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È possibile evolvere il cotone in un materiale non inquinante? Parola a Candiani

La filiera del cotone denim è a oggi tra le maggiori fonti di inquinamento nel sistema moda. Nel Parco del Ticino, una manifattura procede in sperimentazione con 95 milioni di fatturato nel 2019

Il puro cotone di cui è fatto il denim nella maggior parte dei casi è biodegradabile, ma gli elastomeri con cui si elasticizza il tessuto sono polimeri sintetici derivati dal petrolio, non biodegradabili. Alberto Candiani ha cercato elastomeri naturali con le stesse prestazioni tecniche di quelli sintetici: «L’idea mi è venuta osservando un salame in salumeria – in terra lombarda se ne mangia molto. Mi sono reso conto che non era appeso al soffitto con il solito spago ma con un particolare elastico: essendo a contatto con un alimento, ho immaginato avesse caratteristiche particolari. Da lì è nata la ricerca che ci ha portato a scoprire una gomma naturale vulcanizzata che non presentava residui di materiali pesanti e che avremmo potuto utilizzare come elastomero nel denim». Dal salame al denim, 5 anni e più di un milione di euro di investimenti per mettere a punto la tecnologia, le modifiche ai filatoi e completare il brevetto. «Solo tre anni se ne sono andati per riuscire a raffinare quella gomma e renderla filabile».

La Candiani Denim – nata nel 1938 a Robecchetto con Induno, provincia di Milano – produce denim elasticizzato. La fortuna arriva negli anni Novanta e Duemila. «Per risolvere la questione del fine vita del prodotto non bisogna guardare solo allo sviluppo di tecnologie rigenerative», spiega Alberto Candiani, 38 anni, quarta generazione alla guida dell’azienda, «ma ragionare a monte, sul design del prodotto. Per questo stiamo completando lo sviluppo di un denim biodegradabile, anche elasticizzato: il Coreva».

La gomma naturale viene inserita all’interno del cotone al posto dell’elastomero sintetico. «Il tessuto ottenuto è più elastico e durevole di quello prodotto con materiale sintetico e alla mano è più piacevole», continua Candiani. A livello di marketing sarebbe utile dire che si potranno sotterrare i propri jeans in giardino per farli sparire in poco tempo: le cose sono più complicate. Un capo confezionato oltre al tessuto ha anche inserti e accessori: bottoni, etichette, cuciture. I primi due si possono rimuovere, ma le cuciture di solito sono in poliestere e difficilmente scorporabili, renderebbero il capo non interamente biodegradabile. «Per questo stiamo impostando alcune linee guida da condividere con i marchi che utilizzeranno Coreva suggerendo loro quali materiali utilizzare per le cuciture in modo da realizzare un capo cento per cento biodegradabile. Potrebbero usare una combinazione PLA e LYOCELL: costano di più ma sono biodegradabili».

Anche per quanto riguarda il tessuto non confezionato, non basta sotterrarlo perché si biodegradi: «Bisognerebbe spezzettarlo e metterlo in un compost che faciliti naturalmente il processo di biodegradazione aerobica: in questo caso scomparirebbe in tre mesi. Con gli scarti dei primi marchi con cui abbiamo collaborato per sviluppare Coreva, stiamo dimostrando che è possibile mettere questi tessuti nel compost per trasformarlo in biofertilizzante che potrebbe essere utilizzato per gli stessi campi di cotone. Questa è una visione di circolarità completa che dovremo definire assieme ai marchi: al momento lo stiamo sviluppando in maniera dimostrativa».

Dei 12 milioni di metri di denim elasticizzati prodotti annualmente dalla Candiani Denim, quest’anno mezzo milione poteva essere prodotto con Coreva. «Prevedo di poter raddoppiare le capacità produttive Coreva il prossimo anno, triplicare o quadruplicarle fra due anni, e poi non vedo più limite. Al momento stiamo rendendo questo prodotto scalabile, ottimizzando il sistema di produzione, coinvolgendo i fornitori – che stanno lavorando a tecnologie customizzate per noi –, e coinvolgendo i clienti. Il limite attuale è dato dal prezzo: Coreva costa il 30-35% in più rispetto al denim elasticizzato tradizionale: 7,5 euro al metro lineare contro 5,5. Se guardiamo solo a Coreva ci vuole un altro anno come il 2019 per ripagare gli investimenti fatti, oppure una produttività di due milioni di metri di Coreva».

I primi clienti coinvolti nello sviluppo del tessuto sono una ventina di marchi di fascia medio-alta. «La prima fase di coprogettazione l’abbiamo conclusa con il marchio olandese Denham. Il secondo caso è stato la collaborazione con Stella McCartney – marchio fedele Candiani è attento all’innovazione sostenibile. Vista la ridotta quantità di tessuto disponibile, i clienti in questa prima fase hanno realizzato una capsula. Sappiamo bene che le capsule fanno bene solo al marketing, il nostro obiettivo è più ambizioso».

La sostenibilità per l’azienda è più che una scelta – etica o di marketing – è stata una necessità. La Candiani – oggi Candiani Denim – nasceva nel 1938 a Robecchetto con Induno e nel 1974 tutto attorno veniva istituito il Parco del Ticino – più antico parco regionale d’Italia e più antico parco fluviale d’Europa, un’area naturale protetta che interessa tre province lombarde: Milano, Varese e Pavia. Oltre ai boschi di latifoglie e a numerosi piccoli mammiferi – dai ghiri ai caprioli, dalle lontre ai lupi – il Parco ospita un Centro di Recupero Fauna Selvatica e molti castelli, abbazie e torri di avvistamento. «Ci siamo trovati all’interno di tutto questo: operare a livello industriale in una riserva naturale non è come farlo al di fuori. Fin dagli anni Settanta abbiamo dovuto investire in tecnologie e processi efficienti e sostenibili: mi riferisco in particolare agli scarichi», spiega Alberto Candiani.

