Alberto Arbasino book Marian Stachurski
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Alberto Arbasino: storie infinite, divertissement, provocazioni

Si è concesso tutto – letteratura, cinema, politica, televisione. Ha immortalato l’Italia di ieri, previsto quella di oggi. Un Paese senza, parafrasando il titolo di un suo saggio del 1980

Alberto Arbasino non sembrava simpatico. Lo incrociavo da Dino Franzin, nella sua casa di Corso Matteotti a Milano, crocevia di intellighenzia come era (e dovrebbe essere) ogni mondanità. Volto affilato, anche quando l’età lo aveva appesantito, occhi ogivali e mobili come un ventaglio. La distanza che metteva tra sé e gli altri, oltre che prodotta da un fattore di educazione, nasceva da una timidezza e da un riserbo che poteva apparire arroganza. Erre blesa e morbida. Sapeva mandare affanculo con grazia. Poteva rivelarsi dolce e paterno. Mi raccolse svenuto sopra il lavabo di un bagno durante un matrimonio all’Accademia Filarmonica Romana, era la metà degli anni Ottanta. Aprii gli occhi sorretto da lui, con il sangue che mi colava dal naso per la botta. Non batté ciglio.

Lo incontrai a Angkor Vat, in Cambogia. Il turismo non esisteva ancora, dopo il genocidio perpetrato dalla dittatura comunista di Pol Pot e dai Khmer rossi tra il 1975 e il 1979. Non c’era nessuno e si procedeva passo dopo passo verso le montagne di pietra scolpite dei templi. La guida mandava davanti un maiale tenuto a un lungo guinzaglio, per paura delle mine che i Khmer interravano intorno di notte, strisciando fuori dalla boscaglia. In questo modo potevano decapitare indisturbati i gruppi scultorei e staccare rilievi, dettagli e modanature, per venderli sul mercato antiquario dei Paesi ricchi e finanziare l’acquisto di armi. Arbasino seguitava imperterrito, sahariana di linone e camicia Battistoni immacolata, zero sudore in quell’umidità d’inferno e affabilità.

Si è concesso di tutto, anche il cinema e la politica, come deputato indipendente del Partito Repubblicano dal 1983 al 1987. Ha affrontato la televisione, dove, nel 1977, ha condotto il talk show Match – pare impossibile, ai giorni nostri, una comunicazione televisiva così intellettuale e un po’ snob su una rete nazionale in seconda serata. Arbasino il moderatore, baffoni, cravattone e beatles, quasi seccato che si chiama fuori, il confronto serrato di Memè Perlini e Albertazzi sulle sorti del teatro italiano. Il flusso dello scrivere arbasiniano innesta periodi dentro periodi, genera costruzioni grammaticali a scatola cinese, calembour. Rap spacca la texture nel 2001, seguito da La Vita Bassa, che scrive nel 2008. Ci avrebbe fatto sorridere il suo sguardo distaccato nell’affrontare l’emergenza Covid19 che stiamo vivendo, stigmatizzando la serie di neologismi d’importazione, i pasticci linguistici e il panico dilagante. Discretamente come è vissuto, Alberto Arbasino se n’è andato all’età di novant’anni anni domenica scorsa, al termine di una lunga malattia. Portato via da un male che lo aveva progressivamente allontanato dal patrimonio vivo della memoria. Per una coincidenza del destino, è scomparso nello stesso giorno in cui è morta Lucia Bosè, icona cinematografica di quegli anni del boom che lo scrittore, giornalista e critico letterario e teatrale aveva saputo raccontare come nessuno.

Alberto Arbasino è stato l’inventore di topos – ‘Farsi una gita a Chiasso’, ‘Casalinga di Voghera’. Ad Arbasino dobbiamo la riscoperta dell’America e di New York, il paese dei balocchi. Certi Romanzi apparve nei primi Sessanta, un quaderno di lavoro e un diario d’idee complementare a Fratelli d’Italia, che documenta l’entusiasmo per la sprovincializzazione letteraria. Testimonia il fervore pionieristico dell’indagine su maestri di cui in Italia si cominciava appena a parlare: Lévi-Strauss, Adorno, Jakobson, Barthes, Blanchot, Šklovskij, Raymond, Rousset, Starobinski, vari formalisti e strutturalisti russi, praghesi, francesi. La summa del suo lavoro consiste in Fratelli d’Italia, sottotitolato la gran commedia dei nostri Anni Sessanta. Un peregrinare tra Roma e Milano, Firenze e Venezia, la Spoleto del Festival di Menotti all’acme della sua parabola e l’isola di Capri quando le puttane non facevano le contesse, sfrecciando in spider tra le capitali del Rinascimento e del boom, delle biennali e dei festival. Personaggi sfrenati in questo meta-romanzo che contiene in sé tutte le istruzioni per l’uso di se stesso. Le illusioni, le delusioni, le contraddizioni e le spensieratezze tragiche dell’epoca più folle della storia italiana recente. Domietta Hercolani del Drago – l’umorale Desideria di Fratelli d’Italia – è scomparsa qualche anno fa, portando con sé quell’empireo di grazia e cultura, allure e ansia di nuovo, tra Visconti e Balenciaga.

