde non è riconducibile a voci di spesa fisse: un anno devi tagliare l’erba sei volte e l’altro dodici: dipende dalla pioggia, dalla gente che usa il parco. Se hai il tuo personale puoi gestire queste variabili e programmare una gestione nell’ordinario che prevenga buona parte delle spese straordinarie. Per esempio: monitorando il parco noi abbiamo ridotto al minimo gli schiant di alberi. Se riduci le spese di manutenzione, c’è il rischio di ritrovarti tutto d’un colpo con molte spese inaspettate».

L’unica costruzione nel parco è una cascina in cui ci sono gli uffici, gli alloggi dei custodi, il deposito degli attrezzi, l’officina per ripararli, la falegnameria per la manutenzione degli arredi del parco, una foresteria con 24 posti letto utilizzata dalle scolaresche. C’è il progetto di realizzare anche qualche spazio di alloggio temporaneo per studenti e volontari.

Silvio Anderloni ha visto nascere e crescere il bosco e oggi ne è il direttore. Se gli si chiede se ripartirebbe da zero con un’esperienza analoga risponde che, con Italia Nostra, l’ha già fatto. «Tre anni fa abbiamo preso in gestione l’area Porto di mare a Rogoredo, nota per lo spaccio, e abbiamo riqualificato 65 ettari. In quel caso non si è trattato di riforestare un’area da zero ma il metodo è stato lo stesso: presenza costante sull’area di gente qualificata e appassionata che tutti i giorni fa un passo, aggiunge un pezzettino di miglioramento. Lo stesso è accaduto a Cava Ongari».

Il Centro di forestazione urbana di Italia Nostra collabora anche con gruppi di cittadini che progettano giardini condivisi a Milano. Una di queste collaborazioni ha portato alla realizzazione di un’oasi naturalistica nel parco Segantini. «Questo è il nuovo modello: fare interventi più piccoli con i cittadini ma dando loro il supporto di una struttura organizzata in termini di competenze, attrezzature, tecniche, indicazioni, personale specializzato. Non sempre lo spontaneismo è sufficiente: magari tra i volontari ce ne è uno che sa tutto di botanica, ma non basta, servono il forestale, il geologo, l’ingegnere ambientale». Anche realizzare un’aiuola o un microspazio verde ha bisogno di attrezzature e progettualità. «Recentemente abbiamo piantato in piazzale Corvetto un albero di 8 metri di altezza: siamo andati noi con generatore e motocompressore per fare il buco, rimuovere la pavimentazione, mettere i cordoli, piantare l’albero, i gestori dei chioschi della piazza hanno aiutato nei lavori ed ora si stanno occupando con passione e diligenza delle innaffiature».

Oggi sono molti i Comuni in tutta Italia in cui si fa riforestazione: alcuni vanno a visitare Boscoincittà e chiedono agli operatori del Cfu un aiuto per progettare il proprio bosco urbano. «Se ci chiedono consigli sporadici vengono forniti informalmente, altrimenti attiviamo una convenzione. Negli ultimi anni sono diminuite le richieste in tale senso, pensiamo sia un bene perché ormai si è creata una buona base di competenza diffusa tra i professionisti del verde – che siano agronomi, forestali o architetti».

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