DAL LIBRO BEYOND FASHION
TESTO
IMMAGINE DI APERTURA

Anna dello Russo mette all’asta il suo archivio. Cambiare – mi ha insegnato il concetto

Anna dello Russo mette all’asta il suo archivio. Gli abiti all’asta da Christie’s e venduti online su Net a Porter. Il ricavato finanzierà borse di studio a Londra

Anna dello Russo mette all’asta il suo archivio. Gli abiti andranno all’asta da Christie’s a Londra e venduti online su Net a Porter. Il ricavato finanzierà borse di studio a Londra per i giovani. Con l’asta un grande libro: un catalogo edito da Phaidon conterrà i ricordi delle persone importanti che ha incontrato durante la sua vita, gli appunti scritti a mano del suo diario, le campagne che ha curato, i buoni propositi per ogni anno a venire.

Il rigore. Al secondo piano di un edificio borghese su Piazza Castello, erano i miei primi giorni di lavoro in una redazione. Non avevo scrivania né seggiola. Ero uno dei tanti stagisti, avevo ventidue anni. Lungo il corridoio, le pareti erano vestite da scaffali di libri. La polvere – nell’aria c’era un costante odore di fotocopiatrice, d’inchiostro caldo per stampante. Rullini in acetato, pagine patinate di prova – fotografie appese o posate sui banchi in confusione. Anna dello Russo era il direttore de L’Uomo Vogue dal 2000. «Sei precisa, organizzata e devota» le aveva detto Franca Sozzani, quando le aveva offerto quel posto. Dal corridoio scuro e polveroso della redazione, mi fermavo a osservare l’ufficio di Anna. Immagini, appunti o note appesi su una bacheca a muro, disposti in geometria rigida. Le riviste impilate alla perfezione del millimetro. Bianco e nero, c’era molta luce. Era un laboratorio scientifico di chimica estetica: si produceva bellezza per il mondo esterno – lì, nel cuore, nel motore acceso, vigeva il rigore maniacale.

Vestiva di nero. Niente trucco in viso. Uno scatto di Helmut Newton del 1986 la coglie mentre attraversa camminando il cortile del Palazzo di Brera. Un cappotto lungo, potrebbe esser di Jil Sander, sigaretta in bocca, portamento signorile, scarpe basse da uomo. «La mancanza di professionalità mi manda in bestia» – Anna mi ha spiegato come sia necessario studiare le sfilate maschili per comprendere quelle femminili. La destrutturazione di Armani, i volumi giapponesi, l’avanguardia olandese dei ‘Sei di Anversa’, la ruvidezza tedesca di Raf Simmons. Mi raccontava come i cambiamenti nella moda siano sempre apparsi prima con l’uomo, poi con la donna: per far breccia nell’immaginario maschile, più solido e composto per tradizione e virilità, la crepa deve essere sottile e profonda – è naturale che questa poi sappia arrivare alle fondamenta. Era gennaio del 2014, poco dopo la prima sfilata uomo di Alessandro Michele: uno shock di sagome effimere anni Settanta per un borghese hipster che un mese dopo, a Milano Donna, sarebbe esploso per poi condurre la moda di queste ultime stagioni. Anna mi disse che il mio progetto per Lampoon coincideva con quanto era appena successo da Gucci.

L’incontenibile voglia di nuovo. Un anno dopo, mi ricordo il suo diniego quando a una cena di Lampoon Anna se ne andò – mi disse che c’era gente troppo vecchia, troppo noiosa. Lo sponsor mi aveva costretto a una lista di suoi potenziali clienti che stridevano con l’atteggiamento che stavo costruendo per Lampoon – ma non potevo usare paraventi: mi fu chiaro e cristallino che era già tempo di cambiare. Subito, veloce. I giornali sono fatti di pagine da voltare. Lampoon aveva poco più di un anno – io aprii la porta e fuori tutti. Quel movimento, quel concetto di tribe digitale, che avevamo lanciato per primi e che le aziende iniziavano a pianificare come strategia commerciale, da Lampoon doveva essere dismesso. Lampoon era ed è rigore e futuro – nei contrasti intellettuali, nei colori e nei dettagli.

Cambiare – Anna mi ha insegnato il concetto. La moda è la letteratura del tempo che scorre, quel laboratorio scientifico di estetica ha regole ferree quanto quelle della chimica. «La moda sembra un circo: in realtà si tratta di lavoro duro e assoluto». Anna lasciò la direzione de L’Uomo Vogue nel 2006. Poco tempo dopo apparve in un video, ballando con una caravella in testa. Cercai di capire se dentro la caravella che usava come copricapo si nascondessero i puffi. Da samurai ascetico s’inventò Pompadour d’arcobaleno. Stava cominciando l’epoca del pop, non culturale ma letterale: quello che era riservato a pochi diventava accessibile a tutti – tramite il web. Anna ne percepì l’impatto prima dell’esplosione dei social media. Ciò significa che Anna ne comprese l’essenza prima che questa prendesse sostanza. È stata Anna a inventare ciò che oggi si definisce street style, la voglia di vestirsi indipendentemente dal contesto. Gli abiti lunghi di prima mattina. Il chiodo con la couture, i veli con gli anfibi, i jeans con le redingote, i volumi con i cappelli da baseball. Mai un accostamento, sempre un esperimento. Il claim è una frase che mi disse per il primo numero di Lampoon – una frase che resta il suo motto: «Gli altri si drogano, io mi vesto». Una velocità che era possibile solo sferzandone la tempra d’acciaio. Anna si alza alle sei di mattina, sempre – per una lezione di yoga o una sessione di nuoto. Quella fotografia di Helmut Newton che la ritrae come un soldato dell’editing non sbiadisce, non si perde in nessun universo di colori e sorrisi.