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La sostenibilità nel campo del denim è fatta di pochi punti: il consumo di acqua – elevato quando si tinge cotone e indaco –, il risparmio di energia, la questione degli scarti e il loro recupero, l’utilizzo di fibre sostenibili e smaltibili. «Per quanto riguarda i primi tre punti, ci lavoriamo dagli anni Settanta. Il riuso in particolare è legato alla stessa efficienza industriale: una delle chiavi della sostenibilità è non creare prodotto di scarto e reinserire tutto nel processo. Questo riguarda anche l’acqua di tintoria e finissaggio, che grazie a importanti cambiamenti tecnologici riusciamo a riutilizzare». L’aspetto della sostenibilità delle fibre – sia per quanto riguarda la loro origine, sia per quanto riguarda il termine della loro vita – è uno dei punti più delicati nella produzione di denim e quello su cui Alberto ha investito di più.

Il cotone organico costituisce il 20 per cento della materia prima dell’azienda: «Quando si parla di sostenibilità della materia prima non si può non parlare di trasparenza e tracciabilità della filiera. Oggi purtroppo molti speculano su questo: oltre il 50 per cento di ciò che viene certificato come organico in realtà non lo è. Me ne sono reso conto personalmente andando a visitare le aziende agricole e i coltivatori di cotone. A volte il contadino coltiva il cotone in modo organico e poi lo spedisce in centri in cui viene mischiato e confuso con l’altro, oppure il cotone di bassa qualità viene spacciato per organico. Le condizioni di lavoro e la corruzione nei paesi d’origine rendono difficile la tracciabilità».

Per questa ragione l’azienda sta lavorando a una tracciabilità interna dei suoi prodotti: «Stiamo collaborando con un’azienda agricola in Uganda dove abbiamo la tracciabilità al cento per cento del cotone: l’obiettivo è quello di avere la tracciabilità completa di tutto il nostro cotone – organico e non – entro i primi sei mesi del 2021, lavorando direttamente con i coltivatori in Africa e India e non accontentandoci dei certificati». Questa tracciabilità interna andrebbe poi presa in consegna e proseguita dai clienti una volta che il tessuto esce dalla fabbrica e va in lavanderia e dal confezionista.

L’altro problema del cotone organico è la qualità, spesso inferiore: «Per rimediare a questo problema, stiamo lavorando all’ingegnerizzazione del seme del nostro cotone. Per essere definito organico il cotone non può essere ogm, ma ci sono tecnologie mendeliane ibride di crossbreeding tra semi che, senza modificarli geneticamente, permettono di creare cotone non ogm con caratteristiche superiori rispetto alla media».

Oggi l’azienda produce 30 milioni di metri di denim all’anno, di cui 12 di denim elasticizzato. Il 2019 si è chiuso con un fatturato di 95 milioni. Attualmente le migliori previsioni sul 2020 – causa Covid – sono di 60 milioni di euro di fatturato. Il mercato più grande è quello degli Stati Uniti, dove l’azienda esporta il 35 per cento, mentre in Italia resta il 5 per cento della produzione. Dei 581 dipendenti totali, 550 lavorano a Robecchetto con Induno, comune con meno di 5mila abitanti: qui alla sede storica se ne è affiancata un’altra. A Los Angeles c’è un piccolo design centre con 6 persone. Nel maggio 2019 in via Mentana 3, a Milano, è stata inaugurato una jeanseria Candiani Denim: 70 metri quadri in cui è possibile acquistare i prodotti dei brand che utilizzano tessuti Candiani – dagli statunitensi Atelier&Repairs, Ace Rivington e Matias agli olandesi BBD Benzak Denim Developers e Denham, dal tedesco Closed agli italiani Dondup e Care Label. È la prima volta che un’azienda a monte della filiera distribuisce i prodotti in jeans dei marchi a cui ha fornito la materia prima. A questo negozio in autunno si affiancherà un secondo spazio: un workshop dove sarà possibile scegliere e customizzare un capo a partire dal tessuto e tornare a ritirarlo confezionato in meno di 24 ore.

Dire di essere nato in azienda per Alberto Candiani non è retorica: «La casa dei miei genitori è all’interno dell’azienda. Camera mia è a 100 metri in linea d’aria dal finissaggio: il profumo tostato del cotone bruciato dall’operazione del bruciapelo è uno dei miei primi ricordi. Non saprei distinguere i ricordi della Candiani Denim dai ricordi di famiglia». Il bisnonno di Alberto, Luigi, non faceva denim, ma tessuti per capi da lavoro. «Il workwear è anche una mia passione, mi stimola a fare ricerche legate a performance di funzionalità che sono interessanti da portare nel denim». A iniziare a produrre denim è il nonno Primo: «Era un industriale: ha iniziato con il denim senza sapere esattamente cosa stava facendo, con lui si è passati da una produzione annua di 10mila metri di tessuto a una di 2 milioni. A innamorarsi davvero del prodotto però è stato mio padre Gianluigi, non posso dire abbia inventato il denim elasticizzato, ma l’ha fatto meglio di tutti gli altri e l’ha reso femminile».

«Sono entrato in azienda a 24 anni, il giorno della laurea. Avevo già in programma una settimana a Ibiza, a quei tempi facevo anche il dj a un discreto livello. Il giorno della laurea andammo a prendere i pasticcini e li portammo in azienda, dove già bazzicavo. Li mangiammo in ufficio e lì rimasi bloccato per diversi anni, viaggio a Ibiza saltato».

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