A Voghera, Arbasino nacque nel 1930 – suo conterraneo il couturier Valentino Garavani – fu avviato dalla famiglia agli studi di giurisprudenza e poi alla carriera universitaria. Infanzia e giovinezza vogherese tra colline e vecchie dimore della borghesia rurale, attorniate da campi, frutteti e giardini, librerie avite e solidità economica, una praticità calvinista che si adatta ai tempi del miracolo economico. Presto lascia l’ateneo milanese per dedicarsi alla letteratura, alla critica e alla parodia, un mixage di narrativa e saggistica. Abbandona Milano e si installa a Roma, dove allora il milieu intellettuale è fervido. Esponente del Gruppo 63 e alfiere della neoavanguardia, lo hanno definito il ‘nipotino di Gadda’, in virtù del virtuosismo di alchimista della parola, mentre Arbasino dichiarava di nutrire pari ammirazione per lo sforzo stilistico di Roberto Longhi e la negromanzia di MP, l’innominabile anglista romano.

Il Meraviglioso Anzi, 1985, si snoda attraverso cento e più viaggi di un dilettante odierno attraverso l’Europa e l’America delle grandi mostre, esplorando angolini e interstizi – sono parole sue – della Storia del Gusto più vicini alla nostra sensibilità, al nostro attuale Desiderio, lungo un assortimento di tendenze neo – e di movimenti post –, che spaziano dal Neoclassico al Postmoderno. Lale Andersen, Sarah Vaughn e Walter Benjamin, le prove di Klemperer a porte chiuse e il Bruckner di Knapperbutsch. Un succedersi di rimandi circolari e centripeti. Lotte Lehmann che fa la Marschallin del Rosenkavalier, l’eversiva estetica della Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene, Elisabeth Schwarzkopf in Così fan tutte, a Salisburgo nel ‘59. Storie infinite, divertissement, provocazioni. Sfilano un ipotetico lunch in casa Schönberg, Mina cotonata a strisce zebrate e pois, Boudeuse presentato a Bertrand Russell che si miscela alla vicenda di Charlotte-Aglae, demoiselle de Valois, perduta con Winkelmann e il cardinale che inventa il neoclassico, tra i marmi, i bossi e le zanzariere di Villa Albani. La coerenza dell’opera arbasiniana regge perché incoerente. Risvolti gay espliciti: i dormitori YMCA, Warhol e Mapplethorpe, enfilades di interni patrizi degni dei Goncourt, portiere e tende di broccato scarlatto evocati a lume di candela. Curia e strascico purpureo, piramidi di garofani rossi, logge a grottesche, giardini formali e contesse segaligne: la Canobbiana accovacciata sotto il bar, la cloche di scimmia in testa. Il gioco è riconoscere chi si nasconde dietro la maschera dei personaggi di questa commedia, che si espande da un libro all’altro – Fratelli d’Italia, Super Eliogabalo, Specchio delle mie Brame. Si alza il sipario e compaiono braccianti e marchette, affluenti e imprenditori in ascesa. L’Anonimo Lombardo ruota intorno a un epistolario d’amore omosessuale, la Scala di Maria Callas come cornice. Kitsch e cult all’ombra di Medea e della Traviata. Crea scandalo quando esce nel 1959 in una raccolta e poi da sola, nel 1966.

Il suo mondo di riferimento – quella trama sociale che ha analizzato e immortalato – era già svanito, inghiottito dal geyser di volgarità degli anni Ottanta. L’Italia di oggi è Un Paese senza, parafrasando il titolo di un suo saggio del 1980 pieno di previsioni sul futuro, riscritto, secondo una prassi che gli apparteneva, lungo il corso del decennio successivo. Un Paese Senza delinea un romanzo-conversazione, composto di centinaia di micro saggi. L’Italia protagonista in una pleiade di episodi sulla perdita della memoria collettiva, del sapere, della storia. Questo era Alberto Arbasino, quante esche ci ha indicato nella sua apparente facilità citazionista. Un approccio che non era barocco, piuttosto espressionista, come spesso puntualizzava. Potevi pensare che avesse inghiottito la Treccani e la Britannica, oltre a Musil, Lévi-Strauss e Adorno, a Roland Barthes e Proust. Derive camp, una certa perfidia, intuizione e vaticinio, humour e tragica spensieratezza da Finis Austriae. Arbasino era un intellettuale grand bourgeois. Una voce libera e lucida.

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