Questo libro potrebbe essere un baule riposto in soffitta – quando un Goonie o un Orsetto del Cuore lo apre, il baule si spalanca e ne fuoriesce un mondo di fulmini, scintille, suoni e musiche rock. La favola ha inizio: il libro sa raccontare lo stato dell’arte di Anna dello Russo. Un diario, un album di fotografie Panini. Le sue campagne storiche, i suoi editoriali – le fotografie che i maestri le hanno fatto. I suoi appunti su come ci si dovrebbe presentare a un matrimonio, i suoi buoni propositi per ogni anno a venire. Anna seduta in prima fila a fianco ad Anna Piaggi – rivedendole tra queste pagine, le due hanno molto in comune. Carine Roitfled e Mickey Rourke – una cover Brad Pitt sul set per Achille. Virna Lisi e la divina Sofia con i diamanti di Bulgari. Una raccolta di etichette – le più belle restano quelle di Fiorucci.

Un’immensa voglia di leggerezza. I vestiti di organza la lasciano quasi nuda, in mezzo a Corso Venezia, nel gelo di febbraio. Il brunch al Radetzky nel cuore di Milano, nel quartiere dietro porta Garibaldi. La sua casa in Puglia, d’estate, AdR sul fondo della piscina. Kitch, click & chic. Angelo, il suo fidanzato al suo fianco. Cucciolina, il bassotto, sempre con lei – e così un esercito di amici, ragazzi con una fame pazzesca di sentirla parlare, di farle raccontare un po’ di tutto quanto Anna ha sempre da dire. In campagna, a dicembre davanti al camino, si mise a cantare il ritornello del singolo di Mengoni quando lo vide entrare nella stanza piena di gente. Se un ragazzo è bello, non c’è niente da fare – Jon Kortajarena sarà comunque più bello.

Gli abiti sono pronti per essere battuti all’asta da Sotheby’s – Anna vuole liberarsi del suo archivio. Detesta il vintage, detesta quello che rimane fermo. Vuole che i vestiti prendano nuova vita – devono tornare a muoversi, viaggiare, essere indossati da altre gambe, toccare i marciapiedi di altre strade. Scrivere nuove storie, creare nuove immagini. È ancora il medesimo concetto: fare moda significa cambiare. I giornali sono pagine da voltare. Gli armadi hanno bisogno di nuovo spazio. Il ricavato delle vendite del suo archivio andrà a finanziare borse di studio a Londra – perché per ogni leggerezza che Anna ha voluto cogliere, ti colpisce la stessa scossa elettrica, la stessa fonte energetica: il suo studio, il suo lavoro. «Sei precisa, organizzata e devota» – ancora. Oltre questo tripudio di colori, ritorna la foto di Helmut Newton del 1986.

Il successo di Anna è decretato anche da una variegata quantità di gente improvvisata e diversamente intellettuale che sogna di diventare come lei. C’è una differenza sostanziale tra Anna e le sue adepte: la serietà della sua preparazione. La proprietà della materia. «Hai un fidanzato? Dimenticalo. Non sai l’inglese? Imparalo» – fu un’altra conversazione, in unica voce, con Franca Sozzani. L’ironia sparisce pensando come tante ragazze che vorrebbero diventare Anna dello Russo abbiano basato i loro tentativi sull’aggancio di un fidanzato giusto. Fotocopie, emulatrici. Ereditiere allegre sono cittadine del mondo o firmatarie di rubriche di gossip a New York. Miuccia Prada l’ha detto: basta ossessione per lo sharing digitale. Milioni di cuoricini, exploit commerciali reggono una stagione, ma uno zero moltiplicato per zero fa sempre zero. La moda no – la moda è sostanza. La moda è l’evoluzione di una tradizione pittorica che nacque nel Quattrocento, si definì nel Rinascimento e da lì in avanti non ha più smesso la speculazione estetica. Quando Burberry commissiona a Mario Testino un’immagine di Kate Moss con il trench iconico di Jackie Kennedy, si attiva lo stesso identico procedimento di creazione ed economia secondo il quale papa Borgia richiese al Pinturicchio un ritratto di Lucrezia nella moda di Caterina da Siena. Caravelle incluse.

La storia di Anna dimostra come la moda non possa essere ridotta a una strategia di pubbliche relazioni, di feste e contatti. La moda è un lavoro duro, uno sforzo di osservazione – prima ancora di ciò, ci sono il coraggio e il talento. Quella fotografia di Newton del 1986 – il filo conduttore di questo articolo. Quell’intercedere sul selciato, quello stesso viso concentrato, il mento lievemente abbassato. Era il 26 febbraio 2017, un anno fa pressappoco. Stavo uscendo dal duomo di Milano, dopo la commemorazione per la morte di Franca Sozzani. Mi accorsi che Anna mi stava camminando pochi metri avanti, da sola in silenzio. Indossava i tacchi alti, un tailleur. Un velo nero e sobrio ne adornava il copricapo. Si può dire l’opposto di quel cappotto lungo sopra i mocassini da uomo della foto di Newton, l’antitesi della regina di ogni street style – eppure, quella donna era Anna, in tutta la sua sintesi. Ne percepii il potere e la forza. Nonostante l’affetto e la confidenza, non osai avvicinarmi.


(From Lampoon Issue 12 – Dionysus)

AdR Book: Beyond Fashion

Anna Dello Russo
Phaidon, p. 552, € 175